La telefonata Trump-Zelensky sulla pace in Ucraina: leggiamo tra le righe
di Claudio Bertolotti.
Dall’intervista a “Effetto Notte” – Radio24, ospite di Roberta Giordano (puntata del 19 marzo 2025).
La dichiarazione al termine della conversazione telefonica è stata concordata e allineata, una copia l’una dell’altra. Dalla convergenza sulla riconosciuta importanza degli incontri negoziali di Gedda alla decisione di accettare un cessate il fuoco incondizionato, il che equivale a cedere alla Russia. Quello di un’Ucraina provata dei territori conquistati da Mosca è lo scenario che prospettiamo da almeno due anni ma di cui si è preferito non parlare prediligendo una narrazione ideale e non realistica volta alla liberazione dell’Ucraina tout court. Purtroppo.
C’è una differenza sottile però nelle dichiarazioni di
Washington e Kiev: Zelensky
ha ribadito la necessità di rinforzare la difesa contraerea. Trump ha
concordato su questa necessità, evidenziando
però che farà il possibile per trovare in Europa la risposta a tale necessità.
Dunque passando la palla agli europei, o quantomeno richiamando l’UE a un ruolo
che, a parole, pretende ma che nella pratica ha giocato Washington fo dal
principio. Forse non in termini economici, ma certamente in termini di
forniture materiali di armi ed equipaggiamenti. Inoltre, Zelensky non l’ha
fatto, Trump si, è stata ventilata l’ipotesi di un passaggio di proprietà del
settore energetico ucraino a favore di aziende statunitensi. Interessante, poiché
questo potrebbe essere un limite all’eventuale aggressiva pretesa futura da
parte di Mosca.
Di fatto l’Ucraina ha incassato il colpo piegandosi alla
volontà statunitense, non potendo fare altrimenti e non essendoci una reale
alternativa.
Dunque l’opzione che si prospetta all’orizzonte è quella di un’Ucraina ridimensionata, territorialmente, in termini di risorse naturali, e privata di un eventuale possibilità di inclusione all’interno dell’Alleanza atlantica, ma non dell’Unione europea: un’opzione che, però, sarebbe molto vantaggiosa per la Russia che, nell’Europa, non intravede un baluardo invalicabile.
Il dilemma della difesa europea: perché PESCO e altre iniziative non riescono mai a dare risultati
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.
L’Unione Europea ha sempre
aspirato a rafforzare la sua sicurezza collettiva e l’autonomia strategica.
Negli ultimi anni, iniziative come la Cooperazione Strutturata Permanente
(PESCO), il Fondo europeo per la difesa (EDF) e la Revisione annuale coordinata
sulla difesa (CARD) sono state lanciate per potenziare le capacità di difesa
europee. Tuttavia, queste iniziative, pur essendo simbolicamente significative,
non sono riuscite a dare all’Europa un framework per la sicurezza coerente ed
efficace. Con l’aumento delle tensioni geopolitiche, in particolare con una
Russia sempre più aggressiva e l’instabilità in corso in Medio Oriente e Nord
Africa, è giunto il momento per l’Europa di riconoscere i difetti fondamentali
nel suo attuale approccio alla difesa e considerare soluzioni più radicali.
Ad oggi, la Cooperazione
Strutturata Permanente (PESCO) continua a essere il quadro di riferimento dell’Unione
Europea per approfondire la collaborazione in ambito difensivo tra i suoi Stati
membri. Dalla sua creazione nel 2017, PESCO si è estesa includendo oggi 26
paesi che lavorano collettivamente su 68 progetti volti a migliorare le
capacità militari e l’interoperabilità. Nel novembre 2024, il Consiglio
dell’Unione Europea ha approvato le conclusioni della revisione strategica di
PESCO, riaffermando il suo ruolo centrale nel promuovere la cooperazione nell’ambito
della difesa. La revisione ha messo in luce la necessità di adattare PESCO al
mutato panorama geopolitico e ha evidenziato l’importanza di affrontare le
sfide esistenti per potenziarne l’efficacia.
Nonostante questi sforzi,
PESCO continua comunque ad avere limiti significativi. Molti progetti hanno
subito ritardi a causa di una pianificazione finanziaria e opertativa insufficiente,
portando a discussioni sul rilancio o l’abbandono di iniziative poco
performanti. Inoltre, gli interessi nazionali divergenti e le diverse
interpretazioni dell’autonomia strategica tra gli Stati membri hanno ostacolato
il raggiungimento di un livello accettabile di coesione. Ad esempio, la Polonia
ha espresso preoccupazioni sul fatto che PESCO potrebbe minare la NATO o
indebolire la cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati Uniti,
entrambi vitali per la sicurezza del fianco orientale della NATO.
Per aumentare l’efficacia
di PESCO, l’UE ha lanciato diversi progetti aperti alla partecipazione di terzi
rispetto all’Unione. In particolare, Canada, Norvegia e Stati Uniti sono
coinvolti nel progetto “Mobilità Militare” dal dicembre 2021, con il
Regno Unito che si è unito nel novembre 2022. Il Canada è stato anche invitato
a partecipare, a partire da febbraio 2023, al progetto di creazione di una rete
di hub logistici in Europa e supporto alle operazioni. Questa inclusione mira a
sfruttare competenze e risorse esterne per rafforzare le iniziative PESCO.
Nell’agosto 2024, la Svizzera ha ottenuto l’approvazione per partecipare a due
progetti PESCO: “Mobilità Militare” e “Cyber Ranges
Federation”. Questa apertura è volta a potenziare le capacità di difesa
nazionale della Svizzera, pur rispettando i suoi obblighi di neutralità.
Guardando al futuro, la
revisione strategica in corso di PESCO, prevista per concludersi entro la fine
del 2025, offre un’opportunità per rimodellare il quadro per affrontare meglio
le sfide di sicurezza contemporanee. La revisione mira a rivitalizzare PESCO
affinando i suoi obiettivi, migliorando la gestione dei progetti e garantendo
che gli sforzi collaborativi portino a concreti avanzamenti militari. In
sintesi, sebbene PESCO abbia fatto progressi nel promuovere la cooperazione in
ambito difensivo all’interno dell’UE, continua a fare i conti con inefficienze
burocratiche, priorità nazionali divergenti e livelli variabili di impegno tra
gli Stati membri. La valutazione dei risultati della revisione strategica e dell’inclusione
di partecipanti terzi saranno cruciali per determinare l’efficacia futura di
PESCO nel rafforzare la postura difensiva dell’Europa.
Allo stesso modo, il
Fondo europeo per la difesa (EDF), istituito nel 2017, è uno strumento
fondamentale per rafforzare la ricerca e l’innovazione nel settore della difesa
dell’Unione Europea. Per il periodo 2021-2027, l’EDF ha ricevuto un budget di
circa 8 miliardi di euro, di cui 2,7 miliardi destinati alla ricerca difensiva
collaborativa e 5,3 miliardi destinati a progetti di sviluppo delle capacità.
Riconoscendo la necessità di potenziare le capacità di difesa, la Commissione
Europea ha proposto un sostanziale aumento dei fondi per la difesa. Nel marzo
2025, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato
piani per un fondo di difesa da 150 miliardi di euro, volto a incoraggiare gli
Stati membri a investire in capacità militari con il supporto di prestiti
sostenuti dall’UE. Questa iniziativa sottolinea l’impegno dell’UE nel
rafforzare la propria postura difensiva in risposta alle sfide geopolitiche in
evoluzione.
La Revisione Annuale
Coordinata sulla Difesa (CARD) è un altro meccanismo cruciale progettato per
armonizzare la pianificazione e gli investimenti della difesa tra gli Stati
membri dell’UE. CARD fornisce una panoramica completa del panorama della difesa
dell’UE, identificando opportunità di collaborazione e facilitando la
cooperazione. Tuttavia, il rapporto CARD del 2024 indica che, nonostante i
progressi nella spesa per la difesa e nella cooperazione, resta ampio spazio
per miglioramenti. Gli Stati membri sono incoraggiati a prendere azioni
decisive per mantenere gli investimenti e migliorare l’efficienza delle loro
forze armate.
In aggiunta all’EDF e al
CARD, numerose altre iniziative e agenzie difensive europee contribuiscono al
potenziamento delle capacità di difesa dell’Unione Europea. Istituita nel 2004,
l’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) supporta gli Stati membri dell’UE nel
migliorare le loro capacità di difesa attraverso la cooperazione europea.
Agendo come facilitatore per progetti difensivi collaborativi, l’EDA funge da
centro per la cooperazione nella difesa europea, coprendo una vasta gamma di
attività legate alla difesa.
La Politica Comune di
Sicurezza e Difesa (CSDP) è il quadro dell’UE per la difesa e la gestione delle
crisi, formando una componente principale della Politica Estera e di Sicurezza
Comune (CFSP) dell’UE. La CSDP consente all’UE di intraprendere missioni
operative al di fuori dei suoi confini, utilizzando sia risorse civili che
militari per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti
e il rafforzamento della sicurezza internazionale. L’UE sta anche esplorando lo
sviluppo di una nuova rete satellitare per ridurre la dipendenza
dall’intelligence militare degli Stati Uniti. Questa iniziativa mira a
migliorare la capacità dell’UE di rilevare minacce e coordinare azioni
militari, fornendo aggiornamenti più frequenti e maggiore autonomia nella raccolta
di informazioni. Queste iniziative e agenzie contribuiscono collettivamente a
un quadro difensivo europeo più integrato e robusto, affrontando le sfide di
sicurezza sia attuali che emergenti.
A complicare le sfide
affrontate da queste iniziative c’è comunque la continua dipendenza dell’UE
dalla NATO come suo principale garante della sicurezza. Mentre i leader europei
parlano spesso di “autonomia strategica”, la realtà è che l’Europa
rimane dipendente dal potere militare americano. La guerra in Ucraina ha
sottolineato il ruolo insostituibile della NATO nella sicurezza europea, con
gli Stati Uniti che forniscono la maggior parte degli aiuti militari e del
coordinamento strategico. Questa dipendenza dalla NATO crea un paradosso:
mentre l’UE desidera una maggiore indipendenza difensiva, non è disposta o in
grado di sviluppare le capacità necessarie per rendere quell’indipendenza
significativa. I tentativi di stabilire un’identità difensiva europea
credibile, come l’Iniziativa di Intervento Europea (EI2) guidata dalla Francia,
hanno fatto pochi progressi a causa delle priorità concorrenti degli Stati
membri.
Per affrontare queste
carenze, l’Europa deve riconsiderare la sua strategia di difesa con soluzioni
audaci e pragmatiche. In primo luogo, è necessaria un’autentica volontà di
spesa per la difesa. L’UE dovrebbe stabilire obiettivi vincolanti di
investimento in difesa, simili all’aumento della richiesta di PIL della NATO.
ReArm Europe è un passo nella giusta direzione, ma un bilancio militare comune
europeo, finanziato attraverso meccanismi a livello UE, potrebbe aiutare a
superare la frammentazione nell’acquisto di armamenti e nello sviluppo delle
capacità.
In secondo luogo,
dobbiamo capire che la creazione di un esercito europeo pienamente integrato è
stata a lungo considerata politicamente irrealizzabile a causa delle
preoccupazioni sulla sovranità nazionale e della complessità nell’allineare
strutture militari diversificate. Tuttavia, gli sviluppi recenti indicano un
cambiamento verso capacità difensive europee più coese. Nel marzo 2022, l’UE ha
introdotto lo strumento dello Strategic Compass, delineando la creazione di una
Capacità di Dispiegamento Rapido (RDC) entro il 2025. Questa forza modulare
mira a mobilitare fino a 5.000 persone, incorporando i battaglioni modificati
dell’UE e forze aggiuntive degli Stati membri.
Il presidente francese
Emmanuel Macron è da sempre un sostenitore vocale del rafforzamento dei
meccanismi di difesa dell’UE. Nell’aprile 2024, ha proposto l’istituzione di
una Forza di Reazione Rapida Europea entro il 2025, sottolineando la necessità
di un'”Iniziativa di Difesa Europea” per sviluppare concetti
strategici e capacità, in particolare nella difesa aerea e nelle operazioni a
lungo raggio. Nonostante queste iniziative, permangono numerosi problemi.
Nazioni come la Germania affrontano difficoltà nel reclutare e preparare le
loro forze armate, soprattutto tra le giovani generazioni che potrebbero dare
priorità all’equilibrio tra vita lavorativa e impegni militari. Nazioni come
l’Italia non si fidano della Francia, riconoscendo che molto spesso le priorità
strategiche e gli interessi nazionali di Parigi divergono da quelli di Roma.
Infine, potenziare la
sicurezza dell’Europa richiede un approccio globale che integri i quadri
militari istituzionali e la preparazione civile. Sebbene l’idea di un diritto
di autodifesa a livello dell’UE simile al Secondo Emendamento degli Stati Uniti
sia culturalmente e giuridicamente complessa, l’Europa ha avviato iniziative
per rafforzare la resilienza e la preparazione civile.
In conclusione,
l’ambiente di sicurezza dell’Europa sta peggiorando, e le attuali iniziative di
difesa sono inadeguate per affrontare le sfide future. PESCO, l’EDF e il CARD
non sono riusciti a offrire un cammino credibile verso l’autonomia strategica.
Se l’Europa è seria nel difendersi, deve adottare soluzioni più ambiziose, tra
cui un aumento della spesa per la difesa, l’integrazione operativa e un quadro
giuridico che dia potere agli Stati e ai cittadini in materia di sicurezza. Senza
tali misure, la difesa europea rimarrà un mosaico frammentato e inefficace,
lasciando il continente vulnerabile in un mondo sempre più ostile.
AMERICA FIRST- Il piano economico dell’amministrazione Trump 2025
di Melissa de Teffé dagli Stati Uniti giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Qualche giorno
fa a New York, il ministro del Tesoro statunitense Scott Bessent ha illustrato
le principali politiche economiche del governo Trump davanti a esperti di
economia e finanza. L’obiettivo centrale è quello di superare la grave crisi
finanziaria che ancora colpisce il Paese, nonostante la sua grande ricchezza.
“America First”, ha spiegato Bessent, non riguarda solo politica interna o internazionale, economia o sicurezza nazionale. È piuttosto un piano completo che punta a migliorare la vita di ogni americano attraverso tre priorità fondamentali, coordinate dal Dipartimento del Commercio e del Tesoro. La base di questo piano è una nuova politica fiscale.
Politica
interna
La parola chiave è deregolamentazione,
cioè ridurre le regole inutili nel settore finanziario per accelerare la
ripresa economica. Secondo l’amministrazione Trump, le regole attuali sono
eccessive e non sempre efficaci. Un recente decreto presidenziale obbliga le
principali autorità finanziarie (Federal Reserve, FDIC e OCC) a far revisionare
le proprie regole dall’Ufficio di Gestione e Bilancio, per garantire più
controllo e responsabilità.
Secondo
Bessent, la crisi bancaria del 2023, in particolare il fallimento della Silicon
Valley Bank, è nata proprio a causa della scarsa supervisione. Chi doveva
controllare non ha compreso in tempo i rischi che la banca stava assumendo, e
non è intervenuto con decisione per risolverli.
L’agenda del
governo prevede quindi una revisione completa delle priorità nella supervisione
bancaria. La cultura delle banche deve cambiare: meno attenzione alla
burocrazia formale e più concentrazione sui rischi reali. Questo cambiamento
sarà promosso dal Financial Stability Oversight Council (FSOC) e dal Working
Group on Financial Markets, creando un migliore dialogo tra le banche, i
regolatori e il Tesoro.
Secondo
Bessent, le grandi banche americane oggi soffrono di troppe regole inefficienti
e poco chiare. La sua proposta è di semplificare e aggiornare queste norme. Ad
esempio, il regolamento sul rapporto di leva finanziaria rischia di limitare
inutilmente anche l’utilizzo degli investimenti più sicuri, come i titoli di
stato americani.
Bessent si è focalizzato sul successo delle piccole banche, che ad oggi sono solo 4.000, ma svolgono un ruolo significativo nell’economia degli Stati Uniti, nonostante detengano solo il 15% degli asset e depositi d’industria. Queste banche rappresentano il 40% dei prestiti alle piccole imprese, il 70% dei prestiti agricoli e il 40% dei prestiti immobiliari commerciali. Sfortunatamente, sono state sovraccaricate, dice Bessent, da requisiti di reporting improduttivi, regolamentazioni assai gravose, che hanno poco a che fare con la riduzione del rischio finanziario materiale. Dice Bessent: “è necessario migliorare l’efficienza e l’efficacia nel nostro settore finanziario, concentrandoci su attività domestiche sottoscritte, riducendo l’indebitamento del settore pubblico e facendo leva sul settore privato. Ciò comporterà una rivitalizzazione intelligente delle nostre istituzioni finanziarie regolate”.
Queste politiche economiche hanno suscitato molte critiche da diversi settori. La proposta di ridurre il deficit federale al 3% del PIL è stata accolta con preoccupazione, poiché per raggiungere questo obiettivo, sarebbero necessarie ingenti riduzioni dei programmi sociali, come Medicaid, e un aumento delle tasse sui beni importati, penalizzando le famiglie a basso e medio reddito. Inoltre il sostegno alla deregolamentazione del settore finanziario, mirato a stimolare la crescita economica, ha suscitato preoccupazioni circa l’instabilità finanziaria, simile a quella che ha preceduto la crisi del 2008. La riduzione della supervisione potrebbe aumentare i rischi legati agli eccessi del settore bancario e a un rischio sistemico maggiore, per non parlare della proposta di coordinare la politica monetaria con misure fiscali per influenzare i tassi di interesse a lungo termine. La paura è che questa politica destabilizzi i mercati finanziari.
La proposta di ridurre il deficit federale al 3% del PIL è stata accolta con preoccupazione, poiché per raggiungere questo obiettivo, sarebbero necessarie ingenti riduzioni dei programmi sociali, come Medicaid, e un aumento delle tasse sui beni importati, penalizzando le famiglie a basso/medio reddito.
Politica commerciale
Sul fronte internazionale, l’agenda economica del presidente Trump si basa su tre fattori principali: Annullare le tariffe, creando un equilibrio nel commercio internazionale tra importazioni ed esportazioni.
Riportare la produzione manifatturiera negli Stati Uniti, riducendo così la dipendenza economica da paesi esteri come Cina, Canada e Messico. Sebbene questo processo richiederà tempo, l’obiettivo è ridurre gradualmente la delocalizzazione produttiva avvenuta negli ultimi decenni.
Rivedere gli accordi commerciali e militari, integrando politica militare, economica e politica estera, anziché trattarle come ambiti separati. Secondo l’amministrazione Trump, la spesa militare, infatti, non garantisce una crescita economica sana e sostenibile. Diversi economisti sostengono questa visione, tra cui James K. Galbraith, che considera la spesa militare improduttiva rispetto agli investimenti civili; Norman Angell, che già nel 1909 spiegava nel suo saggio “La grande illusione” che il potere militare non genera benessere economico duraturo; e John Maynard Keynes, che nella sua “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” evidenziava come le spese pubbliche produttive siano preferibili rispetto alla costruzione di armamenti per sostenere una crescita economica stabile.
Secondo l’amministrazione Trump, la spesa militare non garantisce una crescita economica sana e sostenibile. In quest’ottica, gli Stati Uniti non intendono più sovvenzionare altri paesi Nato, concentrando invece le risorse verso lo sviluppo produttivo interno e nuove relazioni commerciali.
In quest’ottica, gli Stati Uniti non intendono più sovvenzionare altri paesi Nato, concentrando invece le risorse verso lo sviluppo produttivo interno e nuove relazioni commerciali. Non possiamo dare torto al ministro del Tesoro quando afferma “ gli Stati Uniti sono anche consumatori di prima e ultima istanza. Questo sistema non è sostenibile”. E come stoccata alla Cina, dice: “ L’accesso a beni a basso costo non è l’essenza del sogno americano. Il sogno americano riguarda la mobilità sociale, la sicurezza economica e l’opportunità di raggiungere la prosperità. Le relazioni economiche internazionali che non funzionano per il popolo americano devono essere riesaminate. Questo è ciò che le tariffe sono progettate per affrontare: livellare il campo di gioco affinché il sistema commerciale internazionale premi l’ingegnosità, la sicurezza, lo stato di diritto e la stabilità, invece di sopprimere i salari, manipolare le valute, rubare proprietà intellettuali e introdurre regolamenti draconiani. Gli Stati Uniti risponderanno a pratiche dannose, incluse leggi ingiuste, politiche governative che minano la concorrenza globale e manipolazione delle valute”.
Ancora una volta Trump e Bessent hanno definito impropriamente queste multe come “tariffe”. L’Unione Europea ha sanzionato Google per pratiche anticoncorrenziali relative al suo servizio di shopping online, accusandola di privilegiare i propri prodotti rispetto a quelli della concorrenza, limitando così la libertà di scelta dei consumatori.
L’accesso a beni a basso costo non è l’essenza del sogno americano. Il sogno americano riguarda la mobilità sociale, la sicurezza economica e l’opportunità di raggiungere la prosperità.
Scott Bessent, segretario al Tesoro statunitense
In realtà, si tratta di sanzioni
applicate sulla base di precise normative europee a tutela della privacy e
della libera concorrenza. L’Europa, attraverso regolamenti come il Digital
Markets Act (DMA) e il Digital Services Act (DSA), ha tracciato una
netta linea di difesa—una sorta di “linea Maginot”—che limita il
potere delle grandi piattaforme digitali, impedendo loro di prevalere sugli
interessi dei singoli cittadini. Il DMA, in particolare, identifica grandi
aziende tecnologiche come Alphabet (Google), Amazon, Apple, ByteDance, Meta e
Microsoft, definendole “gatekeeper” e imponendo loro obblighi
specifici per garantire un mercato equo e competitivo.
Parlando poi di sicurezza militare Bessent afferma: “La sicurezza economica è la sicurezza nazionale. Questo è evidente nelle azioni di sanzione del Tesoro degli Stati Uniti. Nel suo discorso dello scorso settembre, il presidente Trump ha espresso il suo parere che l’uso eccessivo delle sanzioni potrebbe influenzare la supremazia del dollaro. Sono d’accordo e aggiungo che, come l’uso eccessivo di antibiotici, l’obiettivo diventa immune e muta. Le sanzioni che non sono monitorate con attenzione creano semplicemente nuovi mercati che devono essere sanzionati a loro volta, e il ciclo continua. Un fattore importante che ha permesso alla macchina da guerra russa di continuare è stata la debolezza delle sanzioni sull’energia russa da parte dell’amministrazione Biden, causata dalle preoccupazioni per l’aumento dei prezzi dell’energia negli Stati Uniti durante una stagione elettorale. Questa amministrazione ha mantenuto in atto le sanzioni potenziate e non esiterà ad andare fino in fondo se ciò fornirà leva nelle negoziazioni di pace. La guida del presidente Trump sulle sanzioni è chiara: saranno utilizzate in modo esplicito e aggressivo per un impatto massimo e saranno monitorate con attenzione per garantire che raggiungano obiettivi specifici.”
Sebbene il piano economico “America First” abbia il merito di riportare l’attenzione sulla centralità dell’economia domestica, alcuni suoi aspetti andrebbero rivisti con cautela per evitare conseguenze indesiderate sul piano economico e sociale, sia nazionale che internazionale
In conclusione,
il piano economico “America First” proposto dall’amministrazione
Trump presenta alcune idee interessanti, come la volontà di riportare la
manifattura negli Stati Uniti e di semplificare alcune regolamentazioni
finanziarie considerate troppo burocratiche. Tuttavia, molte delle soluzioni
proposte, in particolare la forte deregolamentazione e la riduzione drastica
del deficit federale, sollevano preoccupazioni concrete. Da un lato, c’è il
rischio che l’allentamento delle regole bancarie possa portare nuovamente a
crisi finanziarie, come già avvenuto nel 2008 e nel 2023. Dall’altro, la
riduzione dei programmi sociali per contenere il deficit potrebbe aggravare le
disuguaglianze economiche e sociali negli Stati Uniti.
Sul fronte
internazionale, il desiderio di riportare la manifattura negli USA e rivedere i
rapporti commerciali e militari evidenzia una presa di coscienza della
vulnerabilità economica del paese, e rappresenta un tentativo ambizioso e
positivo di ridare impulso alla produzione nazionale. Tuttavia, questa
strategia richiederà tempo, investimenti mirati e relazioni diplomatiche
attente.
Infine, la
posizione di Trump e Bessent rispetto alle sanzioni europee verso le grandi
aziende tecnologiche appare semplicistica e rischia di creare inutili tensioni.
Non riconoscere la differenza tra “tariffe” e sanzioni antitrust
indica una possibile incomprensione delle normative europee, che sono volte a
tutelare la concorrenza e i diritti dei cittadini.
In sintesi,
sebbene il piano economico “America First” abbia il merito di
riportare l’attenzione sulla centralità dell’economia domestica, alcuni suoi
aspetti andrebbero rivisti con cautela per evitare conseguenze indesiderate sul
piano economico e sociale, sia nazionale che internazionale.
Un arsenale nucleare per l’Italia: quanto costerebbe?
di Andrea Molle e Claudio Bertolotti.
Quanto costerebbe
all’Italia dotarsi di un proprio arsenale nucleare?
L’idea che l’Italia possa
dotarsi di un’arma nucleare è un tema complesso, con implicazioni economiche,
politiche e strategiche. In uno scenario ipotetico, Roma potrebbe scegliere tra
due modelli: una triade nucleare completa, come quella di Stati Uniti, Russia e
Cina, oppure una forza nucleare più limitata, simile alla “Force de
Frappe” francese. Ma quanto costerebbe ciascuna opzione?
Una deterrenza nucleare
basata su tre componenti – missili balistici terrestri, sottomarini nucleari
con missili balistici e bombardieri strategici – richiederebbe enormi
investimenti in ricerca, produzione e infrastrutture. Per la componente
terrestre, lo sviluppo dei missili balistici intercontinentali potrebbe costare
tra i 10 e i 20 miliardi di euro, mentre la loro produzione richiederebbe un
investimento di circa 50-100 milioni per ogni missile. Le infrastrutture, tra
cui silos e basi mobili, avrebbero un costo aggiuntivo tra i 5 e i 10 miliardi,
mentre la manutenzione e gli aggiornamenti per un periodo di trent’anni
potrebbero richiedere tra i 30 e i 50 miliardi. Nel complesso, questa
componente costerebbe tra i 50 e gli 80 miliardi di euro. Questo senza contare
il problema politico di dove allestire le basi di lancio.
La componente sottomarina
prevedrebbe la costruzione di quattro o meglio sei sottomarini nucleari con
missili balistici, con un costo stimato tra i 3 e i 5 miliardi per unità.
Sappiamo che la Marina sta già considerando lo sviluppo di unità a propulsione
nucleare, ma lo sviluppo e la produzione dei missili SLBM comporterebbe una
spesa tra i 5 e i 10 miliardi, mentre le infrastrutture e la manutenzione
richiederebbero un ulteriore investimento tra i 15 e i 20 miliardi.
Complessivamente, questa parte del programma costerebbe tra i 50 e i 70
miliardi di euro.
Per la componente aerea,
lo sviluppo di un nuovo bombardiere stealth richiederebbe un investimento tra i
20 e i 40 miliardi di euro, mentre l’acquisto di bombardieri esistenti
costerebbe tra 1 e 2 miliardi per unità. Le infrastrutture e gli aggiornamenti
aggiungerebbero altri 5-10 miliardi. Il costo totale di questa componente
sarebbe tra i 30 e i 50 miliardi di euro.
Infine, lo sviluppo e la
produzione delle testate nucleari richiederebbe tra i 10 e i 20 miliardi di
euro. La costruzione di impianti per l’arricchimento dell’uranio e la
produzione di plutonio costerebbe tra i 10 e i 15 miliardi, mentre la creazione
di sistemi di comando, controllo e comunicazione necessiterebbe di ulteriori 15-20
miliardi. Il costo totale di questa parte del programma sarebbe compreso tra i
35 e i 55 miliardi di euro.
Nel complesso, il costo
stimato per una triade nucleare completa si aggirerebbe tra i 165 e i 255
miliardi di euro, con un periodo di realizzazione tra i 20 e i 30 anni.
Un modello più realistico
per l’Italia potrebbe essere quello della Francia, che basa la sua deterrenza
nucleare su sottomarini con missili balistici e una componente aerea con
missili da crociera lanciabili da caccia. La costruzione di quattro sottomarini
nucleari lanciamissili avrebbe un costo di circa 3-5 miliardi per unità. Lo
sviluppo dei missili balistici per sottomarini richiederebbe tra i 5 e i 10
miliardi, mentre le infrastrutture e la manutenzione costerebbero tra i 10 e i
15 miliardi. Nel complesso, questa componente costerebbe tra i 40 e i 60
miliardi di euro.
Per la componente aerea,
l’Italia potrebbe affidarsi agli F-35, già in dotazione e capaci di trasportare
missili da crociera con testate nucleari. Lo sviluppo di tali missili
comporterebbe una spesa tra i 5 e i 10 miliardi, portando il costo totale della
componente aerea tra i 10 e i 20 miliardi di euro.
Infine, lo sviluppo e la
produzione delle testate nucleari costerebbe tra i 10 e i 15 miliardi, mentre
la costruzione di impianti per l’arricchimento e la produzione di plutonio
avrebbe un costo di circa 10 miliardi. I sistemi di comando e controllo
aggiungerebbero un ulteriore investimento di circa 10 miliardi. Il costo totale
di questa parte del programma sarebbe compreso tra i 30 e i 35 miliardi di
euro.
Nel complesso, il costo
stimato per una forza nucleare ridotta si aggirerebbe tra gli 80 e i 115
miliardi di euro, con un periodo di realizzazione tra i 15 e i 20 anni.
L’Italia, come firmataria
del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e membro della NATO, non ha
avuto bisogno fino ad ora di un arsenale nucleare nazionale grazie alla
protezione dell’ombrello nucleare statunitense. Tuttavia, in un contesto
geopolitico in rapido mutamento, il dibattito su un’eventuale autonomia
strategica non è da escludere. Se si optasse per una triade nucleare completa,
il costo sarebbe esorbitante e difficilmente sostenibile. Un modello alla
francese, più agile e meno oneroso, potrebbe essere una scelta più realistica,
ma comunque con un prezzo elevato, sia in termini economici che diplomatici.
Alla luce di questi numeri, è evidente che la questione non è solo
“possiamo permettercelo?”, ma anche “ne vale davvero la
pena?”.
Quale confronto con lo stato dell’arte di Stati
Uniti, Russia e Francia in termini di dissuasione?
L’ipotesi di una
“capacità nucleare” italiana si scontra inevitabilmente con il
confronto con le citate grandi potenze nucleari globali – Stati Uniti, Russia e
Francia – le cui dottrine strategiche sono il risultato di decenni di sviluppo,
test e consolidamento. Come abbiamo detto, l’Italia, pur non possedendo armi nucleari
proprie, beneficia del citato ombrello nucleare e della dissuasione estesa
garantita dagli Stati Uniti. Tuttavia, immaginare uno scenario in cui l’Italia
si doti di una capacità nucleare autonoma solleva interrogativi strategici,
tecnologici e politici di grande rilevanza.
Le capacità nucleari di
Stati Uniti e Russia si basano su una strategia di dissuasione strategica, ma
con alcune differenze dottrinali. Entrambi i Paesi adottano il principio della destruction mutuelle assurée (MAD),
ovvero la distruzione reciproca assicurata, ma lo declinano in modi diversi.
Negli Stati Uniti, la
strategia nucleare si fonda su un modello di dissuasione flessibile, concepito
per rispondere a minacce su diversi livelli. Questo approccio si articola sulla
cosiddetta “triade nucleare”, che include missili balistici
intercontinentali (ICBM), sottomarini nucleari lanciamissili (SSBN) e
bombardieri strategici in grado di trasportare armi nucleari. La dottrina
americana prevede anche una dissuasione estesa, fornendo protezione nucleare
agli alleati, inclusa l’Italia. Inoltre, l’introduzione di testate a bassa
potenza rende più credibile la deterrenza contro attori regionali, mentre la
capacità di attacco preventivo, sebbene non dichiarata esplicitamente, rimane
un’opzione praticabile nel quadro della sicurezza nazionale.
La Russia, invece, adotta
un modello più aggressivo, noto come “Escalate to De-Escalate”, in
cui il ricorso limitato alle armi nucleari potrebbe essere impiegato per porre
fine a un conflitto prima che esso si intensifichi. La strategia russa si
avvale anch’essa di una triade nucleare, con una particolare enfasi sugli ICBM
mobili e su nuove armi ipersoniche e strategiche, sviluppate per mantenere un
vantaggio rispetto agli Stati Uniti. La dottrina russa prevede esplicitamente
l’uso nucleare in risposta a una minaccia esistenziale, rendendo il confine tra
guerra convenzionale e guerra nucleare più sfumato rispetto alla posizione
statunitense.
Anche la Francia, con la
sua Force de Frappe, si è dotata di un arsenale nucleare autonomo, incentrato
su una componente sottomarina e su una flotta di caccia-bombardieri capaci di
colpire obiettivi strategici con missili a testata nucleare. La Francia ha
sempre rifiutato di integrare completamente il suo deterrente nucleare nella
NATO, mantenendo un principio di autonomia decisionale in materia di impiego
delle sue forze strategiche. Questo modello potrebbe rappresentare il
riferimento più realistico per un’ipotetica capacità nucleare italiana, in
quanto orientato alla difesa nazionale piuttosto che a una proiezione di forza
su scala globale.
L’Italia, nel contesto
della NATO, ha una dottrina di sicurezza che esclude lo sviluppo di un proprio
arsenale nucleare, affidandosi piuttosto alla protezione statunitense e alle
dinamiche della dissuasione collettiva. L’acquisizione di una capacità nucleare
autonoma implicherebbe non solo enormi investimenti economici, ma anche un
cambiamento radicale nella politica estera e di sicurezza del Paese, con
inevitabili ripercussioni sulle relazioni con gli altri membri dell’Alleanza
Atlantica e dell’Unione Europea.
A differenza degli Stati
Uniti e della Russia, che operano sotto una logica di deterrenza su scala
globale, e della Francia, che ha scelto un deterrente nazionale indipendente,
l’Italia dovrebbe valutare attentamente se una strategia di dissuasione
nucleare autonoma sarebbe coerente con i suoi interessi strategici. L’attuale
assetto garantisce comunque un livello di sicurezza elevato, senza i costi e le
implicazioni geopolitiche di un programma nucleare indipendente. In un contesto
internazionale in continua evoluzione, il confronto con i modelli esistenti
dimostra che la dissuasione non è solo una questione di tecnologia e arsenali,
ma anche di strategia politica e di posizionamento nel sistema internazionale.
Il messaggio di Macron e la ridefinizione dell’identità europea
Il recente discorso del Presidente francese
Emmanuel Macron in cui si esorta l’Europa al riarmo non è solo un campanello
d’allarme, ma un momento decisivo per la sicurezza del continente e il suo
ruolo nella geopolitica globale. Dichiarando che l’Europa non può più
“vivere dei dividendi della pace”, Macron ha riconosciuto una realtà
che molti leader europei hanno a lungo preferito ignorare. Il mondo è cambiato
e l’assunto post-Guerra Fredda secondo cui la sicurezza europea poteva essere
delegata agli Stati Uniti non è più sostenibile. È giunto il momento di una
maggiore autonomia strategica.
Al centro del messaggio di Macron vi è la crescente minaccia rappresentata dalla Russia. La guerra in corso in Ucraina, insieme agli sforzi più ampi di destabilizzazione della Russia in Europa, sottolineano l’urgenza della situazione. Gli Stati Uniti sono stati un alleato cruciale, ma il loro panorama politico sta cambiando e le future amministrazioni potrebbero non essere altrettanto impegnate nella sicurezza europea come in passato. La proposta di Macron di estendere la deterrenza nucleare francese agli alleati europei rappresenta un cambiamento strategico fondamentale — uno di quei momenti che ridefiniscono il quadro della sicurezza europea. Non un regalo, e certamente non la condivisione del controllo operativo, ma una vera e propria offerta per l’acquisto della leadership della Difesa Europea.
Questo cambiamento è particolarmente
interessante data la postura storica della Francia sulla difesa. Fin dalla
presidenza di Charles de Gaulle, la Francia ha perseguito una strategia di
difesa indipendente, enfatizzando la sovranità nazionale piuttosto che
l’affidamento alla NATO. Nel 1966, de Gaulle ritirò la Francia dal comando
militare integrato della NATO, affermando che la Francia avrebbe dovuto
controllare la propria politica militare piuttosto che essere subordinata alla
leadership degli Stati Uniti. Sebbene la Francia sia rientrata nella struttura
di comando della NATO nel 2009 sotto la presidenza di Nicolas Sarkozy, la sua
deterrenza nucleare è sempre rimasta strettamente sotto controllo nazionale. La
disponibilità di Macron a discutere l’estensione dell’ombrello nucleare
francese segna una significativa deviazione da questa posizione tradizionale,
segnalando una nuova era nella difesa europea, ma allo stesso tempo un ritorno
al paradigma gollista.
Le implicazioni di questo cambiamento si
estendono oltre la Francia. L’Unione Europea sta già esplorando massicci
investimenti nella difesa, potenzialmente mobilitando centinaia di miliardi di
euro. Questa mossa segnala l’intenzione di ridurre la dipendenza dalla NATO, o
perlomeno di stabilire un pilastro europeo più forte all’interno dell’alleanza.
Se riuscisse, questa trasformazione potrebbe alterare l’equilibrio del potere
globale, rendendo l’Europa un attore più indipendente sulla scena mondiale.
L’Italia si trova a un bivio in questo nuovo
paradigma e il tempo per una decisione stringe. Il Presidente del Consiglio
Giorgia Meloni ha sottolineato l’importanza dell’unità occidentale, avvertendo
che la divisione sarebbe “fatale per tutti”. L’Italia, storicamente
cauta nelle spese per la difesa, potrebbe ora essere costretta ad aumentare
significativamente il proprio budget militare. Inoltre, mentre si evolvono le
discussioni sulla deterrenza nucleare europea, l’Italia potrebbe essere costretta
a riconsiderare le proprie politiche strategiche. Dovrebbe allinearsi più
strettamente alla visione francese, mantenere la sua tradizionale dipendenza
dall’ombrello nucleare statunitense o Roma opterà piuttosto per creare una
propria “Forza di Deterrenza”?
In ogni caso, il discorso di Macron non
riguardava solo la spesa militare; riguardava la ridefinizione dell’identità
europea. L’era della compiacenza europea in materia di difesa è finita. La
domanda ora è se i leader europei, in particolare in Italia, siano disposti a
cogliere l’occasione e assumersi le responsabilità che accompagnano la vera
autonomia strategica. Se non agiranno, il costo potrebbe non essere solo la
sicurezza dell’Europa, ma il suo posto stesso nell’ordine mondiale.
Il commento di C. Bertolotti a Officina geopolitica di START inSight.
La scelta di Trump di spingere verso una conclusione del conflitto, anche a discapito dell’Ucraina, è razionale e coerente con la sua promessa elettorale, cioè quello per cui è stato eletto. Ed è, soprattutto, “una leva con cui fare forza nei confronti di Zelensky affinché il presidente possa rispondere al proprio elettorato, al quale aveva promesso di porre termine alla guerra russo-ucraina. È quindi una scelta di politica interna rispetto a un costo che viene imposto ai contribuenti statunitensi”. “Detto questo quello dell’amministrazione Trump è un passo certamente importante e significativo in quello che sarà lo sviluppo della guerra, perché andando a ridurre o a congelare gli aiuti l’Ucraina di fatto passerà da un livello di sufficienza minima (garantito dall’amministrazione Biden) al non avere più le risorse per condurre una guerra. Oltretutto, verrebbe a mancare anche la spinta morale, cioè l’assenza di un sostegno statunitense farebbe venir meno la volontà dei soldati stessi di combattere e degli stati maggiori di gestire la condotta sul campo di battaglia”.
Nulla da eccepire sul piano razionale: se la precedente amministrazione Biden non ha voluto porre l’Ucraina nelle condizioni di vincere la guerra, perché dovrebbe farlo l’amministrazione Trump? È semplicemente la chiusura di un dossier che Washington non reputa più conveniente sostenere.
È un game over?
“È sicuramente l’avvio di un processo di conclusione di una guerra che
sarà sfavorevole all’Ucraina, in termini di cessione di territori a favore
della Russia, ma lo sarà ancora di più a livello strategico, proiettato nel
lungo periodo”, commenta Bertolotti. “La Russia utilizzerebbe – così come ha
già fatto con la Crimea – la base territoriale conquistata come punto di
partenza per la successiva possibile fase offensiva. Non avverrà domani né
dopodomani, ma nei prossimi 5-10 anni, indipendentemente da quella che sarà la
leadership russa”.
Negli ultimi giorni si sono fatte sempre più insistenti le
richieste, da parte di stretti collaboratori di Trump, di un passo indietro
di Zelensky, la cui presenza viene
descritta come ormai “insostenibile”. Ipotesi, quella delle dimissioni di
Zelensky che si pone come plausibile: “È un’opportunità per lui di uscire
a testa alta, come l’uomo che non si è piegato alla volontà di Trump e che piuttosto
lascia la guida del Paese. Se arriviamo alla scadenza naturale del suo mandato,
e quindi all’ipotesi di nuove elezioni, produrrà una narrazione interna di
volontà di concludere la guerra a qualunque costo, che quindi poterà la sigla
di un’intesa commerciale con gli Stati Uniti a cui seguirà un sostegno
statunitense all’accordo negoziale con la Russia. Soltanto a quel punto
Zelensky potrebbe riproporsi come voce politica, e quindi come competitor al
successivo appuntamento elettorale, come colui che non ha firmato e non avrebbe
firmato, fiero della sua postura europea e occidentale e non filorussa”.
L’Europa al bivio: può difendersi senza il supporto degli Stati Uniti?
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.
Con l’intensificarsi
delle tensioni geopolitiche e la possibilità di un ritiro parziale o completo
degli Stati Uniti dalla NATO, l’Europa si trova di fronte a una domanda
urgente: può difendersi senza il sostegno americano? La risposta, sebbene non
impossibile, comporta costi enormi e un lungo e incerto cammino verso l’indipendenza
militare.
Per decenni, l’Europa ha
beneficiato della protezione degli Stati Uniti, che hanno rappresentato la
spina dorsale della sua strategia di difesa. Washington fornisce non solo la
deterrenza nucleare, ma anche le capacità logistiche, tecnologiche e di
intelligence che i paesi europei faticano a replicare autonomamente. Un’uscita
degli Stati Uniti dalla NATO lascerebbe l’Europa con un vuoto di sicurezza che
richiederebbe un aumento drammatico della spesa militare e una coesione
politica—entrambi aspetti tutt’altro che garantiti.
I numeri sono
preoccupanti. Oggi, i bilanci di difesa combinati dell’Unione Europea e del
Regno Unito ammontano a circa 380 miliardi di dollari all’anno. Tuttavia, gli
esperti stimano che, per compensare la perdita delle capacità statunitensi,
l’Europa dovrebbe investire un ulteriore 300-400 miliardi di dollari in
espansione militare. Per sostenere questo, i paesi europei dovrebbero aumentare
la loro spesa annuale per la difesa al 3-4% del PIL, rispetto all’attuale 1,5-2%.
Per l’Italia, la sfida è
particolarmente difficile. Destinando attualmente circa l’1,5% del PIL alla
difesa, circa 30 miliardi di euro all’anno, Roma dovrebbe probabilmente
raddoppiare la sua spesa a 60 miliardi di euro annui per mantenere una postura
di sicurezza credibile. Non è una piccola impresa per un paese con un rapporto
debito/PIL superiore al 140%, dove la spesa per la difesa storicamente è stata
subordinata ad altre priorità sociali ed economiche.
Tuttavia, l’Italia è un
attore cruciale della NATO, data la sua posizione strategica nel Mediterraneo. Ma
senza il supporto degli Stati Uniti, il Paese si troverebbe ad affrontare gravi
lacune nel potere navale, nella superiorità aerea e nelle capacità di
intelligence. L’Italia dovrebbe espandere ulteriormente la sua flotta,
richiedendo investimenti di almeno 20-30 miliardi di euro in portaerei,
sottomarini e cacciatorpediniere aggiuntivi per tutelare la sicurezza del
Mediterraneo. Roma dipende fortemente dagli F-35 e dai sistemi missilistici
costruiti dagli Stati Uniti, e uno scenario post-NATO comporterebbe la
necessità di una costosa spinta per la produzione domestica o una maggiore
dipendenza dalla Francia e dalla Germania. Inoltre, l’Italia ospita attualmente
armi nucleari statunitensi sotto il programma di condivisione della NATO. Se questo
programma dovesse essere terminato, Roma sarebbe costretta a prendere la difficile
decisione se investire in una propria deterrenza nucleare—un’opzione
economicamente e politicamente complessa—o fare affidamento sull’arsenale
francese per la protezione. Affidarsi all’arsenale nucleare della Francia
sarebbe un’opzione quasi inaccettabile per l’Italia, poiché i due paesi non
condividono molti interessi strategici, e tale dipendenza potrebbe subordinare
Roma a Parigi, minando l’autonomia dell’Italia nelle questioni di difesa e
limitando la sua capacità di agire in modo indipendente sulla scena
internazionale. Questo complicherebbe ulteriormente la politica estera
dell’Italia, poiché dovrebbe allinearsi più strettamente con le priorità
francesi, che potrebbero non coincidere sempre con le proprie.
Oltre agli ostacoli
finanziari e tecnologici, la questione del personale è di primaria importanza.
Le forze armate europee si sono ridotte significativamente dalla fine della
Guerra Fredda, con molti paesi che si sono orientati verso eserciti più piccoli
e professionisti piuttosto che la coscrizione di massa. L’Italia, come gran
parte d’Europa, dovrebbe espandere rapidamente le proprie Forze Armate per
soddisfare le esigenze di una difesa autosufficiente. Ciò significa non solo
reclutare più soldati, ma anche formare e mantenere personale qualificato in
settori chiave come la guerra cibernetica, l’intelligence e la logistica. Senza
la forza lavoro per operare e mantenere una infrastruttura militare ampliata,
anche i sistemi d’arma più avanzati sarebbero di scarsa utilità. La leva
militare, da tempo abbandonata, potrebbe dover essere riconsiderata—un passo
politicamente sensibile ma forse necessario se l’Europa vuole sostenere una
prontezza militare a lungo termine.
Inoltre, costruire un
sistema di difesa europeo autonomo richiederebbe decenni. A breve termine, i
primi cinque anni richiederebbero un’accelerazione dei bilanci e una
riorganizzazione delle alleanze, sebbene l’Europa rimarrebbe altamente
vulnerabile. A medio termine, entro cinque-dieci anni, potrebbe emergere
un’alternativa funzionale ma più debole alla NATO, con operazioni congiunte
ampliate e un rapido approvvigionamento di nuovi beni di difesa. A lungo
termine, entro dieci-venti anni, potrebbe essere operativo un corpo di difesa
europeo completamente indipendente, sebbene rimarrebbero sfide legate alla
frammentazione, alle inefficienze e alle difficoltà economiche.
Oltre ai vincoli
finanziari, le nazioni europee—compresa l’Italia—faticano con le divisioni
politiche sulle questioni militari. La Germania ha solo recentemente iniziato a
invertire decenni di sotto-investimento nella difesa, mentre l’Italia ha a
lungo dovuto affrontare lo scetticismo pubblico sull’espansione militare. Senza
una forte volontà politica e una leadership decisiva, il cammino dell’Europa
verso l’autonomia difensiva sarà lento e frammentato. Il peso economico è
un’altra grande preoccupazione. Mentre Francia e Germania potrebbero assorbire
costi di difesa più alti, paesi come Italia, Spagna e Grecia potrebbero
trovarlo quasi impossibile senza sacrifici significativi in altri settori, come
infrastrutture, programmi sociali e investimenti energetici.
Un’altra possibilità è
ovviamente che Roma garantisca il continuo supporto militare e strategico
americano. Tuttavia, un allineamento con Washington allontanerebbe alcuni dei
partner europei dell’Italia che potrebbero preferire un quadro di difesa più
autonomo, potenzialmente mettendo a rischio l’unità europea. Inoltre,
rafforzerebbe la dipendenza dell’Italia dagli Stati Uniti per la sicurezza,
lasciandola vulnerabile alle priorità mutevoli della politica estera americana,
limitando al contempo la sua influenza all’interno dell’Unione Europea su
questioni di difesa e sicurezza. Indipendentemente dall’opzione scelta, questo
segnerebbe un cambiamento radicale nella strategia militare, comportando
aumenti della spesa per la difesa, espansione navale e una possibile
rivalutazione del suo ruolo nella deterrenza nucleare.
In conclusione, la frammentazione politica e le limitazioni economiche potrebbero rendere difficile sostituire le capacità della NATO. L’Europa deve ora decidere: prenderà in mano la propria difesa o rimarrà vulnerabile in un mondo sempre più volatile? Una cosa è certa: senza il supporto degli Stati Uniti, il costo della sicurezza esploderà, e per paesi come l’Italia, la posta in gioco non è mai stata così alta.
Foto in copertina: www.difesa.it
Ucraina: l’imposizione di Trump e l’opposizione di Macron.
di Claudio Bertolotti.
L’analisi del quarto anno di guerra.
Tre anni di guerra conclusi, un nuovo anno di guerra appena iniziato. Questo lo stato delle cose della guerra russo-ucraina, iniziata con l’invasione di Mosca il 24 febbraio 2022. Quali gli elementi di analisi per definire in maniera quanto più concreto lo scenario che si sta definendo?
Il commento di C. Bertolotti per Officina Geopolitica di START inSight.
Occorre guardare a quanto è successo negli ultimi tre anni, con particolare attenzione alle responsabilità dell’amministrazione di Joe Biden.
In primis dobbiamo tenere conto della condotta della guerra: cambio degli obiettivi primari (caduta del governo) e perseguimento dell’obiettivo secondario (occupazione porzione territoriale). La Russia ha sempre mantenuto il vantaggio tattico.
Secondo aspetto: la scelta dell’amministrazione Biden di non
concedere all’Ucraina gli strumenti per vincere la guerra, ma solo di potersi
ben difendere.
Terzo: il ruolo dell’Europa. Secondario e marginale.
Quarto: la volontà di Trump di concludere la guerra per ragioni
politiche interne (coerenza con il mandato elettorale).
Scenario più probabile? Ucraina monca. Russia indebolita economicamente, ma vittoriosa sul piano comunicativo (interno ed esterno): in più Mosca ha archiviato due successi consecutivi (Crimea, Donbass). Il primo funzionale al perseguimento del secondo. E questo, il Donbass, funzionale alla possibile ulteriore pretesa territoriale in futuro.
La sponda inesistente?
di Melissa de Teffè, dagli Stati Uniti – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense.
La Sveglia di Draghi dopo il discorso
di JD Vance
C’è qualcosa di
quasi tragico nel crescente divario transatlantico riguardo alle reali
dinamiche geopolitiche. Il Vicepresidente JD Vance, pronuncia un discorso che
potrebbe essere riassunto come un mix di nostalgia isolazionista e realismo
spietato, avvolto nella tipica spavalderia che sempre più caratterizza i
dibattiti della politica estera americana. Il suo messaggio? Gli Stati Uniti
sono stanchi di pagare il conto per la sicurezza dell’Europa mentre il
continente indugia e non si assume le proprie responsabilità. Ma ci siamo
dimenticati che già John F Kennedy sollecitò l’Europa a contribuire maggiormente
finanziariamente alla Nato. Durante una conferenza stampa disse: “Nel 1779,
prima che la Francia entrasse nella Guerra d’Indipendenza, qualcuno disse a
Benjamin Franklin- È un grande spettacolo quello che state mettendo in scena in
America,”e Franklin rispose: “Sì, ma il problema è che gli spettatori
non pagano.” – Oggi non siamo spettatori. Stiamo tutti contribuendo, siamo
tutti coinvolti, qui in questo paese, in questa comunità, nell’Europa
occidentale, nel mio stesso paese e in tutto il mondo, dove è nostra
responsabilità dare il massimo contributo. Grazie.” (JFK- 2 giugno,
1961 a Parigi).
Negli ultimi 30
anni, l’Europa ha accettato tutte le scelte politiche degli Stati Uniti, che la
riguardassero, i quali hanno sempre sostenuto il processo di adesione della
NATO. Questa strategia ha comportato l’integrazione di ex nazioni del blocco
orientale e di stati post-sovietici nell’alleanza, estendendo così l’influenza
della NATO verso est.
Nel 1997,
durante l’amministrazione Clinton, la NATO ha invitato Polonia, Ungheria e
Repubblica Ceca ad aderire, segnando la prima espansione dalla Guerra Fredda.
Questa decisione faceva parte di un più ampio sforzo per integrare i paesi
dell’Europa centrale e orientale nelle strutture politiche e di sicurezza
occidentali. Le successive inclusioni portano all’adesione di Bulgaria,
Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia nel 2004, seguita
da Albania e Croazia nel 2009, Montenegro nel 2017 e Macedonia del Nord nel
2020. L’idea teorica dietro a questo accorpamento era di voler ottenere
maggiore stabilità regionale e prevenire la rinascita dell’autoritarismo.
Tuttavia,
questa apertura verso est è stata un punto di contesa importante con la Russia,
che l’ha percepita come una minaccia alla propria sfera d’influenza e al suo
“benessere” fisiologico, (rammentiamo tutti la reazione di Kennedy quando
Krushev fece giungere i missili a testata nucleare a Cuba). Documenti
declassificati rivelano che i funzionari statunitensi erano consapevoli delle
preoccupazioni della Russia riguardo all’allargamento della NATO, riconoscendo
che ciò avrebbe potuto rappresentare una minaccia per la sicurezza russa. In
sintesi, negli ultimi tre decenni, la politica degli Stati Uniti è stata
determinante nell’espansione della NATO con l’obiettivo di mantenere una loro
egemonia regionale. Questa strategia, pur raggiungendo i suoi obiettivi, ha
anche contribuito ad accrescere le tensioni con la
Russia, evidenziando le complesse dinamiche delle relazioni internazionali nel
periodo post-Guerra Fredda.
Il conflitto
tra Russia e Ucraina è iniziato molto prima del 2022. Fu nel 2014,
che la Russia ha annesso la Crimea e ha sostenuto i movimenti
separatisti in Donetsk e Luhansk, dando il via a una guerra nell’Ucraina
orientale. Nonostante gli accordi di cessate il fuoco, i combattimenti non si sono
mai realmente fermati. La Russia ha continuato a fornire supporto militare e
logistico ai separatisti. Poi il conflitto è
escalato drammaticamente nel 2022, quando la Russia ha lanciato
un’invasione su larga scala, trasformando una crisi regionale in un
confronto globale.
Se il conflitto
tra Russia e Ucraina ha avuto inizio nel 2014, affondando però le sue radici
molto più indietro nel tempo, l’espansione della NATO verso est, avviata sotto
l’amministrazione Clinton, ha alimentato nella Russia la sindrome da “fortezza sotto
assedio” da alleanze militari occidentali. Questa doppia dinamica – la reazione
russa nei confronti dell’Ucraina e la crescente insofferenza verso la NATO – ha
creato la tempesta perfetta, trasformando un conflitto regionale latente in uno
scontro geopolitico di portata cruciale.
Il Presidente Vladimir Putin, prima
dell’invasione dell’Ucraina, in un discorso del 24 febbraio 2022, ha
dichiarato: “L’ulteriore espansione dell’infrastruttura della NATO e
l’inizio dello sviluppo militare nei territori dell’Ucraina sono per noi
inaccettabili.”
E l’Unione
Europea cosa ha fatto in tutti questo decennio 2014-2024? l’UE ha adottato un
approccio cauto, concentrandosi sugli sforzi diplomatici, sostenendo gli Accordi di Minsk nel tentativo di stabilire un cessate il fuoco e ridurre
le tensioni. Tuttavia, questi accordi non sono mai stati pienamente attuati e
il ruolo dell’UE è rimasto in gran parte reattivo piuttosto che proattivo. Dopo
l’annessione della Crimea, sono state imposte sanzioni economiche alla Russia,
seguite da ulteriori misure dopo l’invasione su larga scala del 2022. Tuttavia,
oltre alle risposte economiche e diplomatiche, l’invio di armi e aiuti umanitari
per 132 miliardi di euro e più, l’UE ha fatto ben poco per sviluppare una
strategia di sicurezza forte e indipendente, ma si è affidata principalmente
agli Stati Uniti che soprattutto durante l’amministrazione Biden è andata in
escalation militare, senza prevedere incontri diplomatici per cercare una
chiusura al conflitto.
Il Lamento
Europeo
Se dunque il discorso di JD Vance per alcuni era prevedibile, ciò che è seguito non lo è stato. La vera risposta, ma non tanto agli americani, quanto agli europei tutti, è venuta dall’ex-Presidente della BCE, ex-Presidente del Consiglio italiano e attuale consulente del Parlamento europeo, Mario Draghi, che durante la Settimana parlamentare europea 2025, evento annuale dedicato alle sfide e alle opportunità dell’UE, in un discorso al Parlamento, ha evidenziato la necessità di un’azione unitaria veloce, chiara, sottolineando l’urgenza di investimenti strategici per affrontare la concorrenza globale e promuovere una crescita sostenibile. Il suo intervento, è stato più “gentile” di quello di Vance, e più digeribile per l’orgoglioso club europeo, (è sempre più facile ascoltare le critiche da un membro di famiglia che da altri). Draghi ha voluto spronare l’Europa affinché abbandoni vecchi comportamenti burocratici e passivi con azioni che rafforzino la propria posizione economica e geopolitica. Insomma un richiamo necessario alla realtà per l’establishment europeo, ormai incancrenito e spesso intrappolato in un ciclo di lamentele (come dimostrano le reazioni della Germania e di altri paesi alle dichiarazioni di JD Vance), impegnato più in rituali diplomatici privi di sostanza, mentre gli Stati Uniti, in meno di un mese dall’insediamento della nuova presidenza, stanno rivoluzionando tutti gli equilibri. È il momento di assumersi le proprie responsabilità, ma come disse Churchill, “questo è il prezzo della grandezza”.
Da anni, i
leader europei osservano i mutamenti della politica statunitense con un misto
di inquietudine e frustrazione. Ogni cambio di amministrazione porta nuove
incertezze, eppure l’UE continua ad agire come se Washington, mamma Washington,
sia sempre lì pronta a consolarla, comprarle le sue eleganti invenzioni e a
regalarle qualche bonus quando in visita.
Seppure la NATO
rimane eccessivamente dipendente dal potere militare statunitense, e sebbene la
spesa per la difesa dell’UE sia in aumento, manca ancora una coerenza
strategica. Anche di fronte a crisi come quella ucraina, il processo
decisionale europeo è lento, frammentato e eccessivamente dipendente dalla
leadership americana.
JD Vance,
riflettendo l’ala più nazionalista e transazionale della politica statunitense,
ha semplicemente articolato ciò che molti a Washington—su entrambi i fronti
politici—pensano da tempo: l’Europa deve smetterla di aspettarsi che gli Stati
Uniti si facciano carico di tutto. Le sue parole riflettono un crescente
consenso bipartisan in America, secondo cui l’Europa deve agire o rischia di
essere messa da parte. Vance dice: “Accogliete ciò che il vostro popolo vi
dice, anche quando vi stupisca o anche quando non siete d’accordo. E se lo
farete, potrete affrontare il futuro con certezza e fiducia, sapendo che la
nazione è al vostro fianco. E questo, per me, è il grande miracolo della
democrazia.”
Quindi cosa vogliono gli elettori europei?
Il richiamo
all’azione di Draghi descrive la profonda inerzia politica che impedisce a
questa Unione di divenire un vero attore globale. Draghi ha ricordato al
Parlamento europeo che lamentarsi dell’imprevedibilità americana non è una
strategia. L’azione lo è.
Le parole
dell’ex Presidente del Consiglio dovrebbero servire come un momento di svolta.
Se l’Europa continua lungo il percorso della dipendenza passiva, rischia
l’irrilevanza in un mondo sempre più definito dalla forza e dal realismo
politico. Non basta più lamentarsi dei cambiamenti della politica americana,
l’Europa deve creare una propria visione strategica indipendente e coerente.
Ciò significa accelerare l’integrazione della difesa, investire nelle capacità
tecnologiche e industriali e avere la volontà di agire – anche quando il
consenso è difficile da raggiungere.
L’Europa
ascolterà questa volta? O il richiamo alla realtà di Draghi sarà solo un altro
avvertimento ignorato in una lunga storia di opportunità mancate? Concludo con
un detto americano: “If you can’t run with the big dogs, stay on
the porch” che tradotto sarebbe: “Se non puoi stare al gioco, è
meglio che stai a guardare.” –
Osserveranno gli europei le scelte russe, cinesi o americane
o diventeranno il quarto giocatore in questa partita di vita?
Ucraina: l’incontro di Riad è una trappola per l’Europa?
di Claudio Bertolotti.
Il
vertice di Parigi sull’Ucraina e l’incontro di Riad tra Stati Uniti e Russia
segnano due momenti cruciali nella partita geopolitica in corso, rivelando la
fragilità dell’unità europea e la volontà delle grandi potenze di ridisegnare
il futuro del conflitto al di fuori dei canali ufficiali.
Il commento di Claudio Bertolotti a Ticino News – Puntata del 17 febbraio 2025.
Parigi: un’Europa che si spezza
Nella capitale francese si è consumato un dramma
politico che va oltre le dichiarazioni di facciata. L’incontro tra otto leader
europei, convocato con l’obiettivo di rafforzare il sostegno a Kiev, ha invece
messo in scena una frattura profonda tra gli Stati membri. Da un lato, la
Francia di Macron e il Regno Unito si sono detti pronti, almeno teoricamente, a
prendere in considerazione l’invio di truppe in Ucraina. Dall’altro, Germania,
Italia, Spagna e Polonia hanno manifestato una netta opposizione, mettendo in
discussione la fattibilità di un coinvolgimento militare diretto.
Giorgia Meloni ha insistito sulla necessità di un
pieno coinvolgimento degli Stati Uniti in qualsiasi decisione strategica,
suggerendo che l’Europa da sola non può permettersi di giocare alla guerra
senza la copertura di Washington. La tensione si è fatta palpabile: se da una
parte c’è la volontà di mostrare determinazione di fronte all’avanzata russa,
dall’altra permane il timore che un passo falso possa trascinare il continente
in un’escalation senza ritorno.
Riad: negoziati in penombra
Mentre a Parigi si consumava il confronto tra
alleati divisi, a Riad si teneva un incontro ben più enigmatico. Stati Uniti e
Russia si sono seduti al tavolo per discutere della guerra, ma senza la
presenza dell’Ucraina e senza alcun coinvolgimento dell’Unione Europea. Il
messaggio è chiaro: le grandi potenze preferiscono trattare tra loro, lasciando
ai margini coloro che più di tutti subiscono le conseguenze del conflitto.
A Kiev, la notizia è stata accolta con un misto
di preoccupazione e rabbia. Zelensky sa bene cosa significhi essere escluso da
discussioni che potrebbero decidere il destino del suo paese. Il fatto che
questi negoziati si svolgano lontano dai riflettori, in un luogo come l’Arabia
Saudita, sottolinea il ruolo sempre più attivo di Riyad come mediatore globale
e, allo stesso tempo, il desiderio di Washington di mantenere una certa opacità
sulle reali intenzioni americane.
Uno scenario inquietante
Il quadro che emerge è quello di un’Europa
politicamente fragile, divisa tra chi vorrebbe proiettare forza e chi teme il
rischio di una guerra aperta. Nel frattempo, Stati Uniti e Russia trattano
senza il consenso di Kiev, dimostrando che la vera partita si gioca altrove.
Il rischio è che l’Ucraina diventi moneta di
scambio in un accordo che rispecchia più gli interessi strategici di Washington
e Mosca che il diritto di Kiev a esistere come Stato sovrano. Se l’Europa non
riuscirà a trovare una posizione unitaria e a imporsi come attore indipendente,
il suo ruolo nella crisi ucraina sarà sempre più marginale.
Ci troviamo di fronte a un
bivio: continuare a inseguire illusioni di compattezza o accettare che, senza
una strategia comune e credibile, il destino dell’Europa verrà deciso altrove.
Russia, Ucraina e la frattura tra UE
e NATO: una mossa calcolata?
Le recenti dichiarazioni del Cremlino sull’adesione
dell’Ucraina all’Unione Europea segnano un passaggio diplomatico significativo.
Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha affermato che l’ingresso di Kiev nell’UE
rappresenta un “diritto sovrano”, poiché si tratta di un’unificazione economica
e non militare. Tuttavia, ha subito precisato che la posizione russa è
completamente diversa su temi legati alla sicurezza e alla difesa. Questa
apparente apertura sembra contenere un sottotesto ben più complesso,
inserendosi nel quadro più ampio della strategia russa di ridefinizione dei
rapporti di forza in Europa.
Una trappola diplomatica?
Se da un lato la Russia sembra accettare, almeno a
parole, l’integrazione economica dell’Ucraina con l’Europa, dall’altro pone un
confine netto quando si tratta di sicurezza e alleanze militari. Questo solleva
una domanda cruciale: si tratta di una reale concessione diplomatica o di una
manovra per dividere l’Europa dalla NATO?
Mosca sa bene che la NATO e l’UE non coincidono
perfettamente: molti membri dell’Unione non fanno parte dell’Alleanza Atlantica
e viceversa. Accettare il percorso europeo dell’Ucraina potrebbe quindi
rappresentare un modo per mettere alla prova le divergenze interne all’Europa,
spingendo alcuni Paesi a considerare un rapporto con Kiev separato dal sostegno
militare della NATO. Il Cremlino potrebbe così cercare di indebolire il fronte
occidentale, sfruttando le differenze tra gli Stati membri e rallentando il sostegno
militare a Kiev.
Il fattore USA e il timore del
disimpegno atlantico
Un altro elemento da considerare è il ruolo degli
Stati Uniti. La Russia potrebbe ritenere che Washington sia sempre meno
coinvolta nella difesa dell’Europa, sia per ragioni politiche interne sia per
la necessità di concentrare risorse su altre aree di crisi, come il Pacifico.
Se gli USA riducessero il loro impegno nella sicurezza europea, la NATO stessa
potrebbe indebolirsi, lasciando l’Unione Europea a dover gestire in autonomia la
propria sicurezza.
Questa ipotesi renderebbe più credibile la tattica
russa: accettare un’Ucraina più vicina economicamente all’Europa, ma allo
stesso tempo lavorare per impedire che diventi un avamposto militare
dell’Occidente. Se gli Stati Uniti si disimpegnassero, Mosca potrebbe sperare
in una UE meno incline al confronto e più propensa a negoziare un equilibrio
con la Russia.
UE e NATO: un destino comune?
Tuttavia, questo ragionamento presenta un problema di
fondo: nella realtà dei fatti, l’UE e la NATO sono oggi più allineate che mai.
L’aiuto militare all’Ucraina non è una prerogativa esclusiva dell’Alleanza
Atlantica, ma coinvolge anche Paesi europei in maniera autonoma. Inoltre, la
guerra in Ucraina ha spinto molti governi europei a rafforzare la propria
difesa, accelerando processi di cooperazione militare intra-UE che fino a pochi
anni fa sembravano impensabili.
Se la Russia spera di sfruttare la separazione tra UE
e NATO per ridurre il supporto a Kiev, potrebbe trovarsi di fronte a una realtà
ben diversa: più la guerra si prolunga, più l’Europa tende a rafforzare la
propria posizione, anche militarmente. Anzi, paradossalmente, accettando il
percorso europeo dell’Ucraina, Mosca potrebbe finire per legittimare
un’integrazione ancora più stretta tra sicurezza europea e atlantica.
Le parole di Peskov: coerenti con la
strategia russa
Le
dichiarazioni di Peskov incarnano quella che ormai è una costante nella
strategia diplomatica russa: un equilibrio sottile tra concessioni apparenti e
fermezza sui temi della sicurezza. Da un lato, il Cremlino si mostra aperto al
dialogo per accreditarsi come attore razionale e pragmatico; dall’altro,
traccia confini invalicabili in ambito militare, mantenendo alta la pressione
sugli avversari.
La vera questione, però, è un’altra: Mosca ritiene
che gli Stati Uniti siano destinati a ridurre il loro impegno in Europa? Se il
Cremlino è convinto di questo scenario, allora l’accettazione dell’ingresso
dell’Ucraina nell’UE potrebbe essere una mossa studiata per sfruttare le
fragilità europee e ricalibrare l’ordine geopolitico a proprio vantaggio.
Se invece Washington
continuerà a sostenere Kiev in modo deciso, la strategia russa potrebbe
rivelarsi un boomerang: un’Unione Europea più coesa e allineata alla NATO
potrebbe vanificare ogni tentativo di divisione, rafforzando ancora di più il
legame tra il blocco occidentale e l’Ucraina.
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