Il dilemma della difesa europea: perché PESCO e altre iniziative non riescono mai a dare risultati
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.
L’Unione Europea ha sempre
aspirato a rafforzare la sua sicurezza collettiva e l’autonomia strategica.
Negli ultimi anni, iniziative come la Cooperazione Strutturata Permanente
(PESCO), il Fondo europeo per la difesa (EDF) e la Revisione annuale coordinata
sulla difesa (CARD) sono state lanciate per potenziare le capacità di difesa
europee. Tuttavia, queste iniziative, pur essendo simbolicamente significative,
non sono riuscite a dare all’Europa un framework per la sicurezza coerente ed
efficace. Con l’aumento delle tensioni geopolitiche, in particolare con una
Russia sempre più aggressiva e l’instabilità in corso in Medio Oriente e Nord
Africa, è giunto il momento per l’Europa di riconoscere i difetti fondamentali
nel suo attuale approccio alla difesa e considerare soluzioni più radicali.
Ad oggi, la Cooperazione
Strutturata Permanente (PESCO) continua a essere il quadro di riferimento dell’Unione
Europea per approfondire la collaborazione in ambito difensivo tra i suoi Stati
membri. Dalla sua creazione nel 2017, PESCO si è estesa includendo oggi 26
paesi che lavorano collettivamente su 68 progetti volti a migliorare le
capacità militari e l’interoperabilità. Nel novembre 2024, il Consiglio
dell’Unione Europea ha approvato le conclusioni della revisione strategica di
PESCO, riaffermando il suo ruolo centrale nel promuovere la cooperazione nell’ambito
della difesa. La revisione ha messo in luce la necessità di adattare PESCO al
mutato panorama geopolitico e ha evidenziato l’importanza di affrontare le
sfide esistenti per potenziarne l’efficacia.
Nonostante questi sforzi,
PESCO continua comunque ad avere limiti significativi. Molti progetti hanno
subito ritardi a causa di una pianificazione finanziaria e opertativa insufficiente,
portando a discussioni sul rilancio o l’abbandono di iniziative poco
performanti. Inoltre, gli interessi nazionali divergenti e le diverse
interpretazioni dell’autonomia strategica tra gli Stati membri hanno ostacolato
il raggiungimento di un livello accettabile di coesione. Ad esempio, la Polonia
ha espresso preoccupazioni sul fatto che PESCO potrebbe minare la NATO o
indebolire la cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati Uniti,
entrambi vitali per la sicurezza del fianco orientale della NATO.
Per aumentare l’efficacia
di PESCO, l’UE ha lanciato diversi progetti aperti alla partecipazione di terzi
rispetto all’Unione. In particolare, Canada, Norvegia e Stati Uniti sono
coinvolti nel progetto “Mobilità Militare” dal dicembre 2021, con il
Regno Unito che si è unito nel novembre 2022. Il Canada è stato anche invitato
a partecipare, a partire da febbraio 2023, al progetto di creazione di una rete
di hub logistici in Europa e supporto alle operazioni. Questa inclusione mira a
sfruttare competenze e risorse esterne per rafforzare le iniziative PESCO.
Nell’agosto 2024, la Svizzera ha ottenuto l’approvazione per partecipare a due
progetti PESCO: “Mobilità Militare” e “Cyber Ranges
Federation”. Questa apertura è volta a potenziare le capacità di difesa
nazionale della Svizzera, pur rispettando i suoi obblighi di neutralità.
Guardando al futuro, la
revisione strategica in corso di PESCO, prevista per concludersi entro la fine
del 2025, offre un’opportunità per rimodellare il quadro per affrontare meglio
le sfide di sicurezza contemporanee. La revisione mira a rivitalizzare PESCO
affinando i suoi obiettivi, migliorando la gestione dei progetti e garantendo
che gli sforzi collaborativi portino a concreti avanzamenti militari. In
sintesi, sebbene PESCO abbia fatto progressi nel promuovere la cooperazione in
ambito difensivo all’interno dell’UE, continua a fare i conti con inefficienze
burocratiche, priorità nazionali divergenti e livelli variabili di impegno tra
gli Stati membri. La valutazione dei risultati della revisione strategica e dell’inclusione
di partecipanti terzi saranno cruciali per determinare l’efficacia futura di
PESCO nel rafforzare la postura difensiva dell’Europa.
Allo stesso modo, il
Fondo europeo per la difesa (EDF), istituito nel 2017, è uno strumento
fondamentale per rafforzare la ricerca e l’innovazione nel settore della difesa
dell’Unione Europea. Per il periodo 2021-2027, l’EDF ha ricevuto un budget di
circa 8 miliardi di euro, di cui 2,7 miliardi destinati alla ricerca difensiva
collaborativa e 5,3 miliardi destinati a progetti di sviluppo delle capacità.
Riconoscendo la necessità di potenziare le capacità di difesa, la Commissione
Europea ha proposto un sostanziale aumento dei fondi per la difesa. Nel marzo
2025, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato
piani per un fondo di difesa da 150 miliardi di euro, volto a incoraggiare gli
Stati membri a investire in capacità militari con il supporto di prestiti
sostenuti dall’UE. Questa iniziativa sottolinea l’impegno dell’UE nel
rafforzare la propria postura difensiva in risposta alle sfide geopolitiche in
evoluzione.
La Revisione Annuale
Coordinata sulla Difesa (CARD) è un altro meccanismo cruciale progettato per
armonizzare la pianificazione e gli investimenti della difesa tra gli Stati
membri dell’UE. CARD fornisce una panoramica completa del panorama della difesa
dell’UE, identificando opportunità di collaborazione e facilitando la
cooperazione. Tuttavia, il rapporto CARD del 2024 indica che, nonostante i
progressi nella spesa per la difesa e nella cooperazione, resta ampio spazio
per miglioramenti. Gli Stati membri sono incoraggiati a prendere azioni
decisive per mantenere gli investimenti e migliorare l’efficienza delle loro
forze armate.
In aggiunta all’EDF e al
CARD, numerose altre iniziative e agenzie difensive europee contribuiscono al
potenziamento delle capacità di difesa dell’Unione Europea. Istituita nel 2004,
l’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) supporta gli Stati membri dell’UE nel
migliorare le loro capacità di difesa attraverso la cooperazione europea.
Agendo come facilitatore per progetti difensivi collaborativi, l’EDA funge da
centro per la cooperazione nella difesa europea, coprendo una vasta gamma di
attività legate alla difesa.
La Politica Comune di
Sicurezza e Difesa (CSDP) è il quadro dell’UE per la difesa e la gestione delle
crisi, formando una componente principale della Politica Estera e di Sicurezza
Comune (CFSP) dell’UE. La CSDP consente all’UE di intraprendere missioni
operative al di fuori dei suoi confini, utilizzando sia risorse civili che
militari per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti
e il rafforzamento della sicurezza internazionale. L’UE sta anche esplorando lo
sviluppo di una nuova rete satellitare per ridurre la dipendenza
dall’intelligence militare degli Stati Uniti. Questa iniziativa mira a
migliorare la capacità dell’UE di rilevare minacce e coordinare azioni
militari, fornendo aggiornamenti più frequenti e maggiore autonomia nella raccolta
di informazioni. Queste iniziative e agenzie contribuiscono collettivamente a
un quadro difensivo europeo più integrato e robusto, affrontando le sfide di
sicurezza sia attuali che emergenti.
A complicare le sfide
affrontate da queste iniziative c’è comunque la continua dipendenza dell’UE
dalla NATO come suo principale garante della sicurezza. Mentre i leader europei
parlano spesso di “autonomia strategica”, la realtà è che l’Europa
rimane dipendente dal potere militare americano. La guerra in Ucraina ha
sottolineato il ruolo insostituibile della NATO nella sicurezza europea, con
gli Stati Uniti che forniscono la maggior parte degli aiuti militari e del
coordinamento strategico. Questa dipendenza dalla NATO crea un paradosso:
mentre l’UE desidera una maggiore indipendenza difensiva, non è disposta o in
grado di sviluppare le capacità necessarie per rendere quell’indipendenza
significativa. I tentativi di stabilire un’identità difensiva europea
credibile, come l’Iniziativa di Intervento Europea (EI2) guidata dalla Francia,
hanno fatto pochi progressi a causa delle priorità concorrenti degli Stati
membri.
Per affrontare queste
carenze, l’Europa deve riconsiderare la sua strategia di difesa con soluzioni
audaci e pragmatiche. In primo luogo, è necessaria un’autentica volontà di
spesa per la difesa. L’UE dovrebbe stabilire obiettivi vincolanti di
investimento in difesa, simili all’aumento della richiesta di PIL della NATO.
ReArm Europe è un passo nella giusta direzione, ma un bilancio militare comune
europeo, finanziato attraverso meccanismi a livello UE, potrebbe aiutare a
superare la frammentazione nell’acquisto di armamenti e nello sviluppo delle
capacità.
In secondo luogo,
dobbiamo capire che la creazione di un esercito europeo pienamente integrato è
stata a lungo considerata politicamente irrealizzabile a causa delle
preoccupazioni sulla sovranità nazionale e della complessità nell’allineare
strutture militari diversificate. Tuttavia, gli sviluppi recenti indicano un
cambiamento verso capacità difensive europee più coese. Nel marzo 2022, l’UE ha
introdotto lo strumento dello Strategic Compass, delineando la creazione di una
Capacità di Dispiegamento Rapido (RDC) entro il 2025. Questa forza modulare
mira a mobilitare fino a 5.000 persone, incorporando i battaglioni modificati
dell’UE e forze aggiuntive degli Stati membri.
Il presidente francese
Emmanuel Macron è da sempre un sostenitore vocale del rafforzamento dei
meccanismi di difesa dell’UE. Nell’aprile 2024, ha proposto l’istituzione di
una Forza di Reazione Rapida Europea entro il 2025, sottolineando la necessità
di un'”Iniziativa di Difesa Europea” per sviluppare concetti
strategici e capacità, in particolare nella difesa aerea e nelle operazioni a
lungo raggio. Nonostante queste iniziative, permangono numerosi problemi.
Nazioni come la Germania affrontano difficoltà nel reclutare e preparare le
loro forze armate, soprattutto tra le giovani generazioni che potrebbero dare
priorità all’equilibrio tra vita lavorativa e impegni militari. Nazioni come
l’Italia non si fidano della Francia, riconoscendo che molto spesso le priorità
strategiche e gli interessi nazionali di Parigi divergono da quelli di Roma.
Infine, potenziare la
sicurezza dell’Europa richiede un approccio globale che integri i quadri
militari istituzionali e la preparazione civile. Sebbene l’idea di un diritto
di autodifesa a livello dell’UE simile al Secondo Emendamento degli Stati Uniti
sia culturalmente e giuridicamente complessa, l’Europa ha avviato iniziative
per rafforzare la resilienza e la preparazione civile.
In conclusione,
l’ambiente di sicurezza dell’Europa sta peggiorando, e le attuali iniziative di
difesa sono inadeguate per affrontare le sfide future. PESCO, l’EDF e il CARD
non sono riusciti a offrire un cammino credibile verso l’autonomia strategica.
Se l’Europa è seria nel difendersi, deve adottare soluzioni più ambiziose, tra
cui un aumento della spesa per la difesa, l’integrazione operativa e un quadro
giuridico che dia potere agli Stati e ai cittadini in materia di sicurezza. Senza
tali misure, la difesa europea rimarrà un mosaico frammentato e inefficace,
lasciando il continente vulnerabile in un mondo sempre più ostile.
AMERICA FIRST- Il piano economico dell’amministrazione Trump 2025
di Melissa de Teffé dagli Stati Uniti giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Qualche giorno
fa a New York, il ministro del Tesoro statunitense Scott Bessent ha illustrato
le principali politiche economiche del governo Trump davanti a esperti di
economia e finanza. L’obiettivo centrale è quello di superare la grave crisi
finanziaria che ancora colpisce il Paese, nonostante la sua grande ricchezza.
“America First”, ha spiegato Bessent, non riguarda solo politica interna o internazionale, economia o sicurezza nazionale. È piuttosto un piano completo che punta a migliorare la vita di ogni americano attraverso tre priorità fondamentali, coordinate dal Dipartimento del Commercio e del Tesoro. La base di questo piano è una nuova politica fiscale.
Politica
interna
La parola chiave è deregolamentazione,
cioè ridurre le regole inutili nel settore finanziario per accelerare la
ripresa economica. Secondo l’amministrazione Trump, le regole attuali sono
eccessive e non sempre efficaci. Un recente decreto presidenziale obbliga le
principali autorità finanziarie (Federal Reserve, FDIC e OCC) a far revisionare
le proprie regole dall’Ufficio di Gestione e Bilancio, per garantire più
controllo e responsabilità.
Secondo
Bessent, la crisi bancaria del 2023, in particolare il fallimento della Silicon
Valley Bank, è nata proprio a causa della scarsa supervisione. Chi doveva
controllare non ha compreso in tempo i rischi che la banca stava assumendo, e
non è intervenuto con decisione per risolverli.
L’agenda del
governo prevede quindi una revisione completa delle priorità nella supervisione
bancaria. La cultura delle banche deve cambiare: meno attenzione alla
burocrazia formale e più concentrazione sui rischi reali. Questo cambiamento
sarà promosso dal Financial Stability Oversight Council (FSOC) e dal Working
Group on Financial Markets, creando un migliore dialogo tra le banche, i
regolatori e il Tesoro.
Secondo
Bessent, le grandi banche americane oggi soffrono di troppe regole inefficienti
e poco chiare. La sua proposta è di semplificare e aggiornare queste norme. Ad
esempio, il regolamento sul rapporto di leva finanziaria rischia di limitare
inutilmente anche l’utilizzo degli investimenti più sicuri, come i titoli di
stato americani.
Bessent si è focalizzato sul successo delle piccole banche, che ad oggi sono solo 4.000, ma svolgono un ruolo significativo nell’economia degli Stati Uniti, nonostante detengano solo il 15% degli asset e depositi d’industria. Queste banche rappresentano il 40% dei prestiti alle piccole imprese, il 70% dei prestiti agricoli e il 40% dei prestiti immobiliari commerciali. Sfortunatamente, sono state sovraccaricate, dice Bessent, da requisiti di reporting improduttivi, regolamentazioni assai gravose, che hanno poco a che fare con la riduzione del rischio finanziario materiale. Dice Bessent: “è necessario migliorare l’efficienza e l’efficacia nel nostro settore finanziario, concentrandoci su attività domestiche sottoscritte, riducendo l’indebitamento del settore pubblico e facendo leva sul settore privato. Ciò comporterà una rivitalizzazione intelligente delle nostre istituzioni finanziarie regolate”.
Queste politiche economiche hanno suscitato molte critiche da diversi settori. La proposta di ridurre il deficit federale al 3% del PIL è stata accolta con preoccupazione, poiché per raggiungere questo obiettivo, sarebbero necessarie ingenti riduzioni dei programmi sociali, come Medicaid, e un aumento delle tasse sui beni importati, penalizzando le famiglie a basso e medio reddito. Inoltre il sostegno alla deregolamentazione del settore finanziario, mirato a stimolare la crescita economica, ha suscitato preoccupazioni circa l’instabilità finanziaria, simile a quella che ha preceduto la crisi del 2008. La riduzione della supervisione potrebbe aumentare i rischi legati agli eccessi del settore bancario e a un rischio sistemico maggiore, per non parlare della proposta di coordinare la politica monetaria con misure fiscali per influenzare i tassi di interesse a lungo termine. La paura è che questa politica destabilizzi i mercati finanziari.
La proposta di ridurre il deficit federale al 3% del PIL è stata accolta con preoccupazione, poiché per raggiungere questo obiettivo, sarebbero necessarie ingenti riduzioni dei programmi sociali, come Medicaid, e un aumento delle tasse sui beni importati, penalizzando le famiglie a basso/medio reddito.
Politica commerciale
Sul fronte internazionale, l’agenda economica del presidente Trump si basa su tre fattori principali: Annullare le tariffe, creando un equilibrio nel commercio internazionale tra importazioni ed esportazioni.
Riportare la produzione manifatturiera negli Stati Uniti, riducendo così la dipendenza economica da paesi esteri come Cina, Canada e Messico. Sebbene questo processo richiederà tempo, l’obiettivo è ridurre gradualmente la delocalizzazione produttiva avvenuta negli ultimi decenni.
Rivedere gli accordi commerciali e militari, integrando politica militare, economica e politica estera, anziché trattarle come ambiti separati. Secondo l’amministrazione Trump, la spesa militare, infatti, non garantisce una crescita economica sana e sostenibile. Diversi economisti sostengono questa visione, tra cui James K. Galbraith, che considera la spesa militare improduttiva rispetto agli investimenti civili; Norman Angell, che già nel 1909 spiegava nel suo saggio “La grande illusione” che il potere militare non genera benessere economico duraturo; e John Maynard Keynes, che nella sua “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” evidenziava come le spese pubbliche produttive siano preferibili rispetto alla costruzione di armamenti per sostenere una crescita economica stabile.
Secondo l’amministrazione Trump, la spesa militare non garantisce una crescita economica sana e sostenibile. In quest’ottica, gli Stati Uniti non intendono più sovvenzionare altri paesi Nato, concentrando invece le risorse verso lo sviluppo produttivo interno e nuove relazioni commerciali.
In quest’ottica, gli Stati Uniti non intendono più sovvenzionare altri paesi Nato, concentrando invece le risorse verso lo sviluppo produttivo interno e nuove relazioni commerciali. Non possiamo dare torto al ministro del Tesoro quando afferma “ gli Stati Uniti sono anche consumatori di prima e ultima istanza. Questo sistema non è sostenibile”. E come stoccata alla Cina, dice: “ L’accesso a beni a basso costo non è l’essenza del sogno americano. Il sogno americano riguarda la mobilità sociale, la sicurezza economica e l’opportunità di raggiungere la prosperità. Le relazioni economiche internazionali che non funzionano per il popolo americano devono essere riesaminate. Questo è ciò che le tariffe sono progettate per affrontare: livellare il campo di gioco affinché il sistema commerciale internazionale premi l’ingegnosità, la sicurezza, lo stato di diritto e la stabilità, invece di sopprimere i salari, manipolare le valute, rubare proprietà intellettuali e introdurre regolamenti draconiani. Gli Stati Uniti risponderanno a pratiche dannose, incluse leggi ingiuste, politiche governative che minano la concorrenza globale e manipolazione delle valute”.
Ancora una volta Trump e Bessent hanno definito impropriamente queste multe come “tariffe”. L’Unione Europea ha sanzionato Google per pratiche anticoncorrenziali relative al suo servizio di shopping online, accusandola di privilegiare i propri prodotti rispetto a quelli della concorrenza, limitando così la libertà di scelta dei consumatori.
L’accesso a beni a basso costo non è l’essenza del sogno americano. Il sogno americano riguarda la mobilità sociale, la sicurezza economica e l’opportunità di raggiungere la prosperità.
Scott Bessent, segretario al Tesoro statunitense
In realtà, si tratta di sanzioni
applicate sulla base di precise normative europee a tutela della privacy e
della libera concorrenza. L’Europa, attraverso regolamenti come il Digital
Markets Act (DMA) e il Digital Services Act (DSA), ha tracciato una
netta linea di difesa—una sorta di “linea Maginot”—che limita il
potere delle grandi piattaforme digitali, impedendo loro di prevalere sugli
interessi dei singoli cittadini. Il DMA, in particolare, identifica grandi
aziende tecnologiche come Alphabet (Google), Amazon, Apple, ByteDance, Meta e
Microsoft, definendole “gatekeeper” e imponendo loro obblighi
specifici per garantire un mercato equo e competitivo.
Parlando poi di sicurezza militare Bessent afferma: “La sicurezza economica è la sicurezza nazionale. Questo è evidente nelle azioni di sanzione del Tesoro degli Stati Uniti. Nel suo discorso dello scorso settembre, il presidente Trump ha espresso il suo parere che l’uso eccessivo delle sanzioni potrebbe influenzare la supremazia del dollaro. Sono d’accordo e aggiungo che, come l’uso eccessivo di antibiotici, l’obiettivo diventa immune e muta. Le sanzioni che non sono monitorate con attenzione creano semplicemente nuovi mercati che devono essere sanzionati a loro volta, e il ciclo continua. Un fattore importante che ha permesso alla macchina da guerra russa di continuare è stata la debolezza delle sanzioni sull’energia russa da parte dell’amministrazione Biden, causata dalle preoccupazioni per l’aumento dei prezzi dell’energia negli Stati Uniti durante una stagione elettorale. Questa amministrazione ha mantenuto in atto le sanzioni potenziate e non esiterà ad andare fino in fondo se ciò fornirà leva nelle negoziazioni di pace. La guida del presidente Trump sulle sanzioni è chiara: saranno utilizzate in modo esplicito e aggressivo per un impatto massimo e saranno monitorate con attenzione per garantire che raggiungano obiettivi specifici.”
Sebbene il piano economico “America First” abbia il merito di riportare l’attenzione sulla centralità dell’economia domestica, alcuni suoi aspetti andrebbero rivisti con cautela per evitare conseguenze indesiderate sul piano economico e sociale, sia nazionale che internazionale
In conclusione,
il piano economico “America First” proposto dall’amministrazione
Trump presenta alcune idee interessanti, come la volontà di riportare la
manifattura negli Stati Uniti e di semplificare alcune regolamentazioni
finanziarie considerate troppo burocratiche. Tuttavia, molte delle soluzioni
proposte, in particolare la forte deregolamentazione e la riduzione drastica
del deficit federale, sollevano preoccupazioni concrete. Da un lato, c’è il
rischio che l’allentamento delle regole bancarie possa portare nuovamente a
crisi finanziarie, come già avvenuto nel 2008 e nel 2023. Dall’altro, la
riduzione dei programmi sociali per contenere il deficit potrebbe aggravare le
disuguaglianze economiche e sociali negli Stati Uniti.
Sul fronte
internazionale, il desiderio di riportare la manifattura negli USA e rivedere i
rapporti commerciali e militari evidenzia una presa di coscienza della
vulnerabilità economica del paese, e rappresenta un tentativo ambizioso e
positivo di ridare impulso alla produzione nazionale. Tuttavia, questa
strategia richiederà tempo, investimenti mirati e relazioni diplomatiche
attente.
Infine, la
posizione di Trump e Bessent rispetto alle sanzioni europee verso le grandi
aziende tecnologiche appare semplicistica e rischia di creare inutili tensioni.
Non riconoscere la differenza tra “tariffe” e sanzioni antitrust
indica una possibile incomprensione delle normative europee, che sono volte a
tutelare la concorrenza e i diritti dei cittadini.
In sintesi,
sebbene il piano economico “America First” abbia il merito di
riportare l’attenzione sulla centralità dell’economia domestica, alcuni suoi
aspetti andrebbero rivisti con cautela per evitare conseguenze indesiderate sul
piano economico e sociale, sia nazionale che internazionale.
L’evoluzione della guerra irregolare e una roadmap per il futuro.
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.
Storicamente parlando, la
guerra irregolare (IW) è stata una costante dei conflitti, evolvendosi in
risposta a dinamiche politiche, tecnologiche e sociali in continuo cambiamento.
Nella dottrina militare degli Stati Uniti, essa è definita come “una lotta
violenta tra attori statali e non statali per la legittimità e l’influenza
sulle popolazioni di interesse” e, secondo la legge statunitense, come
“attività del Dipartimento della Difesa che non coinvolgono conflitti
armati ma supportano politiche e obiettivi militari prestabiliti degli Stati
Uniti, condotte da, con e attraverso forze regolari, forze irregolari, gruppi e
individui”. In senso più ampio, si tratta di una forma di guerra che mira
a minare il potere di un avversario attraverso tattiche asimmetriche. Oggi, la
guerra irregolare ha assunto molte forme, dalla guerriglia alle operazioni
cyber-enabled. Sebbene il dibattito moderno sulla IW sia fortemente influenzato
dalle esperienze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti, è essenziale
esaminare una gamma più ampia di casi storici e contemporanei per comprenderne
l’evoluzione e affrontare le sfide della sicurezza futura.
Nel corso della storia,
la guerra irregolare è stata l’arma della parte più debole in un conflitto, che
si trattasse di insorti contro potenze coloniali, movimenti di resistenza
contro occupazioni o attori non statali che sfidavano l’autorità statale.
Esempi precoci includono le tattiche di guerriglia impiegate dagli spagnoli
contro le forze napoleoniche nella Guerra d’Indipendenza spagnola (1808-1814) e
le strategie asimmetriche utilizzate dai gruppi indigeni contro gli eserciti
coloniali europei.
Nel XX secolo, la guerra
irregolare è diventata una caratteristica dominante dei conflitti globali,
soprattutto nelle lotte di decolonizzazione. La resistenza vietnamita contro le
forze francesi e, successivamente, contro quelle americane ha dimostrato
l’efficacia di una combinazione di tattiche di guerriglia, guerra politica e
operazioni convenzionali. Analogamente, la strategia della guerra prolungata di
Mao Zedong in Cina ha enfatizzato l’importanza della mobilitazione della
popolazione e della fusione tra ideologia politica e azione militare per
logorare un avversario più forte nel tempo.
Durante la Guerra Fredda,
entrambe le superpotenze furono coinvolte in campagne di guerra irregolare
attraverso guerre per procura, sostegno alle insurrezioni e operazioni di
controinsurrezione. L’esperienza sovietica in Afghanistan (1979-1989) e i
conflitti degli Stati Uniti in Vietnam, Iraq e Afghanistan dimostrano le
difficoltà di combattere avversari irregolari con mezzi militari convenzionali.
Questi casi evidenziano l’importanza della comprensione delle dinamiche locali,
della legittimità politica e dei limiti del potere militare nei conflitti
irregolari.
Oggi, la guerra
irregolare si è espansa oltre le insurrezioni tradizionali e i movimenti di
guerriglia per includere la guerra cibernetica, la guerra dell’informazione e
le minacce ibride. Attori non statali come l’ISIS e minacce ibride da parte di
stati, come l’uso russo di forze proxy e delle campagne di disinformazione in
Ucraina, illustrano la natura in evoluzione della guerra irregolare. Il ruolo
della tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, i droni e le
capacità informatiche, ha poi cambiato radicalmente il modo in cui la guerra
irregolare viene condotta.
Tuttavia, una carenza
critica negli studi attuali sulla guerra irregolare è il focus occidentale, che
spesso ignora le esperienze ricche e variegate di altre regioni. Ad esempio, le
strategie di guerra asimmetrica di Hezbollah contro Israele, l’uso di droni e
missili da parte degli Houthi in Yemen e l’insurrezione prolungata delle FARC
in Colombia offrono lezioni preziose sull’adattabilità e la resilienza delle
forze irregolari. Esaminare come le nazioni africane contrastano le
insurrezioni, come la lotta della Nigeria contro Boko Haram, o come l’India ha
affrontato le insurrezioni in Kashmir e nel Nord-Est, potrebbe offrire nuove
prospettive sulle strategie di controinsurrezione e stabilizzazione.
Per affrontare
efficacemente le sfide della guerra irregolare futura, è necessaria una
revisione del pensiero strategico. I responsabili politici e i militari
dovrebbero ampliare la base di conoscenza oltre le esperienze occidentali,
integrando le lezioni derivanti da conflitti globali diversificati. Le
esperienze di attori mediorientali, africani e asiatici, sia nell’insurrezione
che nella controinsurrezione, forniscono lezioni critiche di adattabilità e
resilienza. Allo stesso tempo, i progressi nell’intelligenza artificiale, nei
sistemi autonomi e nella guerra cibernetica modelleranno il futuro della guerra
irregolare. Molti attori ostili stanno infatti già integrando propaganda basata
sull’IA, deepfake e sabotaggi informatici nei loro arsenali, rendendo
essenziale lo sviluppo di contromisure e strategie proattive.
Come la storia ha
dimostrato, la guerra irregolare non riguarda solo la forza militare, ma anche
la vittoria nelle battaglie politiche e sociali. Le future strategie devono
integrare la guerra politica, le operazioni di informazione e gli strumenti
economici per contrastare efficacemente gli avversari. Con l’aumento delle
minacce ibride che fondono tattiche convenzionali, irregolari e cibernetiche,
le nazioni devono adottare un approccio alla sicurezza globale che coinvolga
collaborazione tra settori militare, civile e privato. Inoltre, è fondamentale
dare priorità alle partnership locali e alla comprensione culturale,
riconoscendo che le soluzioni ai conflitti irregolari sono spesso specifiche
del contesto. Programmi di addestramento, raccolta di intelligence e operazioni
militari dovrebbero incorporare una conoscenza profonda della cultura e della
storia locale.
Per sviluppare
efficacemente le strategie di guerra irregolare, dovrebbe essere implementata il
prima possibile una roadmap strutturata. Tale roadmap dovrebbe iniziare con una
fase dedicata alla ricerca e all’analisi da condursi nei prossimi anni,
concentrandosi su studi approfonditi delle esperienze non occidentali e
sull’integrazione delle loro lezioni nei programmi di formazione militare e
politica. Dovrebbero essere istituiti gruppi di lavoro internazionali composti
da esperti di diverse regioni, mentre modelli predittivi basati su IA e big
data potrebbero anticipare le tendenze della guerra irregolare e le potenziali
minacce, garantendo strategie adattabili e lungimiranti.
Dopo questa fase di
ricerca, i successivi due o tre anni dovrebbero essere dedicati alla revisione
delle politiche e delle dottrine militari. Questo comporterebbe l’aggiornamento
delle linee guida operative per integrare le lezioni della guerra ibrida e
informatica, il rafforzamento dei meccanismi di condivisione dell’intelligence
tra nazioni alleate e l’affinamento dei quadri legali ed etici per affrontare
le complessità della guerra irregolare, specialmente nel cyberspazio e nelle
operazioni di informazione. Man mano che gli avversari evolvono le loro tattiche,
i responsabili politici devono garantire che i quadri giuridici rimangano
solidi ma flessibili di fronte alle nuove sfide.
Successivamente, gli
sforzi dovrebbero concentrarsi sulla costruzione delle capacità e sulla
formazione. Dovrebbero essere istituiti programmi di addestramento
specializzati che si focalizzino su studi di casi non occidentali e sulle
tattiche di guerra ibrida, preparando il personale militare e dell’intelligence
a operare in ambienti diversi. Le innovazioni tecnologiche dovrebbero essere
integrate in questi programmi, mentre partenariati tra governi, mondo
accademico e settore privato dovrebbero favorire lo sviluppo di contromisure
innovative contro le campagne di disinformazione e la propaganda digitale.
In conclusione, la guerra irregolare è una forma di
conflitto persistente ed evolutiva che richiede un adattamento continuo.
L’approccio occidentale ha fornito importanti intuizioni, ma le strategie
future devono incorporare un’ampia gamma di esperienze globali per rimanere
efficaci. Solo abbracciando questi cambiamenti, le nazioni potranno contrastare
efficacemente le minacce irregolari del futuro.
L’Alleanza dei Five Eyes e l’erosione della fiducia sotto la politica di Trump.
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.
L’Alleanza dei Five Eyes,
formata nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, è una delle reti
di condivisione di informazioni più potenti al mondo. Composta da Australia,
Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti, i Five Eyes rappresentano un
raro esempio di cooperazione internazionale nel mondo oscuro dell’intelligence
e della sicurezza. I suoi membri condividono dati riservati, conducono
operazioni congiunte e valutano regolarmente le minacce globali. In questo
modo, si scambiano le informazioni critiche necessarie per proteggere gli
interessi nazionali, prevenire il terrorismo e rispondere alle sfide militari.
Per quasi otto decenni,
le nazioni dei Five Eyes hanno operato sulla base della fiducia reciproca.
Questa fiducia ha permesso loro di cooperare senza problemi, condividendo non
solo informazioni di intelligence, ma anche priorità strategiche. Tuttavia, gli
sviluppi recenti sotto la leadership di Donald Trump hanno sollevato
preoccupazioni che questa partnership potrebbe essere sull’orlo del collasso.
Dall’inizio del suo
attuale mandato, le politiche e la retorica di Trump hanno gettato una lunga
ombra sulle relazioni degli Stati Uniti con i suoi alleati più stretti. La sua
decisione di ritirare il supporto militare e di intelligence all’Ucraina, ad
esempio, ha segnato un cambiamento drammatico nella politica estera americana.
Questo ritiro, avvenuto in un periodo di crescente aggressività russa, ha
lasciato gli alleati degli Stati Uniti perplessi e ansiosi riguardo
l’affidabilità degli Stati Uniti come partner. Sebbene la decisione di Trump
fosse apparentemente motivata dal desiderio di concentrarsi sugli interessi
americani, ha ulteriormente indebolito la fiducia tra le nazioni dei Five Eyes.
Infatti, mentre gli Stati
Uniti si ritirano dai loro impegni, paesi come il Regno Unito e il Canada si
trovano a dover colmare il divario. Ci sono già piani per aumentare la spesa
per la difesa e intensificare gli aiuti all’Ucraina. Ma la domanda più grande
è: cosa significa per i Five Eyes quando uno dei suoi membri fondatori, gli Stati
Uniti, segnala che non condivide più lo stesso livello di impegno verso gli
obiettivi comuni dell’alleanza?
Le radici del problema
non risiedono solo nelle decisioni controverse di politica estera di Trump, ma
anche nella sua gestione avventata delle informazioni sensibili. Diversi
episodi, tra cui la fuga di materiale riservato a leader stranieri e la cattiva
gestione di documenti, hanno sollevato dubbi sull’affidabilità degli Stati
Uniti nella salvaguardia dell’intelligence. Se gli Stati Uniti non possono
proteggere i propri dati riservati, come si può fare affidamento su di loro per
gestire i segreti degli alleati dei Five Eyes?
Questa nuova postura ha
avuto un effetto a catena sull’alleanza. I paesi che un tempo erano desiderosi
di condividere informazioni con gli Stati Uniti si trovano ora a chiedersi se
valga la pena correre il rischio. Funzionari britannici e canadesi hanno
espresso preoccupazione che la loro intelligence possa essere mal gestita o
abusata, con gravi conseguenze per la sicurezza nazionale. E forse ancor più
preoccupante è il crescente senso che gli Stati Uniti non stiano più dando
priorità alla sicurezza a lungo termine dei loro alleati. I Five Eyes hanno
sempre operato sul principio del “rischio condiviso”; quando uno dei
partner è compromesso, tutti i partner ne sentono l’impatto.
La retorica di
“America First” di Trump ha anche contribuito a un cambiamento nelle
dinamiche di potere globali, mentre gli Stati Uniti si ritirano sempre più in
se stessi. Sotto la sua leadership, gli Stati Uniti non solo hanno ridotto il
loro supporto per alleanze tradizionali come la NATO, ma hanno anche mostrato
scarso rispetto per l’ordine internazionale più ampio. Le conseguenze di questo
approccio non sono solo teoriche: sono già evidenti. I leader europei, in
particolare nel Regno Unito, sono stati costretti a riconsiderare i loro
accordi di sicurezza. Alcuni stanno addirittura contemplando la possibilità di
formare alleanze alternative senza gli Stati Uniti, in risposta alla politica
estera imprevedibile di Trump.
Per paesi come il Regno
Unito, questa è una situazione particolarmente difficile. L’Alleanza dei Five
Eyes è stata la pietra angolare delle operazioni di intelligence britanniche
per decenni, offrendo un accesso senza pari alle capacità di intelligence degli
Stati Uniti. Ma alla luce del comportamento erratico di Trump, ora si sta
diffondendo la consapevolezza che la Gran Bretagna potrebbe dover diversificare
le proprie partnership di intelligence per tutelare i propri interessi di sicurezza.
Questo potrebbe portare a un riallineamento delle alleanze, con le potenze
europee che cercano legami più stretti con i membri della NATO al di fuori
degli Stati Uniti o addirittura esplorando la cooperazione con altri attori
globali.
Le ripercussioni delle
politiche di Trump sono evidenti anche nel suo approccio ai conflitti globali.
Il suo ritiro del supporto all’Ucraina, ad esempio, ha lasciato le nazioni
europee in una posizione scomoda. Con gli Stati Uniti che si ritirano dal campo
di battaglia, i membri della NATO come il Regno Unito e la Francia hanno dovuto
assumere un ruolo più attivo nel supportare la difesa dell’Ucraina contro
l’aggressione russa. Questo ha aumentato il senso di incertezza tra i partner
dei Five Eyes riguardo l’affidabilità degli Stati Uniti come alleato. Se gli
Stati Uniti sono disposti ad abbandonare i propri impegni verso uno dei suoi
alleati più stretti di fronte all’espansionismo russo, cosa accadrà quando
emergerà la prossima crisi globale?
C’è anche la pressante questione
delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, che ha ulteriormente complicato la
capacità dei Five Eyes di mantenere la coesione. L’approccio di Trump verso la
Cina—caratterizzato da una guerra commerciale e da tentativi di minare l’ascesa
tecnologica di Pechino—ha avvicinato gli Stati Uniti a un confronto con la
Cina. Ciò ha costretto le nazioni dei Five Eyes a schierarsi. Mentre
l’Australia e il Regno Unito hanno sostenuto la posizione degli Stati Uniti
sulla Cina, paesi come il Canada e la Nuova Zelanda hanno mostrato riluttanza
nell’adottare un approccio duro, in parte a causa dei loro legami economici con
la Cina. Questa spaccatura potrebbe minare il quadro di condivisione
dell’intelligence che è stato il marchio di fabbrica dei Five Eyes, soprattutto
mentre le dinamiche globali di potere cambiano.
Guardando al futuro, il
destino dell’Alleanza dei Five Eyes è incerto. L’aumento dell’imprevedibilità
della politica estera degli Stati Uniti sotto Trump—unito alle preoccupazioni
per la gestione impropria delle informazioni e l’isolazionismo diplomatico—ha
lasciato molti a chiedersi se l’alleanza possa continuare nella sua forma
attuale. Se gli Stati Uniti rimarranno riluttanti o incapaci di riaffermare i
propri impegni verso i suoi alleati, i Five Eyes potrebbero dover subire una
trasformazione significativa. L’alleanza potrebbe evolversi per fare più
affidamento sui suoi membri europei, con nuovi accordi forgiati al di fuori
dell’orbita degli Stati Uniti.
In conclusione, mentre l’Alleanza dei Five Eyes è
stata una forza potente nella sicurezza globale per decenni, lo stato attuale
della politica estera degli Stati Uniti sotto Donald Trump ha messo a rischio
questa partnership. Se la fiducia continua a erodersi, le fondamenta stesse
dell’alleanza potrebbero crollare, costringendo i suoi membri a tracciare un
nuovo corso. La domanda rimane: possono i Five Eyes rimanere uniti di fronte a
un ordine mondiale in cambiamento, o saranno costretti ad adattarsi a un futuro
senza gli Stati Uniti al centro?
Un arsenale nucleare per l’Italia: quanto costerebbe?
di Andrea Molle e Claudio Bertolotti.
Quanto costerebbe
all’Italia dotarsi di un proprio arsenale nucleare?
L’idea che l’Italia possa
dotarsi di un’arma nucleare è un tema complesso, con implicazioni economiche,
politiche e strategiche. In uno scenario ipotetico, Roma potrebbe scegliere tra
due modelli: una triade nucleare completa, come quella di Stati Uniti, Russia e
Cina, oppure una forza nucleare più limitata, simile alla “Force de
Frappe” francese. Ma quanto costerebbe ciascuna opzione?
Una deterrenza nucleare
basata su tre componenti – missili balistici terrestri, sottomarini nucleari
con missili balistici e bombardieri strategici – richiederebbe enormi
investimenti in ricerca, produzione e infrastrutture. Per la componente
terrestre, lo sviluppo dei missili balistici intercontinentali potrebbe costare
tra i 10 e i 20 miliardi di euro, mentre la loro produzione richiederebbe un
investimento di circa 50-100 milioni per ogni missile. Le infrastrutture, tra
cui silos e basi mobili, avrebbero un costo aggiuntivo tra i 5 e i 10 miliardi,
mentre la manutenzione e gli aggiornamenti per un periodo di trent’anni
potrebbero richiedere tra i 30 e i 50 miliardi. Nel complesso, questa
componente costerebbe tra i 50 e gli 80 miliardi di euro. Questo senza contare
il problema politico di dove allestire le basi di lancio.
La componente sottomarina
prevedrebbe la costruzione di quattro o meglio sei sottomarini nucleari con
missili balistici, con un costo stimato tra i 3 e i 5 miliardi per unità.
Sappiamo che la Marina sta già considerando lo sviluppo di unità a propulsione
nucleare, ma lo sviluppo e la produzione dei missili SLBM comporterebbe una
spesa tra i 5 e i 10 miliardi, mentre le infrastrutture e la manutenzione
richiederebbero un ulteriore investimento tra i 15 e i 20 miliardi.
Complessivamente, questa parte del programma costerebbe tra i 50 e i 70
miliardi di euro.
Per la componente aerea,
lo sviluppo di un nuovo bombardiere stealth richiederebbe un investimento tra i
20 e i 40 miliardi di euro, mentre l’acquisto di bombardieri esistenti
costerebbe tra 1 e 2 miliardi per unità. Le infrastrutture e gli aggiornamenti
aggiungerebbero altri 5-10 miliardi. Il costo totale di questa componente
sarebbe tra i 30 e i 50 miliardi di euro.
Infine, lo sviluppo e la
produzione delle testate nucleari richiederebbe tra i 10 e i 20 miliardi di
euro. La costruzione di impianti per l’arricchimento dell’uranio e la
produzione di plutonio costerebbe tra i 10 e i 15 miliardi, mentre la creazione
di sistemi di comando, controllo e comunicazione necessiterebbe di ulteriori 15-20
miliardi. Il costo totale di questa parte del programma sarebbe compreso tra i
35 e i 55 miliardi di euro.
Nel complesso, il costo
stimato per una triade nucleare completa si aggirerebbe tra i 165 e i 255
miliardi di euro, con un periodo di realizzazione tra i 20 e i 30 anni.
Un modello più realistico
per l’Italia potrebbe essere quello della Francia, che basa la sua deterrenza
nucleare su sottomarini con missili balistici e una componente aerea con
missili da crociera lanciabili da caccia. La costruzione di quattro sottomarini
nucleari lanciamissili avrebbe un costo di circa 3-5 miliardi per unità. Lo
sviluppo dei missili balistici per sottomarini richiederebbe tra i 5 e i 10
miliardi, mentre le infrastrutture e la manutenzione costerebbero tra i 10 e i
15 miliardi. Nel complesso, questa componente costerebbe tra i 40 e i 60
miliardi di euro.
Per la componente aerea,
l’Italia potrebbe affidarsi agli F-35, già in dotazione e capaci di trasportare
missili da crociera con testate nucleari. Lo sviluppo di tali missili
comporterebbe una spesa tra i 5 e i 10 miliardi, portando il costo totale della
componente aerea tra i 10 e i 20 miliardi di euro.
Infine, lo sviluppo e la
produzione delle testate nucleari costerebbe tra i 10 e i 15 miliardi, mentre
la costruzione di impianti per l’arricchimento e la produzione di plutonio
avrebbe un costo di circa 10 miliardi. I sistemi di comando e controllo
aggiungerebbero un ulteriore investimento di circa 10 miliardi. Il costo totale
di questa parte del programma sarebbe compreso tra i 30 e i 35 miliardi di
euro.
Nel complesso, il costo
stimato per una forza nucleare ridotta si aggirerebbe tra gli 80 e i 115
miliardi di euro, con un periodo di realizzazione tra i 15 e i 20 anni.
L’Italia, come firmataria
del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e membro della NATO, non ha
avuto bisogno fino ad ora di un arsenale nucleare nazionale grazie alla
protezione dell’ombrello nucleare statunitense. Tuttavia, in un contesto
geopolitico in rapido mutamento, il dibattito su un’eventuale autonomia
strategica non è da escludere. Se si optasse per una triade nucleare completa,
il costo sarebbe esorbitante e difficilmente sostenibile. Un modello alla
francese, più agile e meno oneroso, potrebbe essere una scelta più realistica,
ma comunque con un prezzo elevato, sia in termini economici che diplomatici.
Alla luce di questi numeri, è evidente che la questione non è solo
“possiamo permettercelo?”, ma anche “ne vale davvero la
pena?”.
Quale confronto con lo stato dell’arte di Stati
Uniti, Russia e Francia in termini di dissuasione?
L’ipotesi di una
“capacità nucleare” italiana si scontra inevitabilmente con il
confronto con le citate grandi potenze nucleari globali – Stati Uniti, Russia e
Francia – le cui dottrine strategiche sono il risultato di decenni di sviluppo,
test e consolidamento. Come abbiamo detto, l’Italia, pur non possedendo armi nucleari
proprie, beneficia del citato ombrello nucleare e della dissuasione estesa
garantita dagli Stati Uniti. Tuttavia, immaginare uno scenario in cui l’Italia
si doti di una capacità nucleare autonoma solleva interrogativi strategici,
tecnologici e politici di grande rilevanza.
Le capacità nucleari di
Stati Uniti e Russia si basano su una strategia di dissuasione strategica, ma
con alcune differenze dottrinali. Entrambi i Paesi adottano il principio della destruction mutuelle assurée (MAD),
ovvero la distruzione reciproca assicurata, ma lo declinano in modi diversi.
Negli Stati Uniti, la
strategia nucleare si fonda su un modello di dissuasione flessibile, concepito
per rispondere a minacce su diversi livelli. Questo approccio si articola sulla
cosiddetta “triade nucleare”, che include missili balistici
intercontinentali (ICBM), sottomarini nucleari lanciamissili (SSBN) e
bombardieri strategici in grado di trasportare armi nucleari. La dottrina
americana prevede anche una dissuasione estesa, fornendo protezione nucleare
agli alleati, inclusa l’Italia. Inoltre, l’introduzione di testate a bassa
potenza rende più credibile la deterrenza contro attori regionali, mentre la
capacità di attacco preventivo, sebbene non dichiarata esplicitamente, rimane
un’opzione praticabile nel quadro della sicurezza nazionale.
La Russia, invece, adotta
un modello più aggressivo, noto come “Escalate to De-Escalate”, in
cui il ricorso limitato alle armi nucleari potrebbe essere impiegato per porre
fine a un conflitto prima che esso si intensifichi. La strategia russa si
avvale anch’essa di una triade nucleare, con una particolare enfasi sugli ICBM
mobili e su nuove armi ipersoniche e strategiche, sviluppate per mantenere un
vantaggio rispetto agli Stati Uniti. La dottrina russa prevede esplicitamente
l’uso nucleare in risposta a una minaccia esistenziale, rendendo il confine tra
guerra convenzionale e guerra nucleare più sfumato rispetto alla posizione
statunitense.
Anche la Francia, con la
sua Force de Frappe, si è dotata di un arsenale nucleare autonomo, incentrato
su una componente sottomarina e su una flotta di caccia-bombardieri capaci di
colpire obiettivi strategici con missili a testata nucleare. La Francia ha
sempre rifiutato di integrare completamente il suo deterrente nucleare nella
NATO, mantenendo un principio di autonomia decisionale in materia di impiego
delle sue forze strategiche. Questo modello potrebbe rappresentare il
riferimento più realistico per un’ipotetica capacità nucleare italiana, in
quanto orientato alla difesa nazionale piuttosto che a una proiezione di forza
su scala globale.
L’Italia, nel contesto
della NATO, ha una dottrina di sicurezza che esclude lo sviluppo di un proprio
arsenale nucleare, affidandosi piuttosto alla protezione statunitense e alle
dinamiche della dissuasione collettiva. L’acquisizione di una capacità nucleare
autonoma implicherebbe non solo enormi investimenti economici, ma anche un
cambiamento radicale nella politica estera e di sicurezza del Paese, con
inevitabili ripercussioni sulle relazioni con gli altri membri dell’Alleanza
Atlantica e dell’Unione Europea.
A differenza degli Stati
Uniti e della Russia, che operano sotto una logica di deterrenza su scala
globale, e della Francia, che ha scelto un deterrente nazionale indipendente,
l’Italia dovrebbe valutare attentamente se una strategia di dissuasione
nucleare autonoma sarebbe coerente con i suoi interessi strategici. L’attuale
assetto garantisce comunque un livello di sicurezza elevato, senza i costi e le
implicazioni geopolitiche di un programma nucleare indipendente. In un contesto
internazionale in continua evoluzione, il confronto con i modelli esistenti
dimostra che la dissuasione non è solo una questione di tecnologia e arsenali,
ma anche di strategia politica e di posizionamento nel sistema internazionale.
Il messaggio di Macron e la ridefinizione dell’identità europea
Il recente discorso del Presidente francese
Emmanuel Macron in cui si esorta l’Europa al riarmo non è solo un campanello
d’allarme, ma un momento decisivo per la sicurezza del continente e il suo
ruolo nella geopolitica globale. Dichiarando che l’Europa non può più
“vivere dei dividendi della pace”, Macron ha riconosciuto una realtà
che molti leader europei hanno a lungo preferito ignorare. Il mondo è cambiato
e l’assunto post-Guerra Fredda secondo cui la sicurezza europea poteva essere
delegata agli Stati Uniti non è più sostenibile. È giunto il momento di una
maggiore autonomia strategica.
Al centro del messaggio di Macron vi è la crescente minaccia rappresentata dalla Russia. La guerra in corso in Ucraina, insieme agli sforzi più ampi di destabilizzazione della Russia in Europa, sottolineano l’urgenza della situazione. Gli Stati Uniti sono stati un alleato cruciale, ma il loro panorama politico sta cambiando e le future amministrazioni potrebbero non essere altrettanto impegnate nella sicurezza europea come in passato. La proposta di Macron di estendere la deterrenza nucleare francese agli alleati europei rappresenta un cambiamento strategico fondamentale — uno di quei momenti che ridefiniscono il quadro della sicurezza europea. Non un regalo, e certamente non la condivisione del controllo operativo, ma una vera e propria offerta per l’acquisto della leadership della Difesa Europea.
Questo cambiamento è particolarmente
interessante data la postura storica della Francia sulla difesa. Fin dalla
presidenza di Charles de Gaulle, la Francia ha perseguito una strategia di
difesa indipendente, enfatizzando la sovranità nazionale piuttosto che
l’affidamento alla NATO. Nel 1966, de Gaulle ritirò la Francia dal comando
militare integrato della NATO, affermando che la Francia avrebbe dovuto
controllare la propria politica militare piuttosto che essere subordinata alla
leadership degli Stati Uniti. Sebbene la Francia sia rientrata nella struttura
di comando della NATO nel 2009 sotto la presidenza di Nicolas Sarkozy, la sua
deterrenza nucleare è sempre rimasta strettamente sotto controllo nazionale. La
disponibilità di Macron a discutere l’estensione dell’ombrello nucleare
francese segna una significativa deviazione da questa posizione tradizionale,
segnalando una nuova era nella difesa europea, ma allo stesso tempo un ritorno
al paradigma gollista.
Le implicazioni di questo cambiamento si
estendono oltre la Francia. L’Unione Europea sta già esplorando massicci
investimenti nella difesa, potenzialmente mobilitando centinaia di miliardi di
euro. Questa mossa segnala l’intenzione di ridurre la dipendenza dalla NATO, o
perlomeno di stabilire un pilastro europeo più forte all’interno dell’alleanza.
Se riuscisse, questa trasformazione potrebbe alterare l’equilibrio del potere
globale, rendendo l’Europa un attore più indipendente sulla scena mondiale.
L’Italia si trova a un bivio in questo nuovo
paradigma e il tempo per una decisione stringe. Il Presidente del Consiglio
Giorgia Meloni ha sottolineato l’importanza dell’unità occidentale, avvertendo
che la divisione sarebbe “fatale per tutti”. L’Italia, storicamente
cauta nelle spese per la difesa, potrebbe ora essere costretta ad aumentare
significativamente il proprio budget militare. Inoltre, mentre si evolvono le
discussioni sulla deterrenza nucleare europea, l’Italia potrebbe essere costretta
a riconsiderare le proprie politiche strategiche. Dovrebbe allinearsi più
strettamente alla visione francese, mantenere la sua tradizionale dipendenza
dall’ombrello nucleare statunitense o Roma opterà piuttosto per creare una
propria “Forza di Deterrenza”?
In ogni caso, il discorso di Macron non
riguardava solo la spesa militare; riguardava la ridefinizione dell’identità
europea. L’era della compiacenza europea in materia di difesa è finita. La
domanda ora è se i leader europei, in particolare in Italia, siano disposti a
cogliere l’occasione e assumersi le responsabilità che accompagnano la vera
autonomia strategica. Se non agiranno, il costo potrebbe non essere solo la
sicurezza dell’Europa, ma il suo posto stesso nell’ordine mondiale.
Il discorso di Trump davanti al Congresso
di Melissa de Teffé dagli Stati Uniti – giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti
Secondo l’Articolo II sezione 3 della Costituzione degli Stati Uniti che in parte recita: “Egli darà di volta in volta al Congresso una Informativa sullo stato dell’Unione, e raccomanderà (all’Assemblea) di esaminare le misure che giudicherà necessarie e convenienti;” Trump martedì sera (4 marzo 2025) ha abbracciato il possibile e l’inimmaginabile. In un’atmosfera tesa e vibrante, Donald Trump ha tenuto il suo primo, atteso discorso congiunto di fronte al Congresso, facendo segnare un record storico di un’ora e quaranta minuti. Nel contesto di un Dow Jones che ha subìto un drammatico calo di 1300 punti dopo l’annuncio di nuove tariffe, il presidente ha delineato la sua visione per il futuro dell’America, tra applausi, dissensi e momenti di forte contrasto. Mentre una metà dell’assemblea, divisa tra repubblicani e democratici, ha risposto con applausi e standing ovations, l’altra ha alzato cartelli con la scritta “falso”, dando un tono di grande polarizzazione a questo discorso. Non sono mancati colpi di scena, a partire dalla politica interna sull’economia e le nuove misure contro il wokismo, fino agli aggiornamenti sul fronte internazionale, dove Trump ha fatto promesse audaci riguardo la sicurezza globale e la politica estera. In questo articolo, esploreremo i punti salienti di un discorso che, come sempre, ha diviso l’opinione pubblica e suscitato forti reazioni politiche.
Le notizie sono tante, ma partiamo dalla politica interna: “Ho imposto un congelamento immediato su tutte le assunzioni federali, un congelamento su tutte le nuove regolamentazioni federali e un congelamento su tutta l’assistenza estera. Ho terminato la ridicola truffa del Green New Deal, mi sono ritirato dall’ingiusto Accordo sul clima di Parigi, che ci costava trilioni di dollari che altri paesi non stavano pagando. Mi sono ritirato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità corrotta e mi sono ritirato anche dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che era antiamericano. Abbiamo annullato tutte le restrizioni ambientali di Biden che rendevano il nostro paese molto meno sicuro e completamente insostenibile. E, cosa importante, abbiamo annullato il mandato folle della precedente amministrazione sui veicoli elettrici, salvando i nostri lavoratori automobilistici e le nostre aziende dalla distruzione economica. Abbiamo ordinato a tutti i lavoratori federali di tornare in ufficio, dovranno presentarsi al lavoro di persona o essere rimossi dal loro lavoro. Abbiamo messo fine al governo politicizzato, e ho fermato tutta la censura governativa e riportato la libertà di parola in America. Due giorni fa, ho firmato un ordine che rende l’inglese la lingua ufficiale degli Stati Uniti d’America. Abbiamo messo fine alla tirannia delle cosiddette politiche di diversità, equità e inclusione in tutto il governo federale e, infatti, nel settore privato e nel nostro esercito. Il nostro paese non sarà più “woke”. Crediamo che, sia che tu sia un medico, un contabile, un avvocato o un controllore del traffico aereo, dovresti essere assunto e promosso in base alle competenze, non alla razza o al genere. Dovresti essere assunto in base al merito e la Corte Suprema, in una decisione coraggiosa ci ha permesso di farlo. Grazie. Abbiamo rimosso il veleno della teoria critica della razza dalle nostre scuole pubbliche e ho firmato un ordine che rende politica ufficiale del governo degli Stati Uniti che ci sono solo due generi: maschio e femmina. Ho anche firmato un ordine esecutivo per vietare agli uomini di giocare negli sport femminili.” E qui presenta una ragazza ex pallavolista che, per una pallonata da un transgender maschio, è rimasta menomata a vita. Inoltre, chiede al Congresso di proibire il cambiamento di sesso per i bambini.
Economia – In economia ha aperto
il discorso partendo dalla manifattura americana dove prevede ridurre le tasse
sulla produzione domestica fornendo un’ammortizzazione del 100%, che sarà
retroattiva al 20 gennaio 2025. Ha abolito la legge di Biden che prevedeva la
sostituzione di tutte i motori a benzina o diesel per l’elettrico. L’biettivo
principale nella lotta per sconfiggere l’inflazione è ridurre rapidamente il
costo dell’energia. “L’amministrazione precedente ha ridotto il numero di nuovi
contratti di estrazione di petrolio e gas del 95%, ha rallentato la costruzione
di oleodotti a zero e ha chiuso più di 100 centrali elettriche. Noi stiamo
riaprendo molte di queste centrali proprio ora. La mia amministrazione sta
anche lavorando a un gigantesco gasdotto di gas naturale in Alaska, uno dei più
grandi al mondo, dove Giappone, Corea del Sud e altre nazioni vogliono essere
nostri partner con investimenti di trilioni di dollari ciascuno. I permessi
sono stati ottenuti e in settimana faremo in modo di ampliare la produzione di
minerali critici e terre rare qui negli Stati Uniti.”
Per combattere
l’inflazione, Trump dedica una parte del suo discorso ai risparmi ottenuti
grazie a Elon Musk, presente in galleria tra gli ospiti. Il presidente elenca
alcuni degli sprechi identificati dal DOGE, il dipartimento governativo creato
per combattere le inefficienze: “22 miliardi di dollari dal HHS per fornire
alloggi e automobili gratuite agli immigrati illegali, 45 milioni di dollari
per borse di studio di diversità, equità e inclusione in Birmania, 40 milioni
di dollari per migliorare l’inclusione sociale ed economica dei migranti
sedentari, nessuno sa cosa sia. 8 milioni di dollari per promuovere l’LGBTQI+
negli Stati africani, 60 milioni di dollari per i popoli indigeni e
l’empowerment afro-colombiano in America Centrale, 8 milioni di dollari per
trasformare i topi in transgender… è tutto vero.”
Prosegue poi elencando fatti e storie per rendere credibile e accettabile quanto fatto da Musk, che, ad oggi, trova il mondo democratico contro: “Abbiamo scoperto grazie a Musk, una frode annuale di oltre 500 miliardi di dollari, e livelli scioccanti di incompetenza. Ad esempio, i database governativi riportano 4,7 milioni pensionati tra i 100 e i 109 anni… e addirittura ce n’è uno che ha più di 350 anni e percepisce la pensione. Casi folli.” Con l’eliminazione di queste frodi, sprechi e furti, così li definisce il presidente: “sconfiggeremo l’inflazione, abbasseremo i tassi dei mutui, ridurremo i pagamenti delle auto e dei generi alimentari, proteggeremo i nostri anziani e metteremo più soldi nelle tasche delle famiglie americane.”
Tasse – A ridosso delle frodi o sbagli Trump si aggancia e parla delle importanti detassazioni che vuole introdurre: no tasse per chi percepisce già la pensione (Social Security), le mance, gli straordinari, gli interessi sui prestiti auto, ma solo se l’auto è prodotta in America. E a proposito, dell’industria automobilistica verranno riaperti molti impianti di produzione delle maggiori case automobilistiche, inclusa la giapponese Honda che ha appena annunciato un nuovo impianto in Indiana, uno dei più grandi al mondo.
Tariffe – A partire dal 2
aprile, le tariffe che verranno imposte agli Stati Uniti saranno riapplicate di
conseguenza ai beni importati.
Pena di morte – Per debellare la
crescente criminalità nelle città, e proteggere i poliziotti e i pompieri,
Trump ha firmato un altro decreto presidenziale che prevede la pena di morte
per assassini recidivi che nonostante gli arresti vengono rilasciati e
continuano a commettere omicidi: “Sto anche chiedendo una nuova legge sul
crimine per essere più severi con i recidivi, affinché i poliziotti americani,
possano fare il loro lavoro senza temere che le loro vite vengano distrutte.
Non vogliono essere uccisi, e noi non permetteremo che lo siano.”
Salute -Parlando poi di salute
infantile ci ha mostrato qualche dato: “Dal 1975, i tassi di cancro
infantile sono aumentati di oltre il 40%. Invertire questa tendenza è una delle
priorità principali della nostra nuova commissione presidenziale per rendere di
nuovo l’America sana, presieduta dal nostro nuovo segretario alla Salute e ai
Servizi Umani, Robert F. Kennedy Jr.
Il nostro obiettivo è
eliminare le tossine dal nostro ambiente, i veleni dalla nostra fornitura
alimentare e mantenere i nostri bambini sani e forti. Per esempio, non molto
tempo fa, e non potete nemmeno credere a questi numeri, uno su 10.000 bambini
aveva l’autismo, uno su 10.000, e ora è uno su 36. C’è qualcosa che non va,
pensateci. Quindi scopriremo cosa sta succedendo.”
Difesa – affrontando le imposizioni woke, e quindi anche la politica transgender, dall’insediamento non sono ammessi i transgender nelle forze armate né wokismi. Secondo Trump questo è il motivo principale per cui si è registrato un numero record di richieste di arruolamento che non si vedeva da almeno 15 anni. Saranno potenziate le forze navali con la costruzione di nuove navi e, sorprendentemente, ha ripreso in mano il programma dello Scudo Spaziale di Ronald Reagan per proteggere il paese da ogni minaccia missilistica, ribattezzandolo però “Golden Dome” (Cupola d’Oro).
Sul fronte politica estera:
Panama – ha dichiarato che una importante società americana sta comprando ambo i porti intorno al canale di Panama e altri canali, ma qui il presidente non è stato volutamente specifico. Rubio, il ministro affari esteri è incaricato di supervisionare le operazioni d’acquisto in atto.
Groenlandia – “….supportiamo fermamente il vostro diritto di determinare il vostro futuro e, se lo sceglierete, vi accogliamo negli Stati Uniti d’America. Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale e anche per la sicurezza internazionale, e stiamo lavorando con tutte le persone coinvolte per cercare di ottenerla, ma ne abbiamo veramente bisogno per la sicurezza internazionale del mondo. E credo che lo otterremo, in un modo o nell’altro, lo otterremo. Vi terremo al sicuro, vi renderemo ricchi e insieme porteremo la Groenlandia a vette che non avete mai pensato possibili. È una popolazione molto piccola, ma una terra molto, molto vasta e molto, molto importante per la sicurezza militare.”
Afghanistan – “Anni fa, i terroristi dell’Isis uccisero 13 membri dei servizi americani e innumerevoli altri nell’attentato all’Abbey Gate durante il disastroso e incompetente ritiro dall’Afghanistan….. Stasera sono lieto di annunciare che abbiamo appena arrestato il principale terrorista responsabile di quella atrocità e ora è in viaggio verso di noi per affrontare la rapida spada della giustizia americana. Voglio ringraziare specialmente il governo del Pakistan per averci aiutato ad arrestare questo mostro. È stato un giorno molto significativo per quelle 13 famiglie che ho avuto modo di conoscere molto bene, la maggior parte delle quali ha visto i propri figli uccisi, e per le tante persone che sono state gravemente ferite, oltre 42, in quel giorno fatale.”
Ucraina – “Sto lavorando instancabilmente per porre fine al conflitto selvaggio in Ucraina. Milioni di ucraini e russi sono stati uccisi o feriti inutilmente in questo conflitto orribile e brutale, senza alcuna fine in vista. Gli Stati Uniti hanno inviato centinaia di miliardi di dollari per sostenere la difesa dell’Ucraina, senza alcuna sicurezza, senza nulla. 2.000 persone vengono uccise ogni singola settimana, sono giovani russi, sono giovani ucraini, non sono americani, ma voglio fermare questo conflitto. Nel frattempo, l’Europa ha tristemente speso più soldi per comprare petrolio e gas russi di quanto ne abbia speso per difendere l’Ucraina. Oggi ho ricevuto una lettera importante dal presidente Zelensky dell’Ucraina. La lettera dice che l’Ucraina è pronta a sedersi al tavolo dei negoziati il prima possibile per portare la pace duratura più vicina. Nessuno desidera la pace più degli ucraini, ha detto. Il mio team ed io siamo pronti a lavorare sotto la forte leadership del presidente Trump per ottenere una pace che duri. Apprezziamo davvero quanto l’America ha fatto per aiutare l’Ucraina a mantenere la sua sovranità e indipendenza. Per quanto riguarda l’accordo su minerali e sicurezza, l’Ucraina è pronta a firmarlo in qualsiasi momento sia conveniente per voi. Apprezzo che abbia inviato questa lettera, l’ho ricevuta poco fa. Contemporaneamente, abbiamo avuto discussioni serie con la Russia e abbiamo ricevuto segnali forti che sono pronti per la pace. Non sarebbe bello? È il momento di fermare questa follia, è il momento di fermare gli omicidi, è il momento di porre fine a questa guerra insensata. Se volete fermare le guerre, dovete parlare con entrambe le parti.”
E queste le sue conclusioni: “Credo che… Grazie mille. Dai patrioti di Lexington e
Concord agli eroi di Gettysburg e Normandia, dai guerrieri che attraversarono
il Delaware ai pionieri che scalarono le Montagne Rocciose, dalle leggende che
volarono a Kittyhawk agli astronauti che toccarono la luna, gli americani sono
sempre stati il popolo che ha sfidato tutte le arti, ha superato tutti i
pericoli, ha fatto i sacrifici più straordinari e ha fatto tutto ciò che era
necessario per difendere i nostri bambini, il nostro paese e la nostra libertà.
E come abbiamo visto in questa camera stasera, quella stessa forza, fede, amore
e spirito sono ancora vivi e prosperano nei cuori del popolo americano,
nonostante i migliori sforzi di coloro che cercherebbero di censurarci, di
farci tacere, di frantumarci, di distruggerci. Gli americani sono oggi una
nazione orgogliosa, libera, sovrana e indipendente che sarà sempre libera, e
noi lotteremo per essa fino alla morte. Non permetteremo mai che succeda
qualcosa al nostro amato paese, perché siamo un paese di realizzatori,
sognatori, combattenti e sopravvissuti. I nostri antenati attraversarono un
vasto oceano, si avventurarono nell’ignoto deserto e scolpirono la loro fortuna
dalla roccia e dalla terra di una frontiera pericolosa e molto pericolosa.
Inseguirono il nostro destino attraverso un continente senza confini,
costruirono le ferrovie, stesero le autostrade e resero il mondo meravigliato
con le meraviglie americane come l’Empire State Building, la potente diga Hoover
e il maestoso ponte Golden Gate. Illuminarono il mondo con l’elettricità, si
liberarono dalla forza di gravità, misero in moto i motori dell’industria
americana e sconfissero i comunisti, i fascisti e i marxisti in tutto il mondo,
regalandoci innumerevoli meraviglie moderne scolpite in ferro, vetro e acciaio.
Noi siamo sulla spalla di questi pionieri che hanno vinto e costruito l’era
moderna, questi lavoratori che hanno versato il loro sudore negli orizzonti
delle nostre città, questi guerrieri che hanno versato il loro sangue nei campi
di battaglia e dato tutto ciò che avevano per i nostri diritti e per la nostra
libertà. Ora è il nostro momento di prendere la giusta causa della libertà
americana e tocca a noi prendere il destino dell’America nelle nostre mani e
cominciare i giorni più entusiasmanti nella storia del nostro paese. Questa
sarà la nostra era più grande, con l’aiuto di Dio, nei prossimi quattro anni
guideremo questa nazione ancora più in alto e forgiamo la civiltà più libera,
avanzata, dinamica e dominante che sia mai esistita sulla faccia della Terra.
Creeremo la più alta qualità della vita, costruiremo le comunità più sicure,
più ricche, più sane e più vitali in qualsiasi parte del mondo. Conquisteremo
le vaste frontiere della scienza e guideremo l’umanità nello spazio, piantando
la bandiera americana sul pianeta Marte e anche molto oltre. E attraverso tutto
ciò, riscopriremo il potere inarrestabile dello spirito americano e rinnoveremo
la promessa illimitata del sogno americano. Ogni singolo giorno ci alzeremo e
lotteremo, lotteremo, lotteremo per il paese in cui i nostri cittadini credono
e per il paese che il nostro popolo merita. Miei cari americani, preparatevi
per un futuro incredibile, perché l’età dell’oro dell’America è appena
iniziata. Sarà come nulla che sia mai stato visto prima. Grazie, che Dio vi
benedica e che Dio benedica l’America.”
Il commento di C. Bertolotti a Officina geopolitica di START inSight.
La scelta di Trump di spingere verso una conclusione del conflitto, anche a discapito dell’Ucraina, è razionale e coerente con la sua promessa elettorale, cioè quello per cui è stato eletto. Ed è, soprattutto, “una leva con cui fare forza nei confronti di Zelensky affinché il presidente possa rispondere al proprio elettorato, al quale aveva promesso di porre termine alla guerra russo-ucraina. È quindi una scelta di politica interna rispetto a un costo che viene imposto ai contribuenti statunitensi”. “Detto questo quello dell’amministrazione Trump è un passo certamente importante e significativo in quello che sarà lo sviluppo della guerra, perché andando a ridurre o a congelare gli aiuti l’Ucraina di fatto passerà da un livello di sufficienza minima (garantito dall’amministrazione Biden) al non avere più le risorse per condurre una guerra. Oltretutto, verrebbe a mancare anche la spinta morale, cioè l’assenza di un sostegno statunitense farebbe venir meno la volontà dei soldati stessi di combattere e degli stati maggiori di gestire la condotta sul campo di battaglia”.
Nulla da eccepire sul piano razionale: se la precedente amministrazione Biden non ha voluto porre l’Ucraina nelle condizioni di vincere la guerra, perché dovrebbe farlo l’amministrazione Trump? È semplicemente la chiusura di un dossier che Washington non reputa più conveniente sostenere.
È un game over?
“È sicuramente l’avvio di un processo di conclusione di una guerra che
sarà sfavorevole all’Ucraina, in termini di cessione di territori a favore
della Russia, ma lo sarà ancora di più a livello strategico, proiettato nel
lungo periodo”, commenta Bertolotti. “La Russia utilizzerebbe – così come ha
già fatto con la Crimea – la base territoriale conquistata come punto di
partenza per la successiva possibile fase offensiva. Non avverrà domani né
dopodomani, ma nei prossimi 5-10 anni, indipendentemente da quella che sarà la
leadership russa”.
Negli ultimi giorni si sono fatte sempre più insistenti le
richieste, da parte di stretti collaboratori di Trump, di un passo indietro
di Zelensky, la cui presenza viene
descritta come ormai “insostenibile”. Ipotesi, quella delle dimissioni di
Zelensky che si pone come plausibile: “È un’opportunità per lui di uscire
a testa alta, come l’uomo che non si è piegato alla volontà di Trump e che piuttosto
lascia la guida del Paese. Se arriviamo alla scadenza naturale del suo mandato,
e quindi all’ipotesi di nuove elezioni, produrrà una narrazione interna di
volontà di concludere la guerra a qualunque costo, che quindi poterà la sigla
di un’intesa commerciale con gli Stati Uniti a cui seguirà un sostegno
statunitense all’accordo negoziale con la Russia. Soltanto a quel punto
Zelensky potrebbe riproporsi come voce politica, e quindi come competitor al
successivo appuntamento elettorale, come colui che non ha firmato e non avrebbe
firmato, fiero della sua postura europea e occidentale e non filorussa”.
L’Europa al bivio: può difendersi senza il supporto degli Stati Uniti?
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.
Con l’intensificarsi
delle tensioni geopolitiche e la possibilità di un ritiro parziale o completo
degli Stati Uniti dalla NATO, l’Europa si trova di fronte a una domanda
urgente: può difendersi senza il sostegno americano? La risposta, sebbene non
impossibile, comporta costi enormi e un lungo e incerto cammino verso l’indipendenza
militare.
Per decenni, l’Europa ha
beneficiato della protezione degli Stati Uniti, che hanno rappresentato la
spina dorsale della sua strategia di difesa. Washington fornisce non solo la
deterrenza nucleare, ma anche le capacità logistiche, tecnologiche e di
intelligence che i paesi europei faticano a replicare autonomamente. Un’uscita
degli Stati Uniti dalla NATO lascerebbe l’Europa con un vuoto di sicurezza che
richiederebbe un aumento drammatico della spesa militare e una coesione
politica—entrambi aspetti tutt’altro che garantiti.
I numeri sono
preoccupanti. Oggi, i bilanci di difesa combinati dell’Unione Europea e del
Regno Unito ammontano a circa 380 miliardi di dollari all’anno. Tuttavia, gli
esperti stimano che, per compensare la perdita delle capacità statunitensi,
l’Europa dovrebbe investire un ulteriore 300-400 miliardi di dollari in
espansione militare. Per sostenere questo, i paesi europei dovrebbero aumentare
la loro spesa annuale per la difesa al 3-4% del PIL, rispetto all’attuale 1,5-2%.
Per l’Italia, la sfida è
particolarmente difficile. Destinando attualmente circa l’1,5% del PIL alla
difesa, circa 30 miliardi di euro all’anno, Roma dovrebbe probabilmente
raddoppiare la sua spesa a 60 miliardi di euro annui per mantenere una postura
di sicurezza credibile. Non è una piccola impresa per un paese con un rapporto
debito/PIL superiore al 140%, dove la spesa per la difesa storicamente è stata
subordinata ad altre priorità sociali ed economiche.
Tuttavia, l’Italia è un
attore cruciale della NATO, data la sua posizione strategica nel Mediterraneo. Ma
senza il supporto degli Stati Uniti, il Paese si troverebbe ad affrontare gravi
lacune nel potere navale, nella superiorità aerea e nelle capacità di
intelligence. L’Italia dovrebbe espandere ulteriormente la sua flotta,
richiedendo investimenti di almeno 20-30 miliardi di euro in portaerei,
sottomarini e cacciatorpediniere aggiuntivi per tutelare la sicurezza del
Mediterraneo. Roma dipende fortemente dagli F-35 e dai sistemi missilistici
costruiti dagli Stati Uniti, e uno scenario post-NATO comporterebbe la
necessità di una costosa spinta per la produzione domestica o una maggiore
dipendenza dalla Francia e dalla Germania. Inoltre, l’Italia ospita attualmente
armi nucleari statunitensi sotto il programma di condivisione della NATO. Se questo
programma dovesse essere terminato, Roma sarebbe costretta a prendere la difficile
decisione se investire in una propria deterrenza nucleare—un’opzione
economicamente e politicamente complessa—o fare affidamento sull’arsenale
francese per la protezione. Affidarsi all’arsenale nucleare della Francia
sarebbe un’opzione quasi inaccettabile per l’Italia, poiché i due paesi non
condividono molti interessi strategici, e tale dipendenza potrebbe subordinare
Roma a Parigi, minando l’autonomia dell’Italia nelle questioni di difesa e
limitando la sua capacità di agire in modo indipendente sulla scena
internazionale. Questo complicherebbe ulteriormente la politica estera
dell’Italia, poiché dovrebbe allinearsi più strettamente con le priorità
francesi, che potrebbero non coincidere sempre con le proprie.
Oltre agli ostacoli
finanziari e tecnologici, la questione del personale è di primaria importanza.
Le forze armate europee si sono ridotte significativamente dalla fine della
Guerra Fredda, con molti paesi che si sono orientati verso eserciti più piccoli
e professionisti piuttosto che la coscrizione di massa. L’Italia, come gran
parte d’Europa, dovrebbe espandere rapidamente le proprie Forze Armate per
soddisfare le esigenze di una difesa autosufficiente. Ciò significa non solo
reclutare più soldati, ma anche formare e mantenere personale qualificato in
settori chiave come la guerra cibernetica, l’intelligence e la logistica. Senza
la forza lavoro per operare e mantenere una infrastruttura militare ampliata,
anche i sistemi d’arma più avanzati sarebbero di scarsa utilità. La leva
militare, da tempo abbandonata, potrebbe dover essere riconsiderata—un passo
politicamente sensibile ma forse necessario se l’Europa vuole sostenere una
prontezza militare a lungo termine.
Inoltre, costruire un
sistema di difesa europeo autonomo richiederebbe decenni. A breve termine, i
primi cinque anni richiederebbero un’accelerazione dei bilanci e una
riorganizzazione delle alleanze, sebbene l’Europa rimarrebbe altamente
vulnerabile. A medio termine, entro cinque-dieci anni, potrebbe emergere
un’alternativa funzionale ma più debole alla NATO, con operazioni congiunte
ampliate e un rapido approvvigionamento di nuovi beni di difesa. A lungo
termine, entro dieci-venti anni, potrebbe essere operativo un corpo di difesa
europeo completamente indipendente, sebbene rimarrebbero sfide legate alla
frammentazione, alle inefficienze e alle difficoltà economiche.
Oltre ai vincoli
finanziari, le nazioni europee—compresa l’Italia—faticano con le divisioni
politiche sulle questioni militari. La Germania ha solo recentemente iniziato a
invertire decenni di sotto-investimento nella difesa, mentre l’Italia ha a
lungo dovuto affrontare lo scetticismo pubblico sull’espansione militare. Senza
una forte volontà politica e una leadership decisiva, il cammino dell’Europa
verso l’autonomia difensiva sarà lento e frammentato. Il peso economico è
un’altra grande preoccupazione. Mentre Francia e Germania potrebbero assorbire
costi di difesa più alti, paesi come Italia, Spagna e Grecia potrebbero
trovarlo quasi impossibile senza sacrifici significativi in altri settori, come
infrastrutture, programmi sociali e investimenti energetici.
Un’altra possibilità è
ovviamente che Roma garantisca il continuo supporto militare e strategico
americano. Tuttavia, un allineamento con Washington allontanerebbe alcuni dei
partner europei dell’Italia che potrebbero preferire un quadro di difesa più
autonomo, potenzialmente mettendo a rischio l’unità europea. Inoltre,
rafforzerebbe la dipendenza dell’Italia dagli Stati Uniti per la sicurezza,
lasciandola vulnerabile alle priorità mutevoli della politica estera americana,
limitando al contempo la sua influenza all’interno dell’Unione Europea su
questioni di difesa e sicurezza. Indipendentemente dall’opzione scelta, questo
segnerebbe un cambiamento radicale nella strategia militare, comportando
aumenti della spesa per la difesa, espansione navale e una possibile
rivalutazione del suo ruolo nella deterrenza nucleare.
In conclusione, la frammentazione politica e le limitazioni economiche potrebbero rendere difficile sostituire le capacità della NATO. L’Europa deve ora decidere: prenderà in mano la propria difesa o rimarrà vulnerabile in un mondo sempre più volatile? Una cosa è certa: senza il supporto degli Stati Uniti, il costo della sicurezza esploderà, e per paesi come l’Italia, la posta in gioco non è mai stata così alta.
Foto in copertina: www.difesa.it
Gruppo Wagner oggi – l’evoluzione
di Andrea Molle (immagine di copertina generata con AI)
A febbraio 2025, il Gruppo Wagner, la più famosa compagnia militare privata russa (PMC), continua a svolgere un ruolo significativo nelle operazioni estere di Mosca, in particolare in Africa e in alcune aree del Medio Oriente. Le attività del gruppo si sono evolute notevolmente dopo la morte del suo fondatore, Yevgeny Prigozhin, in un sospetto incidente aereo nell’agosto 2023. La sua morte ha segnato la fine della relativa autonomia di Wagner e l’inizio di una nuova fase in cui il governo russo ha esercitato un controllo molto più stretto sulle sue operazioni.
Subito dopo la
morte di Prigozhin, il Cremlino si è mosso rapidamente per riorganizzare la
struttura di Wagner e portare la sua leadership sotto la diretta supervisione
del Ministero della Difesa russo (MoD) e della Direzione principale dello Stato
Maggiore delle Forze Armate (GRU). Molti dei principali comandanti di Wagner
sono stati rimossi o riassegnati, mentre altri, che hanno giurato fedeltà al
Cremlino, sono stati integrati nelle strutture statali ufficiali. Questo
processo ha incluso l’obbligo per i combattenti di Wagner di firmare contratti
con il MoD, trasformando di fatto l’ex forza mercenaria indipendente in
un’estensione paramilitare dello stato russo.
Nonostante questi
cambiamenti, Wagner ha mantenuto la sua presenza operativa, in particolare in
Africa, dove il gruppo è considerato strategicamente vitale per le ambizioni
geopolitiche della Russia. È ancora attivo in paesi come la Repubblica
Centrafricana (CAR), il Mali e la Libia, fornendo servizi di sicurezza,
addestramento militare e operazioni di estrazione di risorse che generano
entrate sia per sé stesso che per lo stato russo. Tuttavia, secondo i rapporti,
il modello operativo di Wagner è cambiato, facendo maggiore affidamento sui
finanziamenti e sul supporto logistico statale, riducendo così la sua
precedente indipendenza finanziaria.
Anche le attività
del gruppo in Ucraina sono cambiate. Mentre Wagner ha svolto un ruolo chiave in
importanti battaglie, tra cui la conquista di Bakhmut, il suo coinvolgimento
diretto sul fronte è diminuito dopo la ristrutturazione. Molti combattenti di Wagner
sono stati assorbiti nelle unità regolari dell’esercito russo o riassegnati ad
altri teatri operativi, specialmente quelli considerati cruciali da Mosca per
esercitare la sua influenza. Di fatto, l’era post-Prigozhin ha trasformato
Wagner da una forza semi-autonoma in un’entità paramilitare più centralizzata e
controllata dallo stato, assicurando che le sue operazioni restino allineate
con gli interessi strategici più ampi del Cremlino.
Rapporto con il governo russo Il rapporto tra il Gruppo Wagner e il governo russo ha subito una drastica trasformazione, evolvendosi da una forza paramilitare ombra con plausibile negabilità a un’entità completamente riconosciuta e controllata dallo stato. Inizialmente, il Cremlino ha cercato di oscurare i suoi legami con Wagner, negando qualsiasi connessione ufficiale e presentando il gruppo come una compagnia militare privata (PMC) operante di propria iniziativa. Questa ambiguità ha permesso alla Russia di proiettare il proprio potere all’estero evitando la responsabilità diretta per le azioni di Wagner, specialmente in regioni sensibili come l’Ucraina, la Siria e l’Africa. Tuttavia, questa distanza strategica si è progressivamente ridotta man mano che il ruolo di Wagner nelle operazioni militari russe si espandeva e la sua dipendenza dalle risorse statali diventava innegabile.
Il punto di
svolta in questa relazione è arrivato nel giugno 2023, quando il presidente
Vladimir Putin ha ammesso pubblicamente che Wagner era interamente finanziato
dal governo russo. Ha rivelato che lo stato aveva stanziato circa 1 miliardo di
dollari per Wagner tra maggio 2022 e maggio 2023, con 858 milioni destinati
direttamente a stipendi e costi operativi, mentre altri 162 milioni erano stati
pagati alla società Concord di Prigozhin, che gestiva la logistica e il
catering di Wagner. Questa ammissione ha distrutto qualsiasi illusione di
indipendenza di Wagner, rafforzando l’idea che il gruppo avesse sempre
funzionato come un braccio non ufficiale della strategia militare russa.
Questa
rivelazione ha avuto conseguenze ambivalenti. Da un lato, ha legittimato il
contributo di Wagner alle campagne militari russe, in particolare nella brutale
battaglia per Bakhmut in Ucraina. Dall’altro, ha posto le basi per un controllo
governativo più stretto, poiché il Cremlino non poteva più giustificare
l’esistenza di una forza militare privata al di fuori dell’autorità statale. La
lotta di potere tra Wagner e il Ministero della Difesa russo (MoD), che si
protraeva da anni, ha raggiunto il suo apice nel giugno 2023, quando Prigozhin
ha lanciato la sua fallimentare ribellione contro l’alto comando russo.
La ribellione di
Prigozhin, durata poche ore e che ha visto le forze di Wagner occupare
temporaneamente Rostov sul Don e marciare verso Mosca, è stata il catalizzatore
per la presa di controllo totale del Cremlino sulle operazioni di Wagner.
Sebbene il tentativo di ammutinamento si sia concluso con un accordo
negoziato—presumibilmente mediato dal presidente bielorusso Alexander
Lukashenko—le sue conseguenze sono state profonde. Il governo russo ha
rapidamente smantellato la struttura di comando indipendente di Wagner,
costringendo i suoi combattenti a firmare contratti con il MoD o a sciogliersi.
Mentre alcuni membri di Wagner hanno scelto di integrarsi nelle forze armate
regolari, altri si sono trasferiti in Bielorussia, dove è stata temporaneamente
stabilita una presenza di Wagner sotto supervisione statale.
Tuttavia, è presto diventato chiaro che il Cremlino non aveva alcuna intenzione di permettere a Wagner di rimanere un’entità autonoma. Dopo la misteriosa morte di Prigozhin in un incidente aereo nell’agosto 2023—ampiamente ritenuto un assassinio orchestrato dai servizi di sicurezza russi—il Cremlino ha completato l’assorbimento di Wagner nell’apparato statale. I comandanti di alto rango rimasti fedeli a Prigozhin sono stati epurati, mentre coloro che erano disposti a collaborare con il MoD hanno ricevuto incarichi all’interno della gerarchia militare russa. Questa ristrutturazione ha garantito che Wagner, un tempo una forza imprevedibile e semi-indipendente, fosse ora completamente subordinata al governo russo.
Wagner non opera più come una PMC indipendente, ma come un’estensione dell’esercito russo, con un focus sul supporto alle ambizioni geopolitiche di Mosca all’estero.
Come accennato,
con Wagner ora sotto il controllo diretto del Cremlino, le sue operazioni sono
state ufficialmente integrate nel MoD russo e nelle agenzie di intelligence
come il GRU (il servizio segreto militare russo). La nuova struttura di comando
ha posto Wagner sotto ufficiali militari russi esperti e fedeli allo stato,
assicurando che le sue azioni fossero allineate agli obiettivi di sicurezza
nazionale. Anche il quadro finanziario di Wagner è stato ristrutturato, con i
fondi statali destinati a sostenere le sue operazioni estere e l’eliminazione
delle entrate private che in passato garantivano la sua autonomia finanziaria.
In termini
pratici, ciò significa che Wagner non opera più come una PMC indipendente, ma
come un’estensione dell’esercito russo, con un focus sul supporto alle
ambizioni geopolitiche di Mosca all’estero. In Africa, ad esempio, Wagner
continua a funzionare come principale contractor per la sicurezza della Russia,
garantendo il controllo di territori ricchi di risorse e sostenendo regimi
alleati. Tuttavia, tutti i contratti, la logistica e i processi decisionali
sono ora strettamente monitorati dal Cremlino, garantendo che le attività di
Wagner servano gli interessi dello stato russo piuttosto che quelli di singoli
comandanti.
La trasformazione
del Gruppo Wagner da una forza mercenaria semi-autonoma a un’entità controllata
dallo Stato ha consolidato il suo ruolo di strumento chiave della politica
estera russa. Sebbene il marchio di “PMC” (Private Military Company)
rimanga utile per manovre diplomatiche e legali, Wagner opera ora con il pieno
sostegno dello Stato russo, consentendo a Mosca di espandere la sua influenza
in regioni strategiche senza dispiegare direttamente le forze militari
ufficiali.
In Africa, Wagner
ha continuato le sue operazioni di sicurezza nella Repubblica Centrafricana, in
Mali, in Sudan e in Libia, spesso ottenendo concessioni minerarie redditizie e
accordi militari strategici in cambio dei suoi servizi. Queste operazioni non
solo forniscono alla Russia l’accesso a risorse preziose come l’oro e i
minerali rari, ma rafforzano anche le sue alleanze politiche con governi
autoritari in cerca di un’alternativa all’assistenza militare occidentale.
Nel frattempo, in
Medio Oriente, l’eredità di Wagner in Siria—dove ha svolto un ruolo cruciale
nel sostenere il regime di Bashar al-Assad—rimane intatta nonostante il
cambiamento di leadership, con rapporti che suggeriscono che il personale
Wagner continui ad assistere le forze siriane nel mantenere il controllo su
regioni chiave, fornendo anche un corridoio di rifornimento per altre
operazioni russe in Africa.
In Ucraina,
tuttavia, il ruolo diretto di Wagner nei combattimenti si è ridotto a seguito
della sua integrazione nel Ministero della Difesa russo. Sebbene alcuni
combattenti Wagner siano rimasti attivi in prima linea, in particolare in ruoli
specialistici come la ricognizione e le operazioni di sabotaggio, la loro
presenza complessiva si è significativamente ridotta rispetto al picco
dell’offensiva di Bakhmut.
Operazioni attuali Il Gruppo Wagner rimane attivo in diverse nazioni africane, in particolare nella Repubblica Centrafricana (CAR) e in Mali, dove continua a essere un importante strumento di influenza russa. Le sue operazioni in questi paesi sono strettamente intrecciate con i governi locali, l’estrazione di risorse e le partnership militari che offrono vantaggi sia finanziari che strategici a Mosca.
Nella Repubblica
Centrafricana, gli operativi di Wagner si sono radicati come la principale
forza di sicurezza a sostegno del governo del presidente Faustin-Archange
Touadéra. Il loro coinvolgimento è iniziato nel 2018 come consiglieri militari
e addestratori per le forze armate locali, ma si è poi ampliato fino a
includere operazioni di combattimento contro gruppi ribelli. Wagner è stata
direttamente coinvolta nei combattimenti contro varie fazioni insurrezionali,
tra cui la Coalizione dei Patrioti per il Cambiamento (CPC), un’alleanza di
ribelli che mira a rovesciare Touadéra.
Oltre alle
operazioni militari, Wagner ha stabilito il controllo su settori economici
chiave, in particolare l’industria mineraria dell’oro e dei diamanti. Il gruppo
ha ottenuto diritti esclusivi per la gestione di diverse miniere, con i ricavi
presumibilmente convogliati verso aziende russe che finanziano le operazioni
globali di Wagner. Queste attività economiche non solo rendono Wagner
autosufficiente nella regione, ma rafforzano anche l’influenza russa sul
governo della CAR. Secondo alcuni rapporti, gli operativi di Wagner proteggono
funzionari governativi, controllano la sicurezza delle frontiere e gestiscono
parti dell’infrastruttura della difesa del paese.
L’influenza di
Wagner si estende anche alla propaganda, con campagne mediatiche che promuovono
narrazioni filo-russe e screditano il coinvolgimento occidentale nel paese.
Messaggi pro-Russia sono diffusi in tutta la Repubblica Centrafricana, con
gruppi affiliati a Wagner che distribuiscono materiali che presentano Mosca
come un alleato affidabile in contrasto con le ex potenze coloniali, come la
Francia.
In modo simile, in Mali la presenza di Wagner è cresciuta significativamente dopo il ritiro delle forze francesi nel 2022, segnando un importante cambiamento nelle alleanze regionali. Dopo il colpo di stato militare del 2021, la giunta al potere ha cercato alternative di sicurezza, e la Russia, attraverso Wagner, è emersa come un attore chiave. I mercenari Wagner sono stati schierati con il pretesto di assistere le forze armate maliane nelle operazioni antiterrorismo contro i gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaeda e all’ISIS nella regione del Sahel. Tuttavia, la loro presenza è stata controversa, con numerose accuse di violazioni dei diritti umani, tra cui esecuzioni extragiudiziali, torture e massacri di civili.
Nonostante queste
preoccupazioni, la giunta militare del Mali continua a fare affidamento sul
sostegno di Wagner, considerandolo un’alternativa affidabile all’assistenza
militare occidentale. In cambio dei loro servizi, Wagner avrebbe ottenuto
accesso alle risorse naturali del Mali, in particolare alle miniere d’oro, in
modo simile alla CAR. Inoltre, Wagner ha avuto un ruolo nel rimodellare la
politica estera del Mali, rafforzando i legami con Mosca e allontanando il
paese dagli alleati occidentali tradizionali. Questo potrebbe rappresentare una
seria minaccia per l’Italia, l’unico paese europeo con una presenza
significativa nella regione sub-sahariana.
Le operazioni di
Wagner in CAR e Mali fanno parte di una strategia più ampia della Russia per
espandere la propria influenza geopolitica in Africa, spesso riempiendo i vuoti
lasciati dalle potenze occidentali. Posizionandosi come garante della sicurezza
per i regimi sotto assedio, la Russia ha ottenuto posizioni economiche e
politiche strategiche nel continente. L’impegno di Wagner in Africa è in linea
con gli obiettivi di Mosca di sfidare l’influenza occidentale, garantire
l’accesso a risorse critiche e coltivare partnership strategiche utili in arene
diplomatiche internazionali, come le Nazioni Unite.
Oltre alla
Repubblica Centrafricana e al Mali, Wagner è segnalato anche in altri paesi
africani, tra cui Sudan, Libia e Burkina Faso, dove continua a operare sotto
vari livelli di controllo statale russo. Sebbene il suo futuro rimanga incerto
dopo la morte del fondatore Yevgeny Prigozhin, il ruolo di Wagner come
strumento di influenza russa in Africa rimane intatto, con le sue operazioni
sempre più sotto la supervisione diretta del governo russo.
Leadership e struttura di comando Dopo la morte di Prigozhin, il Cremlino si è mosso rapidamente per integrare le operazioni di Wagner sotto il controllo statale, trasformando il gruppo da entità semi-autonoma a una diretta emanazione della strategia militare e geopolitica russa. Nell’agosto 2023, il presidente Vladimir Putin ha firmato un decreto che obbliga tutti i combattenti di Wagner a giurare fedeltà allo Stato russo, sancendo la fine della sua indipendenza operativa e la sua assimilazione nella struttura militare ufficiale russa.
La
riorganizzazione ha comportato il trasferimento del comando a individui fedeli
all’establishment militare russo. Molti leader originari di Wagner, in
particolare quelli legati a Prigozhin, sono stati rimossi, riassegnati o
eliminati in circostanze sospette. Al loro posto, ufficiali della difesa russa
e agenti del GRU hanno assunto il controllo, garantendo che le operazioni di
Wagner siano pienamente allineate con gli interessi strategici di Mosca.
Forza numerica e consistenza delle truppe La riorganizzazione di Wagner ha comportato anche una revisione della sua forza numerica. Prima della morte di Prigozhin, si stimava che Wagner contasse tra i 25.000 e i 50.000 combattenti, con una parte significativa costituita da ex detenuti russi reclutati attraverso un controverso programma di arruolamento carcerario. Dopo la scomparsa di Prigozhin, molti di questi combattenti sono stati assorbiti nelle unità regolari dell’esercito russo o congedati, causando un temporaneo calo della forza operativa di Wagner. Tuttavia, gli sforzi di reclutamento sono proseguiti sotto la nuova leadership allineata al Cremlino, e si stima che il nucleo combattente di Wagner conti ora tra i 15.000 e i 25.000 effettivi. Una parte significativa di queste truppe è stata ridistribuita in Africa, dove Wagner è attiva in paesi come la Repubblica Centrafricana, il Mali e la Libia.
Per rimpinguare
le proprie fila, Wagner ha apparentemente modificato il proprio approccio al
reclutamento, puntando su ex militari, veterani delle forze speciali e
mercenari con esperienza di combattimento in Ucraina, Siria e Africa. Anche i
programmi di addestramento sono stati ampliati, con i combattenti di Wagner che
ricevono istruzione militare avanzata presso strutture controllate dal
Ministero della Difesa russo prima di essere dispiegati all’estero.
Armamenti ed equipaggiamento Nonostante la sua formale integrazione nell’apparato statale russo, Wagner continua a operare con un alto grado di autonomia per quanto riguarda il proprio arsenale e la logistica. Il gruppo mantiene l’accesso a un’ampia gamma di armamenti, provenienti principalmente dai depositi militari russi. Tra questi figurano armi leggere come i fucili d’assalto AK-74 e AK-12, le mitragliatrici PKM e Pecheneg, le armi anticarro RPG-7 e RPG-29, oltre a fucili di precisione avanzati come il Dragunov SVD e l’Orsis T-5000.
Per quanto
riguarda le armi pesanti, Wagner continua a impiegare veicoli corazzati per il
trasporto truppe (APC) e veicoli da combattimento della fanteria, tra cui
BTR-80 e BMP-2, garantendo mobilità e potenza di fuoco nelle operazioni in
Africa e Medio Oriente. Inoltre, unità di Wagner sono state osservate in
passato con carri armati T-72 e T-90, in particolare nelle zone di
combattimento più intense, come in Ucraina prima della loro ridistribuzione.
L’artiglieria continua a essere un elemento chiave della strategia di Wagner, con l’accesso a sistemi lanciarazzi multipli (MRLS) come il BM-21 Grad e a pezzi di artiglieria semovente più pesanti, tra cui il 2S19 Msta-S. Questi mezzi garantiscono una capacità di fuoco significativa in contesti di guerra asimmetrica. Vi sono anche segnalazioni sull’uso di droni da combattimento, tra cui UAV da ricognizione Orlan-10, impiegati per sorveglianza sul campo di battaglia e attacchi di precisione.
Sotto il controllo del Cremlino, il gruppo continuerà a fungere da principale strumento di proiezione di potenza in aree dove un coinvolgimento diretto delle forze armate russe sarebbe politicamente o diplomaticamente costoso.
In Africa, dove il supporto aereo è cruciale per la logistica e le operazioni di combattimento, Wagner ha mantenuto una piccola flotta di elicotteri, tra cui Mi-8 e Mi-24 da combattimento, utilizzati sia per il trasporto delle truppe che per il supporto aereo ravvicinato. Questi velivoli sarebbero forniti direttamente dal Ministero della Difesa russo, garantendo che le capacità aeree di Wagner rimangano operative nonostante la riorganizzazione.
Prospettive strategiche Con la perdita della sua autonomia, il futuro di Wagner è ormai legato alle priorità strategiche dello stato russo. Sotto il controllo del Cremlino, il gruppo continuerà a fungere da principale strumento di proiezione di potenza in aree dove un coinvolgimento diretto delle forze armate russe sarebbe politicamente o diplomaticamente costoso. Tuttavia, la perdita della sua indipendenza operativa potrebbe ridurre l’efficacia del gruppo in alcuni scenari, soprattutto laddove la sua flessibilità e adattabilità erano stati fattori chiave di successo.
Inoltre, vi sono
indiscrezioni secondo cui Mosca starebbe valutando la possibilità di
ristrutturare Wagner in più compagnie militari private (PMC) più piccole,
operanti con diversi livelli di controllo statale. Questa strategia
permetterebbe alla Russia di mantenere una parvenza di negabilità plausibile,
pur continuando a beneficiare delle competenze di Wagner nella guerra
irregolare e nelle operazioni di sicurezza.
Indipendentemente
dalla forma che assumerà in futuro, la trasformazione di Wagner da PMC
semi-autonoma a un’organizzazione paramilitare completamente controllata dallo
stato segna un cambiamento significativo nella dottrina militare russa. Il
Cremlino ha, di fatto, nazionalizzato il più noto gruppo mercenario del mondo,
assicurandosi che le sue operazioni rimangano pienamente allineate con le
ambizioni geopolitiche russe.
Grazie alla nuova
leadership, agli sforzi di reclutamento sostenuti e all’accesso continuo ad
armamenti avanzati, Wagner rimane una forza formidabile nonostante la perdita
della sua autonomia. Ora che è sotto il controllo diretto del Cremlino, Wagner
non è più solo una PMC fuori dagli schemi, ma un elemento integrante della
strategia militare e geopolitica russa. Il suo ruolo di moltiplicatore di forze
in Africa e in altre aree di influenza russa si è rafforzato, con Mosca che
sfrutta le capacità di Wagner per garantire interessi strategici ed economici
chiave.
Nei prossimi
mesi, Wagner continuerà probabilmente a espandere la propria influenza in
Africa, mantenendo una presenza limitata in Ucraina e Medio Oriente. La sua
integrazione nell’apparato militare russo assicura la continuità operativa, con
una forte enfasi sull’allineamento delle missioni con la strategia globale del
Cremlino.
Conclusione: il ruolo di Wagner nella strategia globale russa In sintesi, il Gruppo Wagner continua a essere un elemento critico per la proiezione di potenza russa, in particolare in regioni di rilevanza geopolitica come l’Africa, il Medio Oriente e alcune parti dell’Europa orientale. La trasformazione del gruppo nell’era post-Prigozhin rappresenta un cambiamento decisivo nella gestione russa delle operazioni paramilitari, passando da una forza privata altamente influente ma informale a un’estensione più controllata dello stato russo. Questa evoluzione riflette le priorità strategiche del Cremlino: consolidare presenze economiche e militari all’estero, contrastare l’influenza occidentale e impiegare tattiche di guerra non convenzionale per raggiungere obiettivi geopolitici senza un coinvolgimento ufficiale dello stato.
La
ristrutturazione di Wagner sotto il Ministero della Difesa e le agenzie di
intelligence russe dimostra la determinazione del Cremlino a consolidare il
controllo sulle forze militari irregolari. L’epoca in cui Wagner operava con
una certa indipendenza—seguendo a volte anche interessi propri oltre a quelli
del governo russo—è ormai terminata. La subordinazione diretta di Wagner alle
autorità statali garantisce che le sue missioni siano strettamente allineate
con gli obiettivi della politica estera di Mosca, eliminando il rischio di
azioni autonome, come il tentato ammutinamento di Prigozhin, che avrebbero
potuto mettere in discussione la leadership russa.
L’impiego di
Wagner in Africa evidenzia il suo ruolo chiave nella strategia globale russa.
Assumendo il ruolo di garante della sicurezza per regimi come quello della
Repubblica Centrafricana e del Mali, Wagner ha contribuito ad ampliare
l’influenza politica ed economica della Russia nella regione, in particolare
garantendo l’accesso a risorse naturali di valore strategico.
Guardando al futuro, il modello operativo di Wagner potrebbe subire ulteriori evoluzioni sotto il controllo del Cremlino. La Russia potrebbe frammentare Wagner in più entità paramilitari minori, mantenendo così la flessibilità e la capacità di operare con discrezione, senza perdere il vantaggio strategico derivante dall’impiego di forze mercenarie.
Il ruolo di Wagner come elemento essenziale della strategia di guerra ibrida della Russia garantisce che rimarrà una forza formidabile sulla scena globale.
Questo approccio
permetterebbe a Mosca di mantenere i vantaggi strategici dell’utilizzo di forze
mercenarie—come la flessibilità, le conseguenze diplomatiche ridotte e la
negabilità—mentre si previene l’emergere di un’entità potente e indipendente
come il Gruppo Wagner dell’era Prigozhin. Mantenendo più unità paramilitari
sotto il controllo centralizzato, la Russia può continuare a sfruttare le
tattiche di guerra irregolare per raggiungere i suoi obiettivi in modo
economico e politicamente gestibile.
In definitiva, la
trasformazione di Wagner in uno strumento diretto del potere statale russo
segna una nuova fase nell’approccio della Russia agli impegni militari globali.
Il gruppo rimane una componente cruciale dell’arsenale della politica estera di
Mosca, permettendo al Cremlino di esercitare influenza, garantire risorse e
sfidare gli interessi occidentali in regioni di importanza strategica.
Nonostante abbia perso la sua indipendenza, il ruolo di Wagner come elemento
essenziale della strategia di guerra ibrida della Russia garantisce che rimarrà
una forza formidabile sulla scena globale.
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