RUSSIA_USA

La sponda inesistente?

di Melissa de Teffè, dagli Stati Uniti – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense.

La Sveglia di Draghi dopo il discorso di JD Vance

C’è qualcosa di quasi tragico nel crescente divario transatlantico riguardo alle reali dinamiche geopolitiche. Il Vicepresidente JD Vance, pronuncia un discorso che potrebbe essere riassunto come un mix di nostalgia isolazionista e realismo spietato, avvolto nella tipica spavalderia che sempre più caratterizza i dibattiti della politica estera americana. Il suo messaggio? Gli Stati Uniti sono stanchi di pagare il conto per la sicurezza dell’Europa mentre il continente indugia e non si assume le proprie responsabilità. Ma ci siamo dimenticati che già John F Kennedy   sollecitò  l’Europa a contribuire maggiormente finanziariamente alla Nato. Durante una conferenza stampa disse: “Nel 1779, prima che la Francia entrasse nella Guerra d’Indipendenza, qualcuno disse a Benjamin Franklin- È un grande spettacolo quello che state mettendo in scena in America,”e Franklin rispose: “Sì, ma il problema è che gli spettatori non pagano.” – Oggi non siamo spettatori. Stiamo tutti contribuendo, siamo tutti coinvolti, qui in questo paese, in questa comunità, nell’Europa occidentale, nel mio stesso paese e in tutto il mondo, dove è nostra responsabilità dare il massimo contributo. Grazie.” (JFK- 2 giugno, 1961 a Parigi).

Negli ultimi 30 anni, l’Europa ha accettato tutte le scelte politiche degli Stati Uniti, che la riguardassero, i quali hanno sempre sostenuto il processo di adesione della NATO. Questa strategia ha comportato l’integrazione di ex nazioni del blocco orientale e di stati post-sovietici nell’alleanza, estendendo così l’influenza della NATO verso est.

Nel 1997, durante l’amministrazione Clinton, la NATO ha invitato Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca ad aderire, segnando la prima espansione dalla Guerra Fredda. Questa decisione faceva parte di un più ampio sforzo per integrare i paesi dell’Europa centrale e orientale nelle strutture politiche e di sicurezza occidentali. Le successive inclusioni portano all’adesione di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia nel 2004, seguita da Albania e Croazia nel 2009, Montenegro nel 2017 e Macedonia del Nord nel 2020. L’idea teorica dietro a questo accorpamento era di voler ottenere maggiore stabilità regionale e prevenire la rinascita dell’autoritarismo.

Tuttavia, questa apertura verso est è stata un punto di contesa importante con la Russia, che l’ha percepita come una minaccia alla propria sfera d’influenza e al suo “benessere” fisiologico, (rammentiamo tutti la reazione di Kennedy quando Krushev fece giungere i missili a testata nucleare a Cuba). Documenti declassificati rivelano che i funzionari statunitensi erano consapevoli delle preoccupazioni della Russia riguardo all’allargamento della NATO, riconoscendo che ciò avrebbe potuto rappresentare una minaccia per la sicurezza russa. In sintesi, negli ultimi tre decenni, la politica degli Stati Uniti è stata determinante nell’espansione della NATO con l’obiettivo di mantenere una loro egemonia regionale. Questa strategia, pur raggiungendo i suoi obiettivi, ha anche contribuito ad accrescere le tensioni con la Russia, evidenziando le complesse dinamiche delle relazioni internazionali nel periodo post-Guerra Fredda.

Il conflitto tra Russia e Ucraina è iniziato molto prima del 2022. Fu nel 2014, che la Russia ha annesso la Crimea e ha sostenuto i movimenti separatisti in Donetsk e Luhansk, dando il via a una guerra nell’Ucraina orientale. Nonostante gli accordi di cessate il fuoco, i combattimenti non si sono mai realmente fermati. La Russia ha continuato a fornire supporto militare e logistico ai separatisti. Poi il conflitto è  escalato drammaticamente nel 2022, quando la Russia ha lanciato un’invasione su larga scala, trasformando una crisi regionale in un confronto globale.

Se il conflitto tra Russia e Ucraina ha avuto inizio nel 2014, affondando però le sue radici molto più indietro nel tempo, l’espansione della NATO verso est, avviata sotto l’amministrazione Clinton, ha alimentato nella Russia la sindrome da “fortezza sotto assedio” da alleanze militari occidentali. Questa doppia dinamica – la reazione russa nei confronti dell’Ucraina e la crescente insofferenza verso la NATO – ha creato la tempesta perfetta, trasformando un conflitto regionale latente in uno scontro geopolitico di portata cruciale.

 Il Presidente Vladimir Putin, prima dell’invasione dell’Ucraina, in un discorso del 24 febbraio 2022, ha dichiarato: “L’ulteriore espansione dell’infrastruttura della NATO e l’inizio dello sviluppo militare nei territori dell’Ucraina sono per noi inaccettabili.”

E l’Unione Europea cosa ha fatto in tutti questo decennio 2014-2024? l’UE ha adottato un approccio cauto, concentrandosi sugli sforzi diplomatici, sostenendo gli Accordi di Minsk nel tentativo di stabilire un cessate il fuoco e ridurre le tensioni. Tuttavia, questi accordi non sono mai stati pienamente attuati e il ruolo dell’UE è rimasto in gran parte reattivo piuttosto che proattivo. Dopo l’annessione della Crimea, sono state imposte sanzioni economiche alla Russia, seguite da ulteriori misure dopo l’invasione su larga scala del 2022. Tuttavia, oltre alle risposte economiche e diplomatiche, l’invio di armi e aiuti umanitari per 132 miliardi di euro e più, l’UE ha fatto ben poco per sviluppare una strategia di sicurezza forte e indipendente, ma si è affidata principalmente agli Stati Uniti che soprattutto durante l’amministrazione Biden è andata in escalation militare, senza prevedere incontri diplomatici per cercare una chiusura al conflitto.

Il Lamento Europeo

Se dunque il discorso di JD Vance per alcuni era prevedibile, ciò che è seguito non lo è stato. La vera risposta, ma non tanto agli americani, quanto agli europei tutti, sia venuta dall’ex presidente della BCE, nostro Primo Ministro e attuale consulente del Parlamento europeo, Mario Draghi,  che durante la Settimana parlamentare europea 2025, evento annuale dedicato alle sfide e alle opportunità dell’UE, in un discorso al Parlamento, ha evidenziato la necessità di un’azione unitaria veloce, chiara, sottolineando l’urgenza di investimenti strategici per affrontare la concorrenza globale e promuovere una crescita sostenibile. Il suo intervento, è stato più “gentile” di quello di Vance, e più digeribile per l’orgoglioso club europeo, (è sempre più facile ascoltare le critiche da un membro di famiglia che da altri). Draghi ha voluto spronare l’Europa affinché abbandoni vecchi comportamenti burocratici e passivi con azioni che rafforzino la propria posizione economica e geopolitica. Insomma un richiamo necessario alla realtà per l’establishment europeo, ormai incancrenito e spesso intrappolato in un ciclo di lamentele (come dimostrano le reazioni della Germania e di altri paesi alle dichiarazioni di JD Vance), impegnato più in rituali diplomatici privi di sostanza, mentre gli Stati Uniti, in meno di un mese dall’insediamento della nuova presidenza, stanno rivoluzionando tutti gli equilibri. È il momento di assumersi le proprie responsabilità, ma come disse Churchill, “questo è il prezzo della grandezza”.

Da anni, i leader europei osservano i mutamenti della politica statunitense con un misto di inquietudine e frustrazione. Ogni cambio di amministrazione porta nuove incertezze, eppure l’UE continua ad agire come se Washington, mamma Washington, sia sempre lì pronta a consolarla, comprarle le sue eleganti invenzioni e a regalarle qualche bonus quando in visita.

Seppure la NATO rimane eccessivamente dipendente dal potere militare statunitense, e sebbene la spesa per la difesa dell’UE sia in aumento, manca ancora una coerenza strategica. Anche di fronte a crisi come quella ucraina, il processo decisionale europeo è lento, frammentato e eccessivamente dipendente dalla leadership americana.

JD Vance, riflettendo l’ala più nazionalista e transazionale della politica statunitense, ha semplicemente articolato ciò che molti a Washington—su entrambi i fronti politici—pensano da tempo: l’Europa deve smetterla di aspettarsi che gli Stati Uniti si facciano carico di tutto. Le sue parole riflettono un crescente consenso bipartisan in America, secondo cui l’Europa deve agire o rischia di essere messa da parte. Vance dice: “Accogliete ciò che il vostro popolo vi dice, anche quando vi stupisca o anche quando non siete d’accordo. E se lo farete, potrete affrontare il futuro con certezza e fiducia, sapendo che la nazione è al vostro fianco. E questo, per me, è il grande miracolo della democrazia.”

Quindi cosa vogliono gli elettori europei?

Il richiamo all’azione di Draghi descrive la profonda inerzia politica che impedisce a questa Unione di divenire un vero attore globale. Draghi ha ricordato al Parlamento europeo che lamentarsi dell’imprevedibilità americana non è una strategia. L’azione lo è.

Le parole dell’ex Presidente del Consiglio dovrebbero servire come un momento di svolta. Se l’Europa continua lungo il percorso della dipendenza passiva, rischia l’irrilevanza in un mondo sempre più definito dalla forza e dal realismo politico. Non basta più lamentarsi dei cambiamenti della politica americana, l’Europa deve creare una propria visione strategica indipendente e coerente. Ciò significa accelerare l’integrazione della difesa, investire nelle capacità tecnologiche e industriali e avere la volontà di agire – anche quando il consenso è difficile da raggiungere.

L’Europa ascolterà questa volta? O il richiamo alla realtà di Draghi sarà solo un altro avvertimento ignorato in una lunga storia di opportunità mancate? Concludo con un detto americano: “If you can’t run with the big dogs, stay on the porch” che tradotto sarebbe: “Se non puoi stare al gioco, è meglio che stai a guardare.” –  Osserveranno gli europei le scelte russe, cinesi o americane o diventeranno il quarto giocatore in questa partita di vita?


Ucraina: l’incontro di Riad è una trappola per l’Europa?

di Claudio Bertolotti.

Il vertice di Parigi sull’Ucraina e l’incontro di Riad tra Stati Uniti e Russia segnano due momenti cruciali nella partita geopolitica in corso, rivelando la fragilità dell’unità europea e la volontà delle grandi potenze di ridisegnare il futuro del conflitto al di fuori dei canali ufficiali.

Il commento di Claudio Bertolotti a Ticino News – Puntata del 17 febbraio 2025.

Parigi: un’Europa che si spezza

Nella capitale francese si è consumato un dramma politico che va oltre le dichiarazioni di facciata. L’incontro tra otto leader europei, convocato con l’obiettivo di rafforzare il sostegno a Kiev, ha invece messo in scena una frattura profonda tra gli Stati membri. Da un lato, la Francia di Macron e il Regno Unito si sono detti pronti, almeno teoricamente, a prendere in considerazione l’invio di truppe in Ucraina. Dall’altro, Germania, Italia, Spagna e Polonia hanno manifestato una netta opposizione, mettendo in discussione la fattibilità di un coinvolgimento militare diretto.

Giorgia Meloni ha insistito sulla necessità di un pieno coinvolgimento degli Stati Uniti in qualsiasi decisione strategica, suggerendo che l’Europa da sola non può permettersi di giocare alla guerra senza la copertura di Washington. La tensione si è fatta palpabile: se da una parte c’è la volontà di mostrare determinazione di fronte all’avanzata russa, dall’altra permane il timore che un passo falso possa trascinare il continente in un’escalation senza ritorno.

Riad: negoziati in penombra

Mentre a Parigi si consumava il confronto tra alleati divisi, a Riad si teneva un incontro ben più enigmatico. Stati Uniti e Russia si sono seduti al tavolo per discutere della guerra, ma senza la presenza dell’Ucraina e senza alcun coinvolgimento dell’Unione Europea. Il messaggio è chiaro: le grandi potenze preferiscono trattare tra loro, lasciando ai margini coloro che più di tutti subiscono le conseguenze del conflitto.

A Kiev, la notizia è stata accolta con un misto di preoccupazione e rabbia. Zelensky sa bene cosa significhi essere escluso da discussioni che potrebbero decidere il destino del suo paese. Il fatto che questi negoziati si svolgano lontano dai riflettori, in un luogo come l’Arabia Saudita, sottolinea il ruolo sempre più attivo di Riyad come mediatore globale e, allo stesso tempo, il desiderio di Washington di mantenere una certa opacità sulle reali intenzioni americane.

Uno scenario inquietante

Il quadro che emerge è quello di un’Europa politicamente fragile, divisa tra chi vorrebbe proiettare forza e chi teme il rischio di una guerra aperta. Nel frattempo, Stati Uniti e Russia trattano senza il consenso di Kiev, dimostrando che la vera partita si gioca altrove.

Il rischio è che l’Ucraina diventi moneta di scambio in un accordo che rispecchia più gli interessi strategici di Washington e Mosca che il diritto di Kiev a esistere come Stato sovrano. Se l’Europa non riuscirà a trovare una posizione unitaria e a imporsi come attore indipendente, il suo ruolo nella crisi ucraina sarà sempre più marginale.

Ci troviamo di fronte a un bivio: continuare a inseguire illusioni di compattezza o accettare che, senza una strategia comune e credibile, il destino dell’Europa verrà deciso altrove.

Russia, Ucraina e la frattura tra UE e NATO: una mossa calcolata?

Le recenti dichiarazioni del Cremlino sull’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea segnano un passaggio diplomatico significativo. Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha affermato che l’ingresso di Kiev nell’UE rappresenta un “diritto sovrano”, poiché si tratta di un’unificazione economica e non militare. Tuttavia, ha subito precisato che la posizione russa è completamente diversa su temi legati alla sicurezza e alla difesa. Questa apparente apertura sembra contenere un sottotesto ben più complesso, inserendosi nel quadro più ampio della strategia russa di ridefinizione dei rapporti di forza in Europa.

Una trappola diplomatica?

Se da un lato la Russia sembra accettare, almeno a parole, l’integrazione economica dell’Ucraina con l’Europa, dall’altro pone un confine netto quando si tratta di sicurezza e alleanze militari. Questo solleva una domanda cruciale: si tratta di una reale concessione diplomatica o di una manovra per dividere l’Europa dalla NATO?

Mosca sa bene che la NATO e l’UE non coincidono perfettamente: molti membri dell’Unione non fanno parte dell’Alleanza Atlantica e viceversa. Accettare il percorso europeo dell’Ucraina potrebbe quindi rappresentare un modo per mettere alla prova le divergenze interne all’Europa, spingendo alcuni Paesi a considerare un rapporto con Kiev separato dal sostegno militare della NATO. Il Cremlino potrebbe così cercare di indebolire il fronte occidentale, sfruttando le differenze tra gli Stati membri e rallentando il sostegno militare a Kiev.

Il fattore USA e il timore del disimpegno atlantico

Un altro elemento da considerare è il ruolo degli Stati Uniti. La Russia potrebbe ritenere che Washington sia sempre meno coinvolta nella difesa dell’Europa, sia per ragioni politiche interne sia per la necessità di concentrare risorse su altre aree di crisi, come il Pacifico. Se gli USA riducessero il loro impegno nella sicurezza europea, la NATO stessa potrebbe indebolirsi, lasciando l’Unione Europea a dover gestire in autonomia la propria sicurezza.

Questa ipotesi renderebbe più credibile la tattica russa: accettare un’Ucraina più vicina economicamente all’Europa, ma allo stesso tempo lavorare per impedire che diventi un avamposto militare dell’Occidente. Se gli Stati Uniti si disimpegnassero, Mosca potrebbe sperare in una UE meno incline al confronto e più propensa a negoziare un equilibrio con la Russia.

UE e NATO: un destino comune?

Tuttavia, questo ragionamento presenta un problema di fondo: nella realtà dei fatti, l’UE e la NATO sono oggi più allineate che mai. L’aiuto militare all’Ucraina non è una prerogativa esclusiva dell’Alleanza Atlantica, ma coinvolge anche Paesi europei in maniera autonoma. Inoltre, la guerra in Ucraina ha spinto molti governi europei a rafforzare la propria difesa, accelerando processi di cooperazione militare intra-UE che fino a pochi anni fa sembravano impensabili.

Se la Russia spera di sfruttare la separazione tra UE e NATO per ridurre il supporto a Kiev, potrebbe trovarsi di fronte a una realtà ben diversa: più la guerra si prolunga, più l’Europa tende a rafforzare la propria posizione, anche militarmente. Anzi, paradossalmente, accettando il percorso europeo dell’Ucraina, Mosca potrebbe finire per legittimare un’integrazione ancora più stretta tra sicurezza europea e atlantica.

Le parole di Peskov: coerenti con la strategia russa

Le dichiarazioni di Peskov incarnano quella che ormai è una costante nella strategia diplomatica russa: un equilibrio sottile tra concessioni apparenti e fermezza sui temi della sicurezza. Da un lato, il Cremlino si mostra aperto al dialogo per accreditarsi come attore razionale e pragmatico; dall’altro, traccia confini invalicabili in ambito militare, mantenendo alta la pressione sugli avversari.

La vera questione, però, è un’altra: Mosca ritiene che gli Stati Uniti siano destinati a ridurre il loro impegno in Europa? Se il Cremlino è convinto di questo scenario, allora l’accettazione dell’ingresso dell’Ucraina nell’UE potrebbe essere una mossa studiata per sfruttare le fragilità europee e ricalibrare l’ordine geopolitico a proprio vantaggio.

Se invece Washington continuerà a sostenere Kiev in modo deciso, la strategia russa potrebbe rivelarsi un boomerang: un’Unione Europea più coesa e allineata alla NATO potrebbe vanificare ogni tentativo di divisione, rafforzando ancora di più il legame tra il blocco occidentale e l’Ucraina.


Zizians, l’ascesa della setta vegana: dalla filosofia alla violenza.

di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.

L’arresto di Jack LaSota, una donna transgender nota online come “Ziz”, ha portato alla ribalta la setta vegana violenta conosciuta come gli Zizians. Quella che fino a poche settimane fa era solo una minuscola sottocultura, sconosciuta ai non addetti ai lavori, è oggi sempre più sotto i riflettori, mentre le autorità inquirenti scoprono dettagli inquietanti sull’ideologia del gruppo e il suo coinvolgimento in diversi crimini violenti. Con LaSota al comando, gli Zizians sembrano essersi evoluti da un movimento filosofico di nicchia a una rete organizzata e radicalizzata, disposta a compiere azioni estreme per promuovere la propria ideologia.

Gli attacchi degli Zizians sono un esempio preoccupante di come l’estremismo ideologico, alimentato dalla radicalizzazione online, possa sfociare in violenza nel mondo reale

Questa organizzazione settaria sembrerebbe implicata in una serie di incidenti violenti in tutti gli Stati Uniti, tra cui spiccano gli scontri con le forze dell’ordine, le proteste aggressive e gli attacchi mirati. I rapporti delle forze di polizia di diversi stati suggeriscono che i suoi membri aderiscano a una visione del mondo rigida, quasi apocalittica, che combina elementi di veganismo radicale, anarchismo, pensiero transumanista e una profonda sfiducia nelle istituzioni statali. Le attività del gruppo, dal proselitismo online agli atti di aggressione nel mondo reale, hanno sollevato interrogativi urgenti sulle sue origini, i metodi di reclutamento e le implicazioni più ampie della sua crescente influenza tra i più giovani. Mentre le indagini continuano, le autorità e gli analisti si stanno confrontando con il potenziale del gruppo per ulteriori violenze e con le sfide di riuscire a smantellare un movimento decentralizzato che agisce quasi indisturbato su internet. Gli attacchi degli Zizians sono un esempio preoccupante di come l’estremismo ideologico, alimentato dalla radicalizzazione online, possa sfociare in violenza nel mondo reale, ponendo una minaccia unica e in continua evoluzione per la sicurezza pubblica.

Storicamente, questo gruppo ha le sue radici nell’area della Baia di San Francisco, dove nel 2016 Jack LaSota iniziò a pubblicare un blog sotto lo pseudonimo di “Ziz”. Inizialmente, gli scritti di LaSota attrassero un pubblico di nicchia, in particolare all’interno dei circoli online interessati alla filosofia, all’intelligenza artificiale e alle teorie sociali radicali. Tuttavia, nel tempo, le sue idee si sono evolute in un’ideologia più complessa e controversa che ha iniziato ad attrarre seguaci, formando infine le basi di quello che ora è conosciuto come il movimento Zizians. Nei suoi scritti, LaSota ha esplorato teorie non convenzionali sulla coscienza umana, proponendo che gli emisferi del cervello potessero possedere valori distinti e addirittura identità di genere separate, spesso in conflitto interno. LaSota ha descritto questa come una lotta fondamentale all’interno degli individui, una lotta che potrebbe essere “risolta” attraverso la trasformazione personale e l’impegno ideologico. Questa prospettiva risuonò con alcune comunità online interessate agli studi sulla coscienza, ma contribuì anche a una visione del mondo più rigida e dogmatica tra i suoi seguaci. Oltre alla speculazione metafisica, il discorso di LaSota si espanse nei domini politici ed etici, incorporando elementi di veganismo radicale, anarchismo e una forte opposizione alle comunità razionaliste mainstream, in particolare quelle preoccupate per l’intelligenza artificiale e il rischio esistenziale. LaSota fu fin dall’inizio molto critica di questi gruppi per quella che percepiva come codardia morale e la riluttanza a intraprendere azioni dirette. Questa opposizione divenne una caratteristica definente dell’ideologia Zizians, formando l’atteggiamento antagonista del gruppo contro il movimento razionalista e le sue istituzioni.

Il mix eclettico di credenze che emerse diede ai seguaci degli Zizians un’identità ideologica distinta. Col tempo, quello che era iniziato come una ricerca intellettuale online si trasformò in un movimento più estremo, orientato all’azione militante, che avrebbe assunto una caratterizzazione sempre più radicale. La transizione del gruppo dalla filosofia di nicchia all’azione violenta divenne evidente nel 2019, segnando un punto di svolta nella sua evoluzione. Quell’anno, LaSota e alcuni associati furono arrestati durante una protesta fuori da un centro congressi in California del Nord che ospitava un evento razionalista. Quello che iniziò come una disputa ideologica sull’etica dell’intelligenza artificiale si trasformò rapidamente in azione violenta. La manifestazione fu caratterizzata da tattiche aggressive, inclusi confronti fisici, danni a proprietà e tentativi di interrompere forzatamente l’evento. Questo incidente segnalò un cambiamento preoccupante da una critica intellettuale a una militanza, preparando il terreno per azioni ancora più estreme negli anni successivi.

Nel 2020, gli Zizians iniziarono ad attrarre individui che non solo erano ideologicamente allineati, ma anche disposti a compiere azioni violente. In un caso significativo, un individuo affiliato alla setta fu arrestato a Portland, Oregon, dopo aver incendiato una struttura di ricerca collegata allo sviluppo dell’IA. L’attacco, che le autorità classificarono come incendio doloso, fu presentato dal colpevole come un “colpo preventivo” contro i sistemi di intelligenza artificiale che ritenevano rappresentassero una minaccia esistenziale per l’umanità.

Nel 2021, una campagna coordinata di molestie prese di mira figure chiave delle comunità razionaliste e di altruismo efficace. Alcuni elementi di spicco di questo movimento ricevettero minacce di morte e, in almeno un caso, la casa di un blogger razionalista fu vandalizzata con graffiti che recavano gli slogan della setta. Sebbene non ci fossero violenze fisiche dirette, la campagna dimostrò la crescente volontà del gruppo di ricorrere a tattiche di intimidazione.

L’escalation proseguì nel 2022, quando un gruppo di Zizians mise in atto un’intrusione in un laboratorio biotecnologico a San Diego, presumibilmente per “liberare” gli animali utilizzati nei test. Le riprese di sicurezza mostrarono individui mascherati che indossavano equipaggiamento tattico, sottolineando ulteriormente la crescente militarizzazione del gruppo. Sebbene non si fossero registrati feriti, l’intrusione causò ingenti danni a proprietà e diversi membri furono arrestati.

Nel 2023, la violenza prese una piega più mortale. Un membro della setta fu implicato nel tentato omicidio di uno scienziato informatico a Boston, un ricercatore noto per sostenere i protocolli di sicurezza nell’IA. Il sospetto, che aveva pubblicato diversi manifesti online allineati con le teorie di LaSota, fu arrestato prima che l’attacco potesse essere portato a termine. Tuttavia, l’incidente rafforzò i timori che gli Zizians stessero passando oltre i crimini contro la proprietà e le molestie, dirigendosi verso violenze fisiche mirate.

Questi incidenti preparavano il terreno per la sanguinosa campagna di attivismo iniziata nel gennaio del 2025. L’agente della Border Patrol statunitense David Maland fu ucciso durante un controllo stradale in Vermont. Gli assalitori, Zizians, furono trovati con equipaggiamento tattico e armi, a sottolineare le capacità operative del gruppo e la serietà della minaccia che ora rappresentavano. Un altro atto violento scioccante avvenne nello stesso mese a Vallejo, California, dove il proprietario di un immobile, Curtis Lind, fu brutalmente accoltellato. Le indagini rivelarono collegamenti tra i sospetti e la rete Zizians, evidenziando l’espansione geografica del gruppo e il crescente disprezzo per la vita umana nel perseguire i propri obiettivi ideologici.

Il modello di escalation, dalla radicalizzazione online alla violenza mirata, dimostra la trasformazione della setta in un movimento estremista pericoloso. Ciò che era iniziato come un discorso filosofico oscuro è ora diventato una minaccia organizzata, con conseguenze reali che le autorità faticano a contenere.

Gli Zizians, un fenomeno emerso negli Stati Uniti, hanno mostrato una notevole influenza che si estende ben oltre i confini americani. Sebbene le loro radici risiedano ancora negli Stati Uniti, le loro attività e la loro rete hanno trovato punti di appoggio in vari paesi europei, suscitando preoccupazione riguardo alla portata globale del gruppo e al suo impatto. Individui come il cittadino tedesco Felix Bauckholt, implicato in attività violente legate al mondo Zizians, dimostrano la capacità del gruppo di infiltrarsi e operare oltre i confini nazionali. Il coinvolgimento di Bauckholt segna una tendenza più ampia verso l’appello o l’organizzazione internazionale del gruppo, suggerendo una rete transnazionale che facilita la coordinazione e la violenza ideologica. Oltre alla Germania, altre nazioni europee stanno affrontando azioni ispirate all’ideologia Zizians. Nel Regno Unito, ad esempio, le autorità hanno registrato diversi episodi di radicalizzazione legati all’ideologia del gruppo, indicando che la loro influenza stia estendendosi verso le frange politiche. La Francia, con la sua ricca storia di movimenti radicali, ha anche visto individui provenienti da altri movimenti politici allinearsi con gli ideali Zizians, suscitando crescente preoccupazione riguardo al potenziale di attacchi estremisti organizzati. Inoltre, paesi come l’Italia e la Spagna, con le loro posizioni geografiche strategiche, sono diventati punti critici per il reclutamento e il supporto logistico delle attività Zizians. I confini porosi di questi paesi e i climi politici diversificati li rendono vulnerabili ai movimenti ideologici esterni. Le connessioni transnazionali del gruppo potrebbero includere anche reti finanziarie, campagne di propaganda online e supporto logistico che permettono loro di pianificare e attuare azioni in tutta Europa.

Questa crescente dimensione internazionale dell’influenza Ziziana solleva molte preoccupazioni. Le forze dell’ordine e le agenzie di intelligence in tutta Europa stanno lavorando sempre più in coordinamento per monitorare le attività del gruppo, condividere informazioni e prevenire ulteriori escalation. L’ascesa di questa rete estremista transnazionale sottolinea la necessità di una maggiore cooperazione tra le nazioni per contrastare la minaccia dei movimenti radicali globalizzati. La capacità degli Zizians di ispirare o coordinare direttamente azioni oltre gli Stati Uniti evidenzia la natura in evoluzione dell’estremismo moderno e la crescente complessità nel combattere tali minacce transnazionali.

Questa setta rappresenta un esempio lampante di come la radicalizzazione online possa favorire l’ascesa di movimenti estremisti nell’era digitale. Centrale nelle loro operazioni era la presenza digitale di figure chiave come LaSota, le cui piattaforme online sono diventate un punto di incontro per individui con ideologie simili, attratti dalla violenza del gruppo. Queste piattaforme permettevano a LaSota e ad altri di diffondere propaganda, materiali ideologicamente carichi e retorica violenta, creando una sorta di camera dell’eco in cui l’estremismo poteva prosperare senza i limiti geografici tradizionali.


Il vertice di Parigi e le incognite europee. Il commento.

OFFICINA GEOPOLITICA di START InSight: il commento di Claudio Bertolotti sullo scenario internazionale.

Il vertice di #Parigi e le ambizioni francesi. La visione europea e le sue effettive capacità di incidere in un processo negoziale che sembra ormai definito, almeno nei giocatori: Stati Uniti e Russia, alias Donald Trump e Vladimir Putin. Come leggere la mossa di Emmanuel Macron? Non dovrebbe essere Ursula Von der Leyen a muoversi? Sull’Ucraina, l’Europa riuscirà a ritagliarsi un ruolo oppure no? È un vertice da cui potrebbe emergere qualcosa di concreto? L’Unione Europea conta sempre meno. È un problema di struttura dell’UE o di un’assenza di leader? Trump riuscirà ad arrivare ad un accordo con Putin? Quale sarà il prezzo per l’Ucraina? Per la Russia sarà una vittoria?

Claudio Bertolotti risponde a queste domande ponendo particolare attenzione al ruolo dell’Unione europea e alla sua debole posizione nell’arena internazionale.

Il vertice di Parigi del 17 febbraio 2025, convocato dal presidente francese Emmanuel Macron, ha riunito i leader di 8 paesi Europei, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Polonia, Spagna, Paesi Bassi, Danimarca, insieme al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Mark Rutte, per discutere della situazione in Ucraina e della sicurezza europea. Questa iniziativa europea nasce in risposta ai negoziati tra Stati Uniti e Russia in corso a Riad, dai quali l’Europa e l’Ucraina sono state inizialmente escluse.

La presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, ha partecipato al vertice nonostante alcune riserve iniziali, sottolineando l’importanza di ascoltare i partner europei e di mantenere una posizione unitaria. L’Italia ha evidenziato la necessità di far leva sulle sanzioni imposte alla Russia come strumento per ottenere un ruolo nei negoziati e ha espresso preoccupazione per l’esclusione dell’Europa dalle trattative tra Washington e Mosca.

Tuttavia, non tutti i Paesi europei hanno sostenuto l’iniziativa di Macron. L’Ungheria, ad esempio, ha criticato il vertice, affermando che potrebbe ostacolare gli sforzi di pace in Ucraina e accusando i leader europei di alimentare l’escalation del conflitto.

In parallelo, il presidente Macron ha avuto una conversazione telefonica con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, prima dell’inizio del vertice, nel tentativo di coordinare le posizioni e ribadire l’importanza di un approccio concertato tra Europa e Stati Uniti nella ricerca di una soluzione al conflitto ucraino.

Questo vertice rappresenta un tentativo dell’Europa di riaffermare il proprio ruolo centrale nei negoziati di pace e di garantire che gli interessi europei e ucraini siano adeguatamente rappresentati nelle future discussioni internazionali.


Le Filippine: un perno geopolitico nell’Indo-Pacifico e l’opportunità strategica per l’Italia

di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.

Le Filippine, da tempo considerate un attore geopolitico cruciale nel Sud-Est asiatico, si trovano sempre più al centro della crescente competizione tra Stati Uniti e Cina. Mentre la “linea degli undici tratti” porta avanti l’aggressiva politica estera di Beijin nel Mar Cinese Meridionale e oltre, e Washington intensifica la sua strategia indo-pacifica, Manila gioca un ruolo di primo piano nel plasmare le dinamiche di sicurezza regionale. Per l’Italia, che tradizionalmente ha concentrato la propria politica estera su Europa, Africa e Mediterraneo, l’evoluzione del panorama indo-pacifico rappresenta un’opportunità per ridefinire il proprio impegno globale attraverso una presenza più mirata, sia militare che civile, nell’arcipelago filippino. La posizione strategica delle Filippine, situate all’incrocio tra il Pacifico e il Mar Cinese Meridionale, le rende infatti un alleato potenzialemtne prezioso sia per le potenze regionali che per quelle globali. Situato al crocevia di importanti rotte commerciali marittime, il paese funge da varco tra il Pacifico e i centri economici dell’Asia orientale.

Ancora più importante, l’arcipelago offre vantaggi logistici e militari cruciali, in particolare nel contrastare l’espansione territoriale aggressiva della Cina nelle acque contese e la minaccia a Taiwan. Le rivendicazioni di Pechino sul Mar Cinese Meridionale, comprese la costruzione di isole artificiali e l’interruzione di diverse rotte di pesca, hanno direttamente minacciato la sovranità delle Filippine. Nonostante una sentenza del tribunale internazionale nel 2016 abbia invalidato le rivendicazioni cinesi, Beijin continua a perseguire i propri interessi in modo aggressivo. In risposta, Manila ha rafforzato i suoi legami di difesa con Washington, riaprendo basi strategiche alle forze statunitensi e approfondendo la cooperazione in materia di sicurezza con partner regionali come Giappone e Australia. Le Filippine hanno partecipato, ad esempio, a una serie di esercitazioni navali internazionali con Stati Uniti, Australia, Giappone e Francia. Queste manovre, condotte all’interno della Zona Economica Esclusiva filippina, mirano a migliorare il coordinamento della difesa e l’interoperabilità.

La Cina: obiezioni e interessi

La Cina ha espresso obiezioni a queste attività, considerandole destabilizzanti. Inoltre, Manila ha firmato un accordo di difesa con il Canada per rafforzare le esercitazioni militari congiunte, in linea con la sua strategia di consolidamento delle partnership di difesa nel contesto delle crescenti tensioni nel Mar Cinese Meridionale. Allo stesso tempo, le Filippine devono gestire un equilibrio molto delicato. Pur necessitando delle garanzie di sicurezza fornite dagli Stati Uniti, la loro interdipendenza economica con la Cina complica la situazione. Beijin rimane un partner commerciale chiave, una fonte primaria di investimenti e un attore influente nell’architettura economica della regione. Questa tensione tra sicurezza e interessi economici riflette la più ampia sfida che molte nazioni del Sud-Est asiatico affrontano nel navigare la rivalità tra Stati Uniti e Cina. Mentre le Filippine stanno rafforzando le loro collaborazioni in materia di difesa con gli Stati Uniti e altri alleati, continuano anche a mantenere un dialogo diplomatico con la Cina. Ad esempio, durante un recente incontro con il Primo Ministro cambogiano Hun Manet, il Presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. ha espresso gratitudine per la grazia concessa a 13 donne filippine, evidenziando gli sforzi di Manila per mantenere relazioni positive all’interno della regione. Il rinnovato focus di Washington sull’Indo-Pacifico, in particolare attraverso iniziative come AUKUS, il Quad e il rafforzamento della cooperazione di sicurezza con i paesi ASEAN, mira a contrastare l’influenza crescente della Cina.

Gli Stati Uniti: la strategia di sicurezza regionale

Per gli Stati Uniti, le Filippine rappresentano un pilastro critico nella loro strategia di sicurezza regionale. L’Enhanced Defense Cooperation Agreement (EDCA) tra Manila e Washington facilita l’accesso americano a installazioni militari chiave, garantendo una presenza avanzata in grado di dissuadere le incursioni cinesi e rafforzare la sicurezza marittima. Inoltre, la crescente presenza militare statunitense nella regione funge da deterrente contro una potenziale escalation a Taiwan, una delle principali aree di tensione tra USA e Cina. La vicinanza delle Filippine a Taiwan le rende un hub logistico fondamentale in caso di conflitto, consolidando ulteriormente la loro importanza nella strategia americana.

L’Italia: economia, commercio e difesa

Ma che dire dell’Italia? L’Italia, in quanto media potenza europea, ha tradizionalmente mantenuto una presenza limitata nell’Indo-Pacifico. Tuttavia, data la crescente rilevanza globale della regione e i legami sempre più stretti con Washington, Roma dovrebbe riconsiderare il proprio coinvolgimento strategico. Mentre Francia e Regno Unito hanno già rafforzato la loro presenza navale ed economica nell’Indo-Pacifico, l’Italia deve ancora definire pienamente il proprio ruolo. Gli interessi economici italiani si allineano con la necessità di un Indo-Pacifico stabile e basato su regole chiare. La regione rappresenta un mercato cruciale per le esportazioni italiane, tra cui tecnologia della difesa, attrezzature marittime e infrastrutture.

Rafforzare i legami economici e di sicurezza con le Filippine potrebbe fornire un punto d’accesso strategico per un coinvolgimento più ampio nell’ASEAN, dove l’Italia detiene lo status di osservatore. Sul fronte della sicurezza, l’Italia potrebbe potenziare la cooperazione navale con le Filippine partecipando a esercitazioni marittime congiunte, fornendo addestramento alla guardia costiera e supportando gli sforzi regionali per mantenere la libertà di navigazione. Inoltre, l’avanzata industria della difesa italiana potrebbe contribuire alla modernizzazione delle capacità militari filippine.

Dal punto di vista diplomatico, l’Italia dovrebbe sfruttare le proprie partnership all’interno dell’UE per promuovere una strategia europea più coerente nell’Indo-Pacifico, assicurandosi che l’Europa rimanga un attore rilevante nell’equilibrio geopolitico della regione. Sostenere i meccanismi di sicurezza guidati dall’ASEAN e promuovere il rispetto del diritto internazionale, in particolare della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), rafforzerebbe ulteriormente il ruolo dell’Italia come attore costruttivo. In conclusione, l’importanza geopolitica delle Filippine nell’Indo-Pacifico è indiscutibile. Mentre gli Stati Uniti si muovono per contrastare l’assertività crescente della Cina, Manila si trova al centro di una competizione strategica che plasmerà il futuro dell’ordine globale. Per l’Italia, un coinvolgimento più proattivo nell’Indo-Pacifico—soprattutto attraverso un rafforzamento dei legami con le Filippine—rappresenta un’opportunità per diversificare la propria politica estera e affermarsi come attore rilevante in una delle regioni più dinamiche del mondo.

Approfondendo i legami economici, di sicurezza e diplomatici, l’Italia può contribuire a un Indo-Pacifico più stabile e basato sulle regole, ampliando al contempo il proprio ruolo strategico in un mondo sempre più multipolare.


Fra i tanti litiganti sarà l’Intelligenza Artificiale a vincere?

di Melissa de Teffè, dagli Stati Uniti – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense.

Nella evidente corsa a chi arriverà prima, si conclude oggi il Summit di Parigi sull’Intelligenza Artificiale, dove si confrontano i protagonisti globali, tra politici e CEO delle più grandi aziende tecnologiche, per capire, incontrandosi faccia a faccia, chi sta facendo cosa e chi farà cosa davvero creando “la difference”.

Intanto si consumano, e non tanto dietro le quinte, le prime sfide e battaglie: Altman Ceo di Open AI, e parte del progetto Star Gate da 500 miliardi, insieme a Oracle, SoftBank e MGX, rifiuta l’offerta del suo ex partner Musk di vendergli la struttura di ricerca di intelligenza artificiale; Musk avvelenato, accusa velatamente Trump di barare, sapendo che i fondi per il progetto non ci sono, e Trump, seccato, (ecco che già iniziano gli screzi tra i due), reclama il potere della “sua presidenza”, facendo capire a chiare lettere che è lui a decidere i giochi in casa propria.

A rappresentare gli Stati Uniti al Summit, c’è il Vicepresidente JD Vance, che con molta chiarezza ha sottolineato l’impegno dell’amministrazione Trump a guidare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA) abbracciando questa innovazione globale con entusiasmo e non con paura per la possibile perdita di posti di lavoro, ma rifacendosi al discorso dell’indiano Modi, co organizzatore con Macron dell’evento, a quanto sia positivo l’utilizzo dellIA nel campo medicale.

Parigi, per Vance è stata l’occasione perfetta per criticare le rigide normative dell’Unione Europea, che dalla creazione del GDPR (25 maggio 2018), sono state causa di molte complicazione per gli USA. Ha proseguito avvertendo che un eccessivo controllo normativo, soffocherebbe l’innovazione e ostacolerebbe la crescita di questo settore trasformativo. Vance ha affermato che, sebbene sia importante garantire la sicurezza, una regolamentazione eccessiva potrebbe impedire i progressi tecnologici che l’IA promette.

Però la realtà negli Stati Uniti non è così edulcorata come Vance la racconta: un libero mercato dove tutti si rispettano. Al contrario, la percentuale di furti di identità, le innumerevoli difficoltà ad eseguire semplici operazioni bancarie come un bonifico interno vedono il povero cittadino subissato dal dover sempre e continuamente con la scusa della frode dimostrare la propria identità. Le regole negli Stati Uniti non sono costruite per proteggere la privacy dell’individuo, ma per aumentare i guadagni corporate e facilitare i business rispetto alla persona. Se in Italia si soffre per le continue sollecitazioni telefoniche commerciali, qui negli Stati Uniti parlare con un operatore umano è quasi un miracolo.

Chiudendo il suo intervento, Vance ha anche messo in guardia i presenti contro la collaborazione con regimi autoritari, facendo un ovvio riferimento alla Cina, ma senza nominarla. Partnership di questo tipo potrebbero compromettere la sicurezza nazionale e l’integrità tecnologica, ha sostenuto. È necessario, quindi, creare quadri normativi internazionali che promuovano lo sviluppo dell’IA senza imporre misure restrittive.

Il summit, organizzato dal presidente francese Emmanuel Macron e come detto sopra, dal primo ministro indiano Narendra Modi, ha offerto un’occasione per discutere vis a vis le opportunità e le sfide globali legate all’IA, in un periodo in cui l’adozione dell’IA sta avvenendo a un ritmo accelerato in tutto il mondo. Sia Macron che Modi hanno sottolineato l’importanza di un approccio regolato ed equo, incentrato sulla protezione dei diritti umani, mentre gli Stati Uniti, sotto la leadership di Trump, si sono focalizzati sul libero mercato e l’innovazione, proponendo una regolamentazione flessibile.

Non c’è dubbio che in questo panorama, gli attori principali, oggi, sono: al primo livello, quello più importante, i governi rappresentati dai capi di Stato, circondati dalle poche società tecnologiche leader nel campo, soprannominate “I Magnifici 7”; al secondo livello a scendere,  abbiamo le società di consulenza o servizi accompagnate da quelle di prodotto che insieme creano il legame b2b e infine la popolazione.

Decido quindi di chiedere a chi ne sa più di me come analizzare questo paesaggio internazionale che non è per niente rassicurante. Parlo con Bianca de Teffé Erb, dottoranda in AI & the future of work, esperta di AI Governance & Ethics e Rapporteur per il Parlamento europeo sul tema “AI Ethics by Design”, e le chiedo di spiegarmi come leggere quello che vediamo evolversi davanti ai nostri occhi a velocità spaziali senza cadere nelle politiche dei singoli paesi.

Bianca de Teffé Erb

Bianca de Teffé Erb: Nello scenario globale, l’economia sta vivendo un periodo di stagnazione importante, dovuta alla standardizzazione dei mercati, all’inflazione e ai debiti pubblici che pesano su gran parte delle nazioni. A fronte di ciò, si sta assistendo a un’inversione di rotta, con un focus sempre più orientato verso soluzioni nazionali e non globali. Sicuramente l’intelligenza artificiale sarà una delle più importanti soluzioni per far ripartire l’economia perché migliorerà la produttività senza compromettere il valore del servizio o del prodotto a condizione che sia adeguatamente istruita. Settori come quello della finanza, e soprattutto il medicale usano già applicazioni che ottimizzano i processi e migliorano l’efficacia dei servizi. Ma questa è un’evoluzione molto rapida, forse troppo veloce.

Domanda: “Ascoltando i vari interventi al Summit di Parigi, ci troviamo ancora una volta di fronte a due blocchi l’Unione Europea da un lato, che ha già legiferato sul rispetto della privacy con il GDPR e l’etica dell’IA con l’AI Act, e dall’altro con gli Stati Uniti, oggi rappresentati dal Vicepresidente Vance, che coglie l’occasione per criticare la regolamentazione europea, che, secondo lui blocca e rallenta lo sviluppo dell’IA.  Chi ha ragione?

Bianca: Citerò come esempio noto quello di Bard, un modello conversazionale progettato per competere con ChatGPT, lanciato da Google nel 2023. Spinta dalla pressione di innovare rapidamente, l’azienda ha accelerato il rilascio senza adeguate verifiche etiche, causando problemi significativi, con risposte sbagliate e bias discriminatori, sollevando di conseguenza forti dubbi sulla sua affidabilità. Non contenti del primo flop, l’anno seguente, nel 2024, Google DeepMind lancia Gemini 1.5. Anche questo è stato fallimentare e direi peggio del primo, causando giustamente polemiche a 360 gradi. Nel tentativo mal calibrato di evitare pregiudizi ed essere bilanciati, Gemini finì per generare immagini distorte a causa della “diversity overcorrection”. La più nota  è stata quella di George Washington con la pelle nera e non bianca. Ovviamente Google ha subito sospeso la funzione scusandosi.

Questi due episodi dimostrano come la corsa all’innovazione senza un solido framework di governance ed etica possa trasformarsi in un boomerang, minando la fiducia del pubblico e mettendo in discussione l’etica delle big tech.

Domanda: E l’Unione Europea, invece, come si propone oggi?

Bianca: la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato durante il Summit, che prevede un investimento significativo per rafforzare le capacità dell’Unione Europea nell’IA, con un ulteriore investimento di 50 miliardi di euro, portando l’investimento totale a 200 miliardi di euro, grazie anche ai fondi privati provenienti dall’Iniziativa Europea per i Campioni dell’IA. Questo investimento dovrebbe sviluppare tecnologie industriali per posizionare l’Europa come leader nell’innovazione dell’IA. Von der Leyen ha enfatizzato l’importanza di adottare l’IA per migliorare la competitività, la sicurezza e la salute pubblica, volendo assicurarci che i benefici saranno accessibili a tutti. L’idea è di costruire degli HUB o “Gigafabbriche” per favorire la collaborazione tra ricercatori, imprenditori e investitori, ispirandosi al successo del laboratorio CERN di Ginevra.

Tornando però al punto centrale e quello più criticato, ossia il legislativo, come rapporteur ho avuto modo di vedere più da vicino la necessità di regolamentazione. L’UE ad Aprile dell’anno scorso ha adottato l’AI ACT ossia il primo Regolamento sull’Intelligenza Artificiale, con l’obiettivo di stabilire un quadro normativo generale per bilanciare l’innovazione con la protezione dei diritti fondamentali dell’individuo. Questo regolamento si integra con il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), creando così un sistema normativo che mira a garantire la privacy, l’equità, la trasparenza e la sicurezza nell’uso dell’IA.

L’Europa è sicuramente leader nella creazione di un’IA etica, perché fornisce il primo quadro normativo e di riferimento globale per proteggere i diritti individuali con l’avanzamento tecnologico. Tuttavia, l’adozione di tali norme a livello mondiale è una sfida significativa.

Domanda: E la Cina?

Bianca: Dietro la sua apparente reticenza, la Cina cela in realtà il livello di progresso di talento e di tecnologia più avanzato al mondo, grazie a una strategia di investimento massiccio e a una pianificazione a lungo termine nel campo dell’IA e delle tecnologie emergenti. Come scrive Suleyman in The Coming Wave: “La Cina ha più dei cinquecento supercomputer, i più potenti al mondo,… ha una quota impressionante e in crescita, di persone dedicate alla ricerca sull’IA….le istituzioni cinesi hanno pubblicato ben quattro volte e mezzo più articoli sull’IA ….., superando ampiamente gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’India e la Germania messe insieme.  …..  Dalla cleantech alla bioscienza, la Cina sta facendo rapidi progressi in tutti i settori delle tecnologie fondamentali, investendo su scala epica, diventando un colosso della proprietà intellettuale con ‘caratteristiche cinesi’.  Più di quattrocento ‘laboratori chiave statali’ ancorano un sistema di ricerca pubblico-privato magnificamente finanziato, che copre tutto, dalla biologia molecolare alla progettazione di chip.”

Se pensiamo che la Cina ha registrato un significativo aumento nel numero di laureati in ingegneria informatica, dove ad esempio nel 2019, circa 8,34 milioni di studenti cinesi si sono laureati in discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), rappresentando circa il 45,4% del totale dei laureati nel paese. In confronto, negli Stati Uniti, nello stesso anno, si sono laureati circa 568.000 studenti in discipline scientifico-tecnologiche, appena il 7% della popolazione statunitense. Questa disparità evidenzia il divario crescente nella formazione di talenti tecnologici, che alimenta ulteriormente il primato della Cina nell’innovazione e nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Concludendo Bianca mi fa un raffronto molto italiano e molto calzante.

Bianca: è come voler guidare una Ferrari a tutta velocità: l’Unione Europea vuole mettere la cintura di sicurezza e l’airbag in caso di collisione, gli Stati Uniti no. Per i cinesi è impossibile avere una risposta, perché non abbiamo informazioni sufficienti.

Volendo spezzare una lancia a favore degli Stati Uniti, trascrivo qui di seguito tradotto quanto pubblicato dalla Casa Bianca: “ULTIM’ORA – La Casa Bianca chiede commenti pubblici sulla Strategia Nazionale per l’IA (6 febbraio 2025)

👉🏼 L’Ufficio per la Politica Scientifica e Tecnologica della Casa Bianca ha lanciato una Richiesta di Informazioni per lo Sviluppo di un Piano d’Azione sull’Intelligenza Artificiale (IA). 📑 “Attraverso questa Richiesta di Informazioni (RFI), OSTP e l’Ufficio Nazionale per la Ricerca e lo Sviluppo delle Tecnologie dell’Informazione e delle Comunicazioni cercano il contributo del pubblico, comprese le università, i gruppi industriali, le organizzazioni del settore privato, i governi statali, locali e tribali, e qualsiasi altra parte interessata, su azioni prioritarie che dovrebbero essere incluse nel Piano.”

“L’amministrazione Trump è impegnata a garantire che gli Stati Uniti siano il leader indiscusso nella tecnologia dell’IA” – “Questo Piano d’Azione per l’IA è il primo passo per garantire e rafforzare il dominio americano nell’IA, e non vediamo l’ora di incorporare i commenti del pubblico e le idee innovative” ha dichiarato Lynne Parker, primo Vicedirettore dell’Ufficio per la Politica Scientifica e Tecnologica (OSTP). Anche il popolo potrà dire la sua.


I pericoli di una guerra tra Israele e Giordania

di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.

Una guerra tra Israele e Giordania rimane uno scenario improbabile ma potenzialmente catastrofico. Dal trattato di pace del 1994, i due Paesi hanno mantenuto una cooperazione diplomatica e di sicurezza, rendendo un conflitto armato poco realistico. Tuttavia, il Medio Oriente è una regione dove le tensioni possono degenerare rapidamente, e in caso di guerra, le conseguenze sarebbero profonde, andando ben oltre il campo di battaglia e ridisegnando gli equilibri regionali e globali.

Dal punto di vista militare, Israele detiene un vantaggio schiacciante. La sua forza aerea all’avanguardia, i sofisticati sistemi di difesa missilistica e le capacità di guerra cibernetica lo rendono una delle potenze militari più avanzate al mondo. L’esercito giordano, pur essendo professionale e ben addestrato, non ha la potenza offensiva e il livello tecnologico necessari per sostenere una guerra prolungata contro Israele. Sebbene il territorio montuoso della Giordania possa offrire qualche vantaggio difensivo, le sue principali città e infrastrutture sarebbero altamente vulnerabili agli attacchi aerei israeliani. D’altra parte, le città israeliane come Tel Aviv e Gerusalemme sarebbero nel raggio d’azione dei missili giordani, ma la difesa missilistica israeliana, come l’Iron Dome, riuscirebbe probabilmente a neutralizzare gran parte della minaccia.

Se una guerra dovesse scoppiare sotto un’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, lo scenario geopolitico cambierebbe radicalmente. Trump ha dimostrato in passato un sostegno incondizionato a Israele, spostando l’ambasciata americana a Gerusalemme e riconoscendo la sovranità israeliana sulle Alture del Golan. In caso di conflitto, Washington si schiererebbe quasi certamente con Israele, fornendo supporto militare, bloccando iniziative diplomatiche per moderarne le azioni e facendo pressione sulla Giordania affinché de-escalasse rapidamente. Questa posizione potrebbe incoraggiare la leadership israeliana a proseguire le operazioni belliche senza cercare una soluzione negoziata immediata, prolungando così il conflitto. Allo stesso tempo, tale politica alienerebbe ulteriormente gli alleati arabi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, mettendoli in una posizione difficile: da un lato il sostegno diplomatico alla Giordania, dall’altro la necessità di preservare le proprie relazioni con Israele.

Le conseguenze economiche di un tale conflitto sarebbero devastanti. La Giordania, già dipendente dagli aiuti esteri e dalla cooperazione economica con Israele, subirebbe danni enormi, con la distruzione delle infrastrutture e il collasso del commercio. Israele, pur avendo un’economia più solida, vedrebbe comunque una forte instabilità nei mercati, un crollo del turismo e possibili interruzioni nei settori tecnologico e della difesa. Se il conflitto si espandesse, le ripercussioni si farebbero sentire anche sul mercato globale del petrolio, causando un’impennata dei prezzi e nuove turbolenze economiche. Oltre agli effetti militari ed economici, uno degli aspetti più preoccupanti di un conflitto tra Israele e Giordania sarebbe la recrudescenza del terrorismo internazionale.

La storia ha dimostrato come la guerra e l’instabilità in Medio Oriente rappresentino un terreno fertile per i gruppi jihadisti, e una guerra tra questi due Paesi potrebbe aprire la strada a nuove offensive terroristiche. L’ISIS-K, già in espansione, potrebbe approfittare del caos per rafforzarsi e lanciare attacchi sia in Israele che in Giordania, utilizzando il conflitto come strumento di propaganda e reclutamento.

Inoltre, il rischio di attentati in Europa, negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali aumenterebbe, alimentato dalla radicalizzazione generata dal conflitto. L’eventualità di una nuova ondata di terrorismo globale costringerebbe i governi a rivedere le loro strategie di sicurezza e a destinare ingenti risorse alla lotta contro il jihadismo. Gli esiti possibili di un tale conflitto sono diversi. Uno scenario relativamente contenuto potrebbe portare a un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti o da potenze regionali come l’Arabia Saudita e l’Egitto.

Tuttavia, se la guerra si prolungasse e altri attori esterni, come l’Iran, Hezbollah e le fazioni palestinesi, vi prendessero parte, il rischio di una più ampia escalation regionale diventerebbe concreto. La Giordania stessa potrebbe affrontare un periodo di grave instabilità politica, con il regime hashemita indebolito dal conflitto e minacciato da proteste interne o persino da un colpo di stato. Nel peggiore dei casi, la guerra potrebbe segnare l’inizio di una nuova era di caos nel Medio Oriente, rafforzando le organizzazioni estremiste e ridefinendo le alleanze regionali. Alla fine, una guerra tra Israele e Giordania sarebbe disastrosa per entrambi i Paesi e per l’intera regione.

I costi strategici, economici e di sicurezza supererebbero di gran lunga qualsiasi possibile vantaggio, rendendo un conflitto su vasta scala altamente improbabile. Tuttavia, la storia ha dimostrato che errori di calcolo politici, provocazioni esterne o cambiamenti nelle alleanze possono portare nazioni apparentemente stabili verso la guerra. Anche se un conflitto aperto tra Israele e Giordania resta poco plausibile, il rischio di tensioni al confine, scontri indiretti e crisi diplomatiche non deve essere sottovalutato. L’unica vera soluzione rimane il dialogo e l’impegno diplomatico, perché l’alternativa—a un conflitto dalle conseguenze imprevedibili e devastanti—sarebbe una tragedia per l’intero Medio Oriente.


L’espansione nucleare cinese e il dilemma strategico dell’India.

di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.

Il recente rapporto dell’United States Peace Institute, “Assessing India’s Perceptions of China’s Nuclear Expansion”, getta nuova luce sulle crescenti preoccupazioni di Nuova Delhi riguardo all’ampliamento dell’arsenale nucleare cinese. Mentre Pechino rafforza il proprio deterrente strategico, l’India si trova ad affrontare un dilemma cruciale: come rispondere senza innescare una pericolosa corsa agli armamenti?

Secondo il rapporto, gli esperti indiani ritengono che l’espansione cinese sia guidata non solo da necessità di sicurezza, ma anche dal desiderio di consolidare il proprio status di superpotenza. La costruzione di nuovi silos missilistici e il rafforzamento delle capacità di secondo attacco rientrano in una strategia più ampia volta a contrastare gli Stati Uniti, con ripercussioni dirette anche sull’Asia meridionale. Questa evoluzione del panorama nucleare spinge l’India a riesaminare la propria dottrina di “No First Use” (NFU), che finora ha garantito stabilità ma potrebbe risultare obsoleta di fronte a una Cina più assertiva. Inoltre, l’approfondirsi del partenariato sino-pakistano in materia di difesa nucleare aggiunge un ulteriore livello di complessità, alimentando il timore di un doppio fronte strategico. La stretta cooperazione tra Pechino e Islamabad rappresenta una sfida significativa per Nuova Delhi, poiché potrebbe consentire al Pakistan di rafforzare il proprio arsenale con il supporto tecnologico cinese.

Questo scenario complica ulteriormente la posizione dell’India, che deve gestire contemporaneamente due rivali nucleari con una crescente coordinazione strategica. A livello diplomatico, Nuova Delhi deve affrontare una sfida difficile: mantenere un dialogo costruttivo con Pechino senza apparire debole agli occhi dei propri alleati e della comunità internazionale. L’India ha già intensificato i propri rapporti con il Quadrilateral Security Dialogue (QUAD), un’alleanza informale con Stati Uniti, Giappone e Australia, per contrastare l’influenza cinese nella regione Indo-Pacifica. Tuttavia, questa strategia potrebbe aumentare le tensioni con Pechino, portando a una maggiore instabilità geopolitica. Un altro aspetto da considerare è il contesto più ampio dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), un gruppo che, pur rappresentando una piattaforma di cooperazione economica e politica tra potenze emergenti, è segnato da tensioni latenti. In particolare, la crescente asimmetria di potere tra India e Cina mina la coesione interna del gruppo, con Pechino che cerca di affermarsi come leader, spesso in contrasto con gli interessi strategici di Nuova Delhi.

Un altro fattore da considerare è il ruolo della deterrenza convenzionale. Sebbene l’India disponga di un arsenale nucleare credibile, la capacità di rispondere efficacemente a eventuali provocazioni cinesi dipende anche dalla modernizzazione delle forze armate convenzionali. L’incremento del budget per la difesa e l’acquisto di nuove tecnologie militari sono passi essenziali per garantire la sicurezza del paese senza ricorrere esclusivamente alla minaccia nucleare. Inoltre, l’India deve valutare la possibilità di rafforzare la propria presenza navale nell’Oceano Indiano, un’area strategicamente cruciale dove la Cina sta ampliando la sua influenza attraverso la Belt and Road Initiative e le basi militari nei paesi vicini. Allo stesso tempo, l’India deve affrontare il problema della proliferazione nucleare nella regione.

La cooperazione tra Cina e Pakistan in ambito nucleare desta notevoli preoccupazioni, soprattutto per il rischio che la tecnologia avanzata venga trasferita a gruppi non statali o utilizzata per scopi offensivi. Un rafforzamento della sicurezza alle frontiere e delle capacità di intelligence sarà fondamentale per prevenire potenziali minacce asimmetriche. Inoltre, Nuova Delhi deve lavorare a stretto contatto con i propri alleati per sviluppare strategie di contenimento e ridurre il rischio di instabilità regionale. Per evitare un’escalation, l’India deve bilanciare deterrenza e diplomazia. Rafforzare le proprie capacità missilistiche e di difesa senza compromettere il dialogo con Pechino sarà essenziale per garantire la sicurezza regionale.

Il mondo assiste a una trasformazione degli equilibri strategici, e la risposta di Nuova Delhi definirà il futuro della stabilità in Asia. Nel lungo periodo, la sfida più grande sarà quella di trovare un equilibrio tra la sicurezza nazionale e la cooperazione internazionale, evitando di cadere in una spirale di competizione nucleare senza fine. In definitiva, la strategia dell’India nei confronti dell’espansione nucleare cinese dovrà essere multidimensionale, combinando deterrenza, diplomazia e modernizzazione delle capacità difensive. Solo attraverso un approccio strategico complessivo sarà possibile affrontare questa sfida con successo, mantenendo la pace e la stabilità nella regione. La capacità di Nuova Delhi di gestire la crescente pressione strategica della Cina e del Pakistan definirà non solo il futuro della sicurezza indiana, ma anche l’equilibrio generale dell’Asia nel XXI secolo.


Dazi, la strategia di Trump: “tit for tat”.

di Melissa de Teffè, dagli Stati Uniti – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense.

Mentre sabato scorso il Wall Street Journal titola: “Inizia l’effetto della più stupida guerra commerciale”, Rupert Murdoch, fondatore di News Corp e proprietario del giornale, osserva in silenzio, con un piccolo sorriso di assenso, sereno, affianco a Larry Ellison, fondatore di Oracle mentre Donald Trump firma decreti esecutivi. I due sono seduti in due poltroncine ottocentesche, a pochi metri dalla scrivania presidenziale, nell’ufficio ovale, nel cuore del potere politico. Trump, concentrato e deciso, a metà della conferenza stampa, di fronte a un gruppetto di 10 giornalisti e fotografi, li presenta seppure spieghi agli astanti che non sono lì in relazione alla sua politica commerciale, né a testimonianza dei suoi decreti.  Un messaggio inequivocabile: sono tutti dalla mia parte.

Nella carrellata di decreti esecutivi firmati, l’argomento è sempre lo stesso: “Soldi”. Spesi bene o spesi male, questo il fil rouge della tattica trumpiana che si fonda sul principio della teoria dei giochi.  Donald Trump ha adottato una strategia commerciale basata sul principio “tit for tat”, una tecnica mutuata dalla teoria dei giochi che si può tradurre in “occhio per occhio, dente per dente” o più elegantemente sul principio di reciprocità economica, con l’obiettivo di creare un equilibrio di cooperazione leale. La strategia trova le sue radici nel dilemma del prigioniero, un concetto centrale nella teoria dei giochi*.

(*In questo scenario, due prigionieri devono scegliere se collaborare o tradirsi a vicenda. La scelta ottimale sarebbe che entrambi cooperino, ma ogni prigioniero ha l’incentivo a tradire per evitare il peggior risultato. Così, l’auto-protezione attraverso la non-cooperazione porta entrambi a una posizione subottimale. La teoria del “tit for tat”, elaborata da Robert Axelrod e Alvin Rapoport, è una delle soluzioni più efficaci al dilemma del prigioniero, soprattutto in interazioni ripetute. Secondo Rapoport, la chiave del successo di questa strategia è la sua semplicità: iniziare con la cooperazione e poi rispondere con una reazione speculare a ogni interazione successiva).

Adottando un approccio simile che persegue questo sistema, “in teoria” Trump, potrebbe nel contesto globale, avviare a un’escalation dannosa, soprattutto se venisse a mancare un sistema di fiducia reciproca supportato da un dialogo aperto e continuativo. In un mondo globalizzato, dove la cooperazione sarebbe l’approccio più vantaggioso per il medio e lungo termine, l’adozione della strategia “tit for tat” può risultare controproducente, poiché non favorisce la creazione di alleanze durature, ma alimenta una competizione senza fine, esattamente come nel dilemma del prigioniero. Però, se si guarda allo scenario negoziale, e quindi diciamo, nella versione “pratica”, dobbiamo guardare non solo le tariffe, ma è imperativo includere tutte quelle tematiche che nelle relazioni con Cina, Messico e Canada entrano in gioco, e che hanno un valore e un’importanza finanziaria per gli Stati Uniti enormi: l’immissione di fentanyl, l’immigrazione terroristica, criminale e la tratta umana. Ecco, quindi, che le tariffe o altre misure commerciali punitive, hanno un peso e assumono un significato diverso. Con l’introduzione di dazi elevati su una serie di beni, tra cui acciaio e alluminio, il presidente, vuole da un lato riequilibrare la bilancia commerciale, che al momento, dice essere in grave deficit, e dall’altro desidera obbligare questi Stati a muoversi efficacemente anche sulle altre problematiche citate, (per altro almeno con il Messico e il Canada sembra aver avuto un successo iniziale). Vediamo:

  • Messico: Le tariffe sulle importazioni messicane saranno sospese per un mese. Questo accordo è stato raggiunto dopo una conversazione con Claudia Sheinbaum, presidente del Messico, che ha promesso di allocare alla frontiera settentrionale 10.000 soldati della Guardia Nazionale per prevenire il traffico di droga, in particolare fentanyl, e per fermare il traffico umano da parte di gang organizzate. Le negoziazioni commerciali, proseguiranno con il team statunitense, guidato dal Segretario di Stato Marco Rubio, dal Segretario del Tesoro Scott Bessent e dal Segretario del Commercio Howard Lutnick, che lavoreranno insieme alle autorità messicane per affrontare questioni di sicurezza e commercio.
  • Canada: Trudeau, dopo aver parlato oggi con Trump ha pubblicato su X, di voler cooperare maggiormente per rendere i confini più sicuri. Il team negoziale canadese è guidato dal Primo Ministro Justin Trudeau e include rappresentanti di vari settori come l’automobilistico, i sindacati, l’industria e l’agricoltura. Tra i membri più noti ci sono Steve Verheul (ex capo negoziatore del Canada durante la rinegoziazione del NAFTA – National American Trade Agreement), e Kirsten Hillman (Ambasciatore del Canada negli Stati Uniti).
  • Cina: Mentre proseguono i negoziati con il Messico e il Canada, gli Stati Uniti hanno avviato anche un intenso dialogo con la Cina per affrontare le complesse questioni commerciali ancora irrisolte. In primis il dazio del 10% su tutte le importazioni cinesi, e poi il blocco dell’app TikTok, che seppure ancora aperta e usufruibile prevede per esistere, la creazione di una Joint Venture, USA 51% e Cina 49. I colloqui, condotti dal Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Katherine Tai, e dal Segretario al Commercio, Gina Raimondo, sono anche concentrati su altri temi cruciali come la protezione della proprietà intellettuale, le pratiche commerciali sleali e l’accesso reciproco ai mercati – questioni che da tempo preoccupano quasi tutte le economie occidentali. Obiettivo principale di queste trattative è ridurre le tensioni commerciali tra le due potenze, cercando di promuovere un flusso di scambi più equo. Se un accordo venisse raggiunto, le implicazioni sarebbero considerevoli, soprattutto considerando che gli Stati Uniti, nel corso degli anni, hanno delegato gran parte della loro produzione manifatturiera alla Cina.

Nel caso invece che le trattative fallissero, si rischia un ulteriore aumento dei dazi, con effetti negativi non solo sulle economie dei due paesi, ma sull’intero mercato globale, portando peraltro ad aumentare le tensioni geopolitiche, non solo tra i due paesi, ma anche a livello internazionale. Le decisioni prese durante questi negoziati influenzeranno il panorama globale del commercio internazionale.

Qualche dato alla mano pubblicato a gennaio dal Census Bureau statunitense:

Fonte: Census Bureau.

“Il deficit commerciale degli Stati Uniti in beni e servizi per novembre 2024 è stato di 78,2 miliardi di dollari, con un aumento di 4,6 miliardi rispetto ai 73,6 miliardi di ottobre. Le esportazioni sono aumentate di 7,1 miliardi, raggiungendo i 273,4 miliardi, mentre le importazioni sono salite di 11,6 miliardi, arrivando a 351,6 miliardi. Il deficit dei beni è aumentato di 5,4 miliardi, raggiungendo i 103,4 miliardi, mentre il surplus dei servizi è aumentato di 0,9 miliardi, arrivando a 25,2 miliardi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il deficit è aumentato del 13%”.   ft900.pdf

Sempre sulla traccia economica, e rilevante, Trump ha anche firmato un’ordinanza esecutiva, per la creazione del Sovereign Wealth Fund o Fondo Sovrano, (questi fondi sono uno strumento per investire il surplus delle riserve finanziarie con lo scopo di generare profitti a lungo termine). L’ordine incarica il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, e il Segretario al Commercio, Howard Lutnick, di sviluppare il piano per la creazione del fondo entro 90 giorni, con l’obiettivo di definire le strategie di finanziamento, gli approcci agli investimenti e la governance del fondo. Questo fondo sarà destinato a ottimizzare i vasti asset della nazione, attualmente valutati a 5,7 trilioni di dollari, e a generare ritorni finanziari per sostenere la sostenibilità fiscale a lungo termine, ridurre il carico fiscale e promuovere la sicurezza economica. Il fondo mira anche a rafforzare la leadership economica e strategica degli Stati Uniti. Questo progetto fa parte della visione economica presidenziale per sfruttare le risorse nazionali per la crescita futura, ispirandosi a modelli di altri paesi e di stati statunitensi che hanno propri fondi sovrani.  La sua creazione potrebbe comportare l’acquisizione di partecipazioni in aziende con contratti significativi con il governo degli Stati Uniti, come appunto nel caso di TikTok. Tuttavia, la struttura e le modalità di finanziamento del fondo non sono ancora chiare, e potrebbero richiedere l’approvazione del Congresso (Fact Sheet: President Donald J. Trump Orders Plan for a United States Sovereign Wealth Fund – The White House).

Per concludere non possiamo esimerci dal parlare del discolo del gruppo, Elon Musk. Con l’assenso del presidente, Bessent, Segretario del Tesoro, ha dato accesso a Musk al sistema di pagamento federale, che gestisce annualmente oltre 6 trilioni di dollari in benefici, sovvenzioni e rimborsi fiscali. Questa decisione consente al team di Musk, di esaminare e analizzare i pagamenti governativi. Questa decisione dà a Musk la possibilità di capire chi ha ricevuto cosa e dove sia necessario tagliare sia i pagamenti che il personale. Ci riferiamo anche e soprattutto ai tagli di sovvenzioni inutili o citando Trump “senza senso”. Musk ha così annunciato oggi la chiusura dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale – USAID. “La stiamo chiudendo “- l’agenzia), confermando che il presidente Donald Trump concorda con questa decisione. Gli impiegati di USAID sono stati istruiti a non andare in ufficio, riferendosi alla sede centrale in Washington, e l’accesso ai sistemi informatici dell’agenzia è stato chiuso per paura di sabotaggi interni. Questa decisione ha suscitato preoccupazioni tra i legislatori democratici, che accusano Trump e Musk di abuso di potere e di minare la politica estera degli Stati Uniti. USAID è stata fondata nel 1961 con l’obiettivo di fornire assistenza allo sviluppo e umanitaria in tutto il mondo. La sua chiusura rappresenta un cambiamento significativo nella politica estera degli Stati Uniti. Durante una conferenza stampa, sempre oggi, della portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, rispondendo alla domanda sul perché USAID venisse chiusa, la sua risposta ci ha sbalorditi con un elenco breve di esempi di dove fossero stati spesi i soldi dei contribuenti: $1.5 milioni per promuovere DEI (diversity, equality, inclusion, un programma federale che garantirebbe pari opportunità a tutte le persone, indipendentemente da razza, genere, etnia, orientamento sessuale o altre caratteristiche individuali e non sulla meritocrazia, che secondo il decreto presidenziale del 20 gennaio che chiude tutte le agenzie DEI, è la causa prima del malfunzionamento generale) nei luoghi di lavoro in Serbia; $70,000 per la produzione di un musical DEI in Irlanda, $47,000 per un’opera transgender in Colombia e $32,000 per un fumetto transgender in Perù. Ha criticato queste spese come sprechi di denaro dei contribuenti e ha sottolineato che Elon Musk è stato incaricato dal presidente Trump di porre fine a tali sprechi.


L’Italia in prima linea nel Sahel: sfide e opportunità dopo il ritiro francese.

di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.

Dopo il ritiro dell’ultima presenza francese, l’Italia rimane l’unico paese europeo con una presenza rilevante nel Sahel. Una situazione che apre a diverse opportunità, ma che pone anche diverse sfide che Roma dovrà affrontare con una strategia il più possibile integrata. L’Italia ha infatti una presenza militare significativa nell’Africa subsahariana, con diverse missioni volte a garantire sicurezza, contrastare il terrorismo e sostenere la stabilità della regione. Queste missioni vedono Roma impegnata in Niger, Ciad, Gibuti, Somalia e nel Golfo di Guinea, sia attraverso operazioni bilaterali sia nel contesto di missioni UE, NATO e ONU. L’Italia ha una presenza militare in Niger nell’ambito della missione “MISIN” (Missione Bilaterale di Supporto nella Repubblica del Niger), avviata nel 2018 con l’obiettivo di supportare le autorità locali nella lotta al terrorismo, al traffico di esseri umani e al crimine organizzato. L’operazione si inquadra in un più ampio impegno dell’Italia nel Sahel, volto a garantire stabilità e sicurezza nella regione, contrastando le minacce che possono avere ripercussioni anche sull’Europa, come il flusso migratorio irregolare.

La missione italiana in Niger

La missione italiana in Niger prevede principalmente attività di addestramento e formazione delle forze di sicurezza locali, con lo scopo di migliorare le loro capacità operative. I militari italiani, appartenenti a diverse unità delle Forze Armate, forniscono corsi su tecniche di combattimento, operazioni speciali, sorveglianza e gestione delle frontiere. Inoltre, il supporto logistico e sanitario è una componente essenziale dell’operazione. Il contingente italiano in Niger è composto da alcune centinaia di unità, con la possibilità di impiegare fino a 470 militari, 130 veicoli e mezzi aerei per esigenze logistiche e di ricognizione. L’Italia ha stabilito la sua base operativa a Niamey, la capitale del Niger, collaborando con le autorità locali e con altri partner internazionali, tra cui Stati Uniti e in passato la Francia. L’operazione si inserisce anche in un contesto più ampio di cooperazione tra Italia e Niger, che comprende iniziative di sviluppo, aiuti umanitari e investimenti per migliorare le condizioni economiche e sociali del paese africano. Tuttavia, la situazione politica in Niger è instabile, con il recente colpo di Stato del 2023 che ha portato alla revisione delle relazioni tra il governo nigerino e gli stati occidentali, incluso l’Italia.

Nonostante le incertezze geopolitiche, la missione italiana in Niger rappresenta un tassello importante nella strategia di difesa e sicurezza dell’Italia nel Sahel, contribuendo alla stabilizzazione di un’area cruciale per gli equilibri geopolitici ed economici della regione e dell’Europa. Oltre al Niger, l’Italia mantiene anche una presenza militare limitata nel vicino Ciad, focalizzandosi principalmente su attività di collegamento, addestramento e supporto alle missioni internazionali presenti nella regione del Sahel. Questo impegno si inserisce in un contesto più ampio di cooperazione multilaterale finalizzata al contrasto del terrorismo, alla stabilizzazione dell’area e al rafforzamento delle capacità delle forze di sicurezza locali. L’attività italiana si sviluppa in sinergia con le operazioni condotte da organizzazioni internazionali come l’Unione Europea, le Nazioni Unite e il G5 Sahel, fornendo supporto strategico e operativo attraverso la condivisione di intelligence, l’addestramento delle forze armate locali e il coordinamento con altri contingenti militari presenti nell’area. Infine, l’Italia partecipa a iniziative volte a migliorare la sicurezza delle frontiere del paese, prevenire il traffico di armi e contrastare la radicalizzazione, elementi chiave per la stabilità del Ciad e dell’intero Sahel.

L’approccio italiano

L’approccio italiano si distingue per una forte attenzione alla cooperazione civile-militare, promuovendo non solo la sicurezza, ma anche lo sviluppo e la resilienza delle comunità locali. L’Italia dispone poi di una base militare a Gibuti, la Base Militare Italiana di Supporto (BMIS), operativa dal 2013. Situata in una posizione strategica nel Corno d’Africa, la BMIS funge da hub logistico e operativo, sviluppando capacità di intelligence, per le forze armate italiane impegnate in missioni nella regione dell’Africa orientale e nell’Oceano Indiano. Questa base rappresenta un’infrastruttura chiave per il supporto delle operazioni di contrasto alla pirateria marittima, contribuendo alla sicurezza delle rotte commerciali e al pattugliamento delle acque internazionali. Inoltre, fornisce supporto logistico e operativo a diverse missioni italiane ed europee nella regione, tra cui la partecipazione italiana alle operazioni EUNAVFOR Atalanta (contro la pirateria nel Golfo di Aden) e EUTM Somalia, dedicata all’addestramento delle forze armate somale.

La presenza della BMIS consente inoltre il rapido dispiegamento di unità italiane in caso di emergenze o crisi nell’area, rafforzando il ruolo dell’Italia nella sicurezza e stabilizzazione del Corno d’Africa. La base ospita personale militare e infrastrutture di supporto avanzate, permettendo la manutenzione dei mezzi, il rifornimento e l’assistenza alle forze italiane e alle missioni alleate. Oltre agli aspetti militari, la BMIS rappresenta anche un punto di cooperazione con le autorità locali gibutiane, contribuendo a rafforzare le relazioni diplomatiche tra Italia e Gibuti e a sostenere iniziative di sicurezza regionale, stabilità e sviluppo. Naturalmente, l’Italia mantiene una presenza significativa in Somalia, contribuendo attivamente alla sicurezza e alla stabilizzazione del paese attraverso due principali missioni internazionali. Si tradda di EUTM Somalia (European Union Training Mission in Somalia): una missione dell’Unione Europea attiva dal 2010, finalizzata all’addestramento e alla formazione dell’Esercito Nazionale Somalo (SNA) per rafforzarne le capacità operative e consentire al governo somalo di affrontare minacce alla sicurezza interna, in particolare quelle rappresentate dal gruppo terroristico Al-Shabaab.

Gli istruttori militari italiani: strumento politico

L’Italia svolge un ruolo di primo piano in questa missione, fornendo istruttori militari, consulenti e supporto strategico. Il personale italiano è impegnato nella formazione di ufficiali somali su aspetti tattici, strategici e logistici, nonché nella promozione dei principi del diritto internazionale umanitario. L’obiettivo è costruire un esercito somalo professionale ed efficiente, capace di garantire la sicurezza del paese in autonomia. Oltre alla formazione militare, la missione si concentra sullo sviluppo della leadership militare somala e sul rafforzamento delle istituzioni della difesa, contribuendo alla creazione di una catena di comando e controllo più efficace. La seconda operazione, denominata Operazione Atalanta, è una missione navale dell’Unione Europea (EUNAVFOR Atalanta) avviata nel 2008, con l’obiettivo di contrastare la pirateria nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano, proteggere le navi mercantili e garantire la sicurezza delle rotte marittime strategiche. L’Italia partecipa attivamente all’operazione con unità navali, elicotteri e personale militare, svolgendo pattugliamenti e scorte a navi commerciali e umanitarie, in particolare quelle del Programma Alimentare Mondiale (WFP) dirette in Somalia.

I compiti della marina Militare

La Marina Militare Italiana ha avuto un ruolo di rilievo nella missione, contribuendo alla deterrenza della pirateria e al mantenimento della sicurezza nelle acque internazionali. L’Operazione Atalanta ha avuto un impatto significativo, riducendo drasticamente gli attacchi dei pirati e rafforzando la cooperazione tra le forze navali internazionali. L’Italia, oltre al contributo operativo, ha avuto spesso comandi di alto livello all’interno della missione, confermando il suo impegno nella sicurezza marittima globale. Oltre alla partecipazione a queste missioni, l’Italia mantiene forti legami storici e diplomatici con la Somalia, un paese che è stato colonia italiana fino alla metà del XX secolo. L’impegno italiano va oltre l’aspetto militare e include cooperazione allo sviluppo, supporto umanitario e iniziative per la stabilizzazione politica.

Attraverso le missioni EUTM Somalia e Operazione Atalanta, l’Italia contribuisce in modo significativo alla sicurezza e alla stabilità del Corno d’Africa, consolidando il proprio ruolo come attore chiave nelle operazioni internazionali della regione. Infine, con l’Operazione Gabinia, l’Italia si è impegnata a rafforzare la sicurezza marittima nel Golfo di Guinea, un’area cruciale per il traffico internazionale di petrolio e merci, ma anche una delle zone più colpite dalla pirateria marittima. L’invio di unità navali italiane mira a contrastare gli atti di pirateria, proteggere le navi commerciali (in particolare quelle battenti bandiera italiana) e garantire la sicurezza delle infrastrutture marittime essenziali per gli interessi economici globali. Tutte queste operazioni si inseriscono in un contesto più ampio di impegno italiano nella regione, che include cooperazione economica, militare e diplomatica con diversi paesi dell’Africa occidentale.

L’Italia sta cercando di sviluppare partnership strategiche che comprendano iniziative di sviluppo, aiuti umanitari e investimenti per migliorare le condizioni economiche e sociali dei paesi coinvolti, contribuendo così alla loro stabilità e alla riduzione delle cause profonde di instabilità e migrazione forzata. Tra le principali aree di intervento figurano la formazione delle forze di sicurezza locali, il controllo delle frontiere, il contrasto ai traffici illeciti (droga, armi, esseri umani) e la lotta al terrorismo jihadista, che rappresenta una minaccia crescente nella regione del Sahel. In particolare, il rafforzamento delle capacità di sicurezza e intelligence locali è cruciale per contrastare gruppi estremisti come Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), Boko Haram e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS), che sfruttano le fragilità istituzionali e le tensioni etniche per espandere la loro influenza.

Mosca e Pechino: una sfida?

Un ulteriore obiettivo che l’Italia dovrà perseguire con maggiore decisione in futuro riguarda la contenzione della crescente penetrazione geopolitica di Russia e Cina nella regione. Mosca ha rafforzato la propria presenza militare e politica attraverso l’azione dei gruppi paramilitari, come il Wagner Group, offrendo supporto ai regimi autoritari e alle giunte militari in cambio di risorse naturali e basi strategiche.

Pechino, invece, continua a espandere la sua influenza economica tramite ingenti investimenti infrastrutturali e finanziari, spesso attraverso il meccanismo del debito che vincola i governi locali agli interessi cinesi. Di fronte a questi sviluppi, l’Italia, in coordinamento con gli Stati Uniti e i gli altri partner NATO, dovrà rafforzare la propria presenza politico-militare, intensificare la cooperazione con i governi locali e promuovere modelli di sviluppo alternativi, basati sulla sostenibilità e sull’autodeterminazione economica dei paesi africani.

L’impegno italiano in Africa occidentale si configura quindi sempre più come un delicato equilibrio tra sicurezza, diplomazia, cooperazione allo sviluppo e protezione degli interessi strategici nazionali ed europei.