Trump e lo Alien Enemies Act del 1798: il rimpatrio dei membri di gang venezuelane come “guerra irregolare”.
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.
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Lo Alien Enemies Act
del 1798 è una legge federale che concede al presidente degli Stati Uniti
l’autorità di detenere o deportare cittadini stranieri provenienti da nazioni
considerate ostili in tempi di guerra. Promulgata il 6 luglio 1798 come parte
degli Alien and Sedition Acts, il suo obiettivo principale è quello di
proteggere la sicurezza nazionale in un contesto di conflitto armato.
Alla fine del XVIII
secolo, le tensioni tra Stati Uniti e Francia aumentarono, alimentando timori
di spionaggio e sovversione interna. Per rispondere a queste preoccupazioni, il
Congresso, controllato dai Federalisti, approvò quattro leggi collettivamente
note come Alien and Sedition Acts. Queste includevano il Naturalization
Act, che aumentava il requisito di residenza per la cittadinanza statunitense
da cinque a quattordici anni; lo Alien Friends Act, che autorizzava il
presidente a deportare qualsiasi straniero ritenuto pericoloso per la sicurezza
nazionale; lo Alien Enemies Act, che permetteva al presidente di
detenere o deportare cittadini maschi di una nazione ostile, di età pari o
superiore ai quattordici anni, durante i periodi di guerra; e il Sedition
Act, che rendeva un crimine la pubblicazione di scritti “falsi,
scandalosi e maligni” contro il governo o i suoi funzionari. A differenza
degli altri tre atti, che furono abrogati o scaddero entro il 1802, lo Alien
Enemies Act rimane in vigore ancora oggi, sebbene in una forma modificata.
La sua stessa presenza continua nel diritto statunitense alimenta dibattiti su
libertà civili e l’equilibrio tra sicurezza nazionale e diritti individuali.
Nel corso della storia
degli Stati Uniti, lo Alien Enemies Act è stato invocato solo durante
conflitti significativi. Durante la Guerra del 1812, fu applicato ai cittadini
britannici residenti negli Stati Uniti. Nella Prima Guerra Mondiale, prese di
mira cittadini della Germania e dei suoi alleati. Nella Seconda Guerra
Mondiale, giustificò l’internamento di cittadini giapponesi, tedeschi e
italiani, nonché di cittadini americani di origine giapponese, segnando una
delle applicazioni più controverse della legge. In ogni caso, l’atto ha
facilitato la detenzione, il trasferimento o la deportazione di individui sulla
base della loro nazionalità in tempo di guerra.
Nel marzo 2025, il
presidente Donald Trump ha invocato lo Alien Enemies Act per accelerare
la deportazione di migranti venezuelani sospettati di affiliazione con gang
criminali, in particolare il gruppo Tren de Aragua. Questo ha segnato
un’inedita applicazione della legge in tempo di pace, poiché gli Stati Uniti
non sono ufficialmente in guerra con il Venezuela. Sebbene l’inizio delle
deportazioni non sia stato fermato, un giudice federale ha emesso un’ordinanza
restrittiva di quattordici giorni, aprendo un dibattito legale sull’ambito e
l’applicabilità della legge nel contesto contemporaneo.
L’invocazione del Alien
Enemies Act del 1798 per deportare membri di gang venezuelane suggerisce
che l’amministrazione Trump stia inquadrando l’attività criminale come una
forma di guerra irregolare. Questo si allinea con precedenti passi volti
a classificare alcuni cartelli della droga come organizzazioni terroristiche,
riflettendo un più ampio cambiamento nel modo in cui gli attori non statali
coinvolti nel crimine organizzato sono percepiti all’interno della politica di
sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Trattando le organizzazioni criminali
come attori di guerra irregolare piuttosto che come semplici imprese criminali,
l’amministrazione probabilmente cerca di espandere gli strumenti legali e
militari disponibili per combatterle.
La guerra irregolare
è generalmente intesa come un conflitto che coinvolge attori non statali che
utilizzano tattiche asimmetriche, tra cui insurrezione, guerriglia e
terrorismo, per sfidare l’autorità statale. I cartelli della droga e le gang
transnazionali, pur non essendo insurrezioni ideologiche nel senso
tradizionale, esercitano violenza, controllo territoriale e sfruttamento
economico che destabilizzano le regioni e minacciano la sicurezza nazionale
degli Stati Uniti. Equiparare l’attività delle gang alla guerra irregolare
potrebbe giustificare misure più forti, come interventi militari, operazioni di
intelligence e l’applicazione di poteri straordinari tipici del tempo di
guerra, comprese deportazioni accelerate e potenzialmente detenzioni a tempo
indeterminato.
Esistono diversi
potenziali vantaggi in questo approccio. In primo luogo, consente una risposta
più aggressiva e coordinata contro organizzazioni criminali che operano oltre i
confini e hanno legami con reti terroristiche. Se i cartelli e le gang
transnazionali vengono trattati come minacce paragonabili alle insurrezioni,
allora possono essere applicate strategie di controterrorismo e
controinsurrezione per smantellarli. Ciò potrebbe migliorare la sicurezza lungo
il confine tra Stati Uniti e Messico e nelle aree urbane colpite dalla violenza
delle gang, riducendo potenzialmente i crimini e le morti legate alla droga.
Potrebbe anche esercitare pressione sui governi stranieri, come quelli di
Messico e Venezuela, affinché prendano misure più forti contro i gruppi criminali
operanti nei loro territori.
Tuttavia, esistono anche
rischi significativi e potenziali conseguenze negative. Dal punto di vista
legale, l’ampia applicazione di poteri straordinari in un contesto di pace
potrebbe creare un precedente pericoloso, erodendo le libertà civili e le
garanzie del giusto processo. L’uso del Alien Enemies Act contro
individui non affiliati a uno stato nemico riconosciuto solleva preoccupazioni
sulla sua costituzionalità e sulla possibilità di discriminazione razziale o
etnica. Inoltre, l’espansione del concetto di guerra irregolare per includere
l’attività delle gang potrebbe portare alla militarizzazione delle forze
dell’ordine domestiche, aumentando l’uso della forza, le potenziali violazioni
dei diritti umani e le tensioni tra comunità e autorità governative.
A livello internazionale,
trattare cartelli e gang come organizzazioni terroristiche o combattenti nemici
potrebbe aumentare le tensioni con i governi stranieri. Se gli Stati Uniti
iniziassero a prendere di mira questi gruppi attraverso operazioni militari o
di intelligence, ciò potrebbe essere visto come una violazione della sovranità
nazionale, specialmente in America Latina. Paesi come il Messico hanno già
resistito agli sforzi statunitensi di designare i cartelli come organizzazioni
terroristiche, temendo che ciò possa giustificare azioni militari unilaterali
da parte degli Stati Uniti nei loro territori. Questo approccio potrebbe anche
provocare ritorsioni da parte delle organizzazioni criminali, aumentando la
violenza contro cittadini americani e forze dell’ordine.
In conclusione, mentre la classificazione
dell’attività delle gang come guerra irregolare può offrire vantaggi tattici
nella lotta contro il crimine organizzato, essa comporta profondi rischi
legali, etici e geopolitici che devono essere attentamente valutati. È
necessario trovare un equilibrio tra la sicurezza nazionale e il rispetto dello
stato di diritto, delle libertà civili e della cooperazione internazionale.
Inoltre, le conseguenze a lungo termine della ridefinizione delle
organizzazioni criminali come minacce militari potrebbero modellare la politica
degli Stati Uniti in modi difficili da controllare o invertire.
La telefonata Trump-Zelensky sulla pace in Ucraina: leggiamo tra le righe
di Claudio Bertolotti.
Dall’intervista a “Effetto Notte” – Radio24, ospite di Roberta Giordano (puntata del 19 marzo 2025).
La dichiarazione al termine della conversazione telefonica è stata concordata e allineata, una copia l’una dell’altra. Dalla convergenza sulla riconosciuta importanza degli incontri negoziali di Gedda alla decisione di accettare un cessate il fuoco incondizionato, il che equivale a cedere alla Russia. Quello di un’Ucraina provata dei territori conquistati da Mosca è lo scenario che prospettiamo da almeno due anni ma di cui si è preferito non parlare prediligendo una narrazione ideale e non realistica volta alla liberazione dell’Ucraina tout court. Purtroppo.
C’è una differenza sottile però nelle dichiarazioni di
Washington e Kiev: Zelensky
ha ribadito la necessità di rinforzare la difesa contraerea. Trump ha
concordato su questa necessità, evidenziando
però che farà il possibile per trovare in Europa la risposta a tale necessità.
Dunque passando la palla agli europei, o quantomeno richiamando l’UE a un ruolo
che, a parole, pretende ma che nella pratica ha giocato Washington fo dal
principio. Forse non in termini economici, ma certamente in termini di
forniture materiali di armi ed equipaggiamenti. Inoltre, Zelensky non l’ha
fatto, Trump si, è stata ventilata l’ipotesi di un passaggio di proprietà del
settore energetico ucraino a favore di aziende statunitensi. Interessante, poiché
questo potrebbe essere un limite all’eventuale aggressiva pretesa futura da
parte di Mosca.
Di fatto l’Ucraina ha incassato il colpo piegandosi alla
volontà statunitense, non potendo fare altrimenti e non essendoci una reale
alternativa.
Dunque l’opzione che si prospetta all’orizzonte è quella di un’Ucraina ridimensionata, territorialmente, in termini di risorse naturali, e privata di un eventuale possibilità di inclusione all’interno dell’Alleanza atlantica, ma non dell’Unione europea: un’opzione che, però, sarebbe molto vantaggiosa per la Russia che, nell’Europa, non intravede un baluardo invalicabile.
Trump: pressioni sull’Iran per colpire la Cina.
di Claudio Bertolotti.
L’amministrazione Trump ha deciso di intensificare la propria politica di massima pressione nei confronti dell’Iran, colpendo direttamente il settore petrolifero e le relative infrastrutture logistiche. Le recenti azioni statunitensi mirano a ridurre significativamente le esportazioni iraniane di petrolio, specialmente verso la Cina, per limitare il finanziamento delle attività destabilizzanti del regime iraniano in Medio Oriente. Il Dipartimento di Stato ha imposto nuove sanzioni contro tre società che hanno facilitato trasferimenti illeciti di petrolio iraniano mediante operazioni navali ship-to-ship (STS) svolte al largo dei porti nel Sud-est asiatico. Contemporaneamente, sono state individuate tre navi utilizzate per queste operazioni, dichiarandole beni soggetti a blocco. Queste misure puntano a bloccare il flusso finanziario che consente a Teheran di sostenere i suoi programmi nucleari e missilistici, oltre al sostegno ai gruppi terroristici regionali. Parallelamente, il Dipartimento del Tesoro ha colpito direttamente il Ministro del Petrolio iraniano, Mohsen Paknejad, figura chiave nelle operazioni petrolifere iraniane, accusato di usare le risorse energetiche nazionali a favore delle attività illecite del regime. Sono state inoltre sanzionate diverse compagnie coinvolte nel trasporto e nella vendita del petrolio iraniano, soprattutto verso la Cina. Le società colpite dalle sanzioni hanno operato con navi registrate in vari Paesi, nascondendo l’origine reale del petrolio trasportato, disattivando o manipolando i sistemi di identificazione automatica (AIS) per eludere i controlli internazionali. Tra queste società vi sono la PT. Bintang Samudra Utama (Bintang), la Shipload Maritime Pte. Ltd. e la PT. Gianira Adhinusa Senatama (Gianira), che hanno rispettivamente gestito le navi CELEBES, MALILI e MARINA VISION. Queste navi sono state coinvolte in un’importante operazione di trasferimento STS di petrolio iraniano il 25 dicembre 2024 nei pressi di Nipa, in Indonesia. Gli analisti sottolineano che questa strategia riflette una consolidata tattica statunitense, volta non solo a bloccare le principali entrate economiche di Teheran ma anche a scoraggiare società e stati terzi dal collaborare direttamente o indirettamente con il regime iraniano. Questo genere di sanzioni genera un forte effetto dissuasivo, aumentando i costi e i rischi per gli operatori internazionali che cercano di aggirare le restrizioni imposte dagli USA. Sul piano economico e strategico, questa ulteriore stretta punta dunque ad azzerare progressivamente le entrate petrolifere dell’Iran, indebolendo la capacità del regime di finanziare sia le proprie forze armate convenzionali sia le reti di milizie e gruppi affiliati, considerati da Washington come fattori principali di instabilità regionale. È prevedibile che l’intensificazione delle sanzioni porti a un ulteriore aumento della tensione internazionale, ribadendo però la determinazione dell’amministrazione Trump a proseguire con la politica di massima pressione, con l’obiettivo finale di costringere l’Iran a rivedere le proprie strategie regionali e le proprie ambizioni nucleari e missilistiche.
L’Alleanza dei Five Eyes e l’erosione della fiducia sotto la politica di Trump.
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.
L’Alleanza dei Five Eyes,
formata nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, è una delle reti
di condivisione di informazioni più potenti al mondo. Composta da Australia,
Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti, i Five Eyes rappresentano un
raro esempio di cooperazione internazionale nel mondo oscuro dell’intelligence
e della sicurezza. I suoi membri condividono dati riservati, conducono
operazioni congiunte e valutano regolarmente le minacce globali. In questo
modo, si scambiano le informazioni critiche necessarie per proteggere gli
interessi nazionali, prevenire il terrorismo e rispondere alle sfide militari.
Per quasi otto decenni,
le nazioni dei Five Eyes hanno operato sulla base della fiducia reciproca.
Questa fiducia ha permesso loro di cooperare senza problemi, condividendo non
solo informazioni di intelligence, ma anche priorità strategiche. Tuttavia, gli
sviluppi recenti sotto la leadership di Donald Trump hanno sollevato
preoccupazioni che questa partnership potrebbe essere sull’orlo del collasso.
Dall’inizio del suo
attuale mandato, le politiche e la retorica di Trump hanno gettato una lunga
ombra sulle relazioni degli Stati Uniti con i suoi alleati più stretti. La sua
decisione di ritirare il supporto militare e di intelligence all’Ucraina, ad
esempio, ha segnato un cambiamento drammatico nella politica estera americana.
Questo ritiro, avvenuto in un periodo di crescente aggressività russa, ha
lasciato gli alleati degli Stati Uniti perplessi e ansiosi riguardo
l’affidabilità degli Stati Uniti come partner. Sebbene la decisione di Trump
fosse apparentemente motivata dal desiderio di concentrarsi sugli interessi
americani, ha ulteriormente indebolito la fiducia tra le nazioni dei Five Eyes.
Infatti, mentre gli Stati
Uniti si ritirano dai loro impegni, paesi come il Regno Unito e il Canada si
trovano a dover colmare il divario. Ci sono già piani per aumentare la spesa
per la difesa e intensificare gli aiuti all’Ucraina. Ma la domanda più grande
è: cosa significa per i Five Eyes quando uno dei suoi membri fondatori, gli Stati
Uniti, segnala che non condivide più lo stesso livello di impegno verso gli
obiettivi comuni dell’alleanza?
Le radici del problema
non risiedono solo nelle decisioni controverse di politica estera di Trump, ma
anche nella sua gestione avventata delle informazioni sensibili. Diversi
episodi, tra cui la fuga di materiale riservato a leader stranieri e la cattiva
gestione di documenti, hanno sollevato dubbi sull’affidabilità degli Stati
Uniti nella salvaguardia dell’intelligence. Se gli Stati Uniti non possono
proteggere i propri dati riservati, come si può fare affidamento su di loro per
gestire i segreti degli alleati dei Five Eyes?
Questa nuova postura ha
avuto un effetto a catena sull’alleanza. I paesi che un tempo erano desiderosi
di condividere informazioni con gli Stati Uniti si trovano ora a chiedersi se
valga la pena correre il rischio. Funzionari britannici e canadesi hanno
espresso preoccupazione che la loro intelligence possa essere mal gestita o
abusata, con gravi conseguenze per la sicurezza nazionale. E forse ancor più
preoccupante è il crescente senso che gli Stati Uniti non stiano più dando
priorità alla sicurezza a lungo termine dei loro alleati. I Five Eyes hanno
sempre operato sul principio del “rischio condiviso”; quando uno dei
partner è compromesso, tutti i partner ne sentono l’impatto.
La retorica di
“America First” di Trump ha anche contribuito a un cambiamento nelle
dinamiche di potere globali, mentre gli Stati Uniti si ritirano sempre più in
se stessi. Sotto la sua leadership, gli Stati Uniti non solo hanno ridotto il
loro supporto per alleanze tradizionali come la NATO, ma hanno anche mostrato
scarso rispetto per l’ordine internazionale più ampio. Le conseguenze di questo
approccio non sono solo teoriche: sono già evidenti. I leader europei, in
particolare nel Regno Unito, sono stati costretti a riconsiderare i loro
accordi di sicurezza. Alcuni stanno addirittura contemplando la possibilità di
formare alleanze alternative senza gli Stati Uniti, in risposta alla politica
estera imprevedibile di Trump.
Per paesi come il Regno
Unito, questa è una situazione particolarmente difficile. L’Alleanza dei Five
Eyes è stata la pietra angolare delle operazioni di intelligence britanniche
per decenni, offrendo un accesso senza pari alle capacità di intelligence degli
Stati Uniti. Ma alla luce del comportamento erratico di Trump, ora si sta
diffondendo la consapevolezza che la Gran Bretagna potrebbe dover diversificare
le proprie partnership di intelligence per tutelare i propri interessi di sicurezza.
Questo potrebbe portare a un riallineamento delle alleanze, con le potenze
europee che cercano legami più stretti con i membri della NATO al di fuori
degli Stati Uniti o addirittura esplorando la cooperazione con altri attori
globali.
Le ripercussioni delle
politiche di Trump sono evidenti anche nel suo approccio ai conflitti globali.
Il suo ritiro del supporto all’Ucraina, ad esempio, ha lasciato le nazioni
europee in una posizione scomoda. Con gli Stati Uniti che si ritirano dal campo
di battaglia, i membri della NATO come il Regno Unito e la Francia hanno dovuto
assumere un ruolo più attivo nel supportare la difesa dell’Ucraina contro
l’aggressione russa. Questo ha aumentato il senso di incertezza tra i partner
dei Five Eyes riguardo l’affidabilità degli Stati Uniti come alleato. Se gli
Stati Uniti sono disposti ad abbandonare i propri impegni verso uno dei suoi
alleati più stretti di fronte all’espansionismo russo, cosa accadrà quando
emergerà la prossima crisi globale?
C’è anche la pressante questione
delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, che ha ulteriormente complicato la
capacità dei Five Eyes di mantenere la coesione. L’approccio di Trump verso la
Cina—caratterizzato da una guerra commerciale e da tentativi di minare l’ascesa
tecnologica di Pechino—ha avvicinato gli Stati Uniti a un confronto con la
Cina. Ciò ha costretto le nazioni dei Five Eyes a schierarsi. Mentre
l’Australia e il Regno Unito hanno sostenuto la posizione degli Stati Uniti
sulla Cina, paesi come il Canada e la Nuova Zelanda hanno mostrato riluttanza
nell’adottare un approccio duro, in parte a causa dei loro legami economici con
la Cina. Questa spaccatura potrebbe minare il quadro di condivisione
dell’intelligence che è stato il marchio di fabbrica dei Five Eyes, soprattutto
mentre le dinamiche globali di potere cambiano.
Guardando al futuro, il
destino dell’Alleanza dei Five Eyes è incerto. L’aumento dell’imprevedibilità
della politica estera degli Stati Uniti sotto Trump—unito alle preoccupazioni
per la gestione impropria delle informazioni e l’isolazionismo diplomatico—ha
lasciato molti a chiedersi se l’alleanza possa continuare nella sua forma
attuale. Se gli Stati Uniti rimarranno riluttanti o incapaci di riaffermare i
propri impegni verso i suoi alleati, i Five Eyes potrebbero dover subire una
trasformazione significativa. L’alleanza potrebbe evolversi per fare più
affidamento sui suoi membri europei, con nuovi accordi forgiati al di fuori
dell’orbita degli Stati Uniti.
In conclusione, mentre l’Alleanza dei Five Eyes è
stata una forza potente nella sicurezza globale per decenni, lo stato attuale
della politica estera degli Stati Uniti sotto Donald Trump ha messo a rischio
questa partnership. Se la fiducia continua a erodersi, le fondamenta stesse
dell’alleanza potrebbero crollare, costringendo i suoi membri a tracciare un
nuovo corso. La domanda rimane: possono i Five Eyes rimanere uniti di fronte a
un ordine mondiale in cambiamento, o saranno costretti ad adattarsi a un futuro
senza gli Stati Uniti al centro?
Dazi, la strategia di Trump: “tit for tat”.
di Melissa de Teffè, dagli Stati Uniti – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense.
Mentre sabato scorso il Wall Street Journal titola: “Inizia l’effetto della più stupida guerra commerciale”, Rupert Murdoch, fondatore di News Corp e proprietario del giornale, osserva in silenzio, con un piccolo sorriso di assenso, sereno, affianco a Larry Ellison, fondatore di Oracle mentre Donald Trump firma decreti esecutivi. I due sono seduti in due poltroncine ottocentesche, a pochi metri dalla scrivania presidenziale, nell’ufficio ovale, nel cuore del potere politico. Trump, concentrato e deciso, a metà della conferenza stampa, di fronte a un gruppetto di 10 giornalisti e fotografi, li presenta seppure spieghi agli astanti che non sono lì in relazione alla sua politica commerciale, né a testimonianza dei suoi decreti. Un messaggio inequivocabile: sono tutti dalla mia parte.
Nella carrellata di decreti
esecutivi firmati, l’argomento è sempre lo stesso: “Soldi”. Spesi bene o spesi
male, questo il fil rouge della tattica trumpiana che si fonda sul principio
della teoria dei giochi. Donald Trump ha
adottato una strategia commerciale basata sul principio “tit for
tat”, una tecnica mutuata dalla teoria dei giochi che si può tradurre
in “occhio per occhio, dente per dente” o più elegantemente sul principio di
reciprocità economica, con l’obiettivo di creare un equilibrio di cooperazione
leale. La strategia trova le sue radici nel dilemma del prigioniero, un
concetto centrale nella teoria dei giochi*.
(*In questo scenario, due prigionieri devono scegliere se collaborare o tradirsi a vicenda. La scelta ottimale sarebbe che entrambi cooperino, ma ogni prigioniero ha l’incentivo a tradire per evitare il peggior risultato. Così, l’auto-protezione attraverso la non-cooperazione porta entrambi a una posizione subottimale. La teoria del “tit for tat”, elaborata da Robert Axelrod e Alvin Rapoport, è una delle soluzioni più efficaci al dilemma del prigioniero, soprattutto in interazioni ripetute. Secondo Rapoport, la chiave del successo di questa strategia è la sua semplicità: iniziare con la cooperazione e poi rispondere con una reazione speculare a ogni interazione successiva).
Adottando un approccio simile che persegue
questo sistema, “in teoria” Trump, potrebbe nel contesto globale, avviare a un’escalation
dannosa, soprattutto se venisse a mancare un sistema di fiducia reciproca supportato
da un dialogo aperto e continuativo. In un mondo globalizzato, dove la
cooperazione sarebbe l’approccio più vantaggioso per il medio e lungo termine,
l’adozione della strategia “tit for tat” può risultare controproducente,
poiché non favorisce la creazione di alleanze durature, ma alimenta una
competizione senza fine, esattamente come nel dilemma del prigioniero. Però, se
si guarda allo scenario negoziale, e quindi diciamo, nella versione “pratica”, dobbiamo
guardare non solo le tariffe, ma è imperativo includere tutte quelle tematiche
che nelle relazioni con Cina, Messico e Canada entrano in gioco, e che hanno un
valore e un’importanza finanziaria per gli Stati Uniti enormi: l’immissione di
fentanyl, l’immigrazione terroristica, criminale e la tratta umana. Ecco,
quindi, che le tariffe o altre misure commerciali punitive, hanno un peso e assumono
un significato diverso. Con l’introduzione di dazi elevati su una serie di
beni, tra cui acciaio e alluminio, il presidente, vuole da un lato riequilibrare
la bilancia commerciale, che al momento, dice essere in grave deficit, e dall’altro
desidera obbligare questi Stati a muoversi efficacemente anche sulle altre
problematiche citate, (per altro almeno con il Messico e il Canada sembra aver
avuto un successo iniziale). Vediamo:
Messico: Le tariffe sulle importazioni messicane saranno sospese per un mese. Questo accordo è stato raggiunto dopo una conversazione con Claudia Sheinbaum, presidente del Messico, che ha promesso di allocare alla frontiera settentrionale 10.000 soldati della Guardia Nazionale per prevenire il traffico di droga, in particolare fentanyl, e per fermare il traffico umano da parte di gang organizzate. Le negoziazioni commerciali, proseguiranno con il team statunitense, guidato dal Segretario di Stato Marco Rubio, dal Segretario del Tesoro Scott Bessent e dal Segretario del Commercio Howard Lutnick, che lavoreranno insieme alle autorità messicane per affrontare questioni di sicurezza e commercio.
Canada:Trudeau, dopo aver parlato oggi con Trump ha pubblicato su X, di voler cooperare maggiormente per rendere i confini più sicuri. Il team negoziale canadese è guidato dal Primo Ministro Justin Trudeau e include rappresentanti di vari settori come l’automobilistico, i sindacati, l’industria e l’agricoltura. Tra i membri più noti ci sono Steve Verheul (ex capo negoziatore del Canada durante la rinegoziazione del NAFTA – National American Trade Agreement), e Kirsten Hillman (Ambasciatore del Canada negli Stati Uniti).
Cina: Mentre proseguono i negoziati con il Messico e il Canada, gli Stati Uniti hanno avviato anche un intenso dialogo con la Cina per affrontare le complesse questioni commerciali ancora irrisolte. In primis il dazio del 10% su tutte le importazioni cinesi, e poi il blocco dell’app TikTok, che seppure ancora aperta e usufruibile prevede per esistere, la creazione di una Joint Venture, USA 51% e Cina 49. I colloqui, condotti dal Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Katherine Tai, e dal Segretario al Commercio, Gina Raimondo, sono anche concentrati su altri temi cruciali come la protezione della proprietà intellettuale, le pratiche commerciali sleali e l’accesso reciproco ai mercati – questioni che da tempo preoccupano quasi tutte le economie occidentali. Obiettivo principale di queste trattative è ridurre le tensioni commerciali tra le due potenze, cercando di promuovere un flusso di scambi più equo. Se un accordo venisse raggiunto, le implicazioni sarebbero considerevoli, soprattutto considerando che gli Stati Uniti, nel corso degli anni, hanno delegato gran parte della loro produzione manifatturiera alla Cina.
Nel caso invece che le trattative fallissero, si rischia un ulteriore aumento dei dazi, con effetti negativi non solo sulle economie dei due paesi, ma sull’intero mercato globale, portando peraltro ad aumentare le tensioni geopolitiche, non solo tra i due paesi, ma anche a livello internazionale. Le decisioni prese durante questi negoziati influenzeranno il panorama globale del commercio internazionale.
Qualche dato alla mano pubblicato a gennaio dal Census
Bureau statunitense:
Fonte: Census Bureau.
“Il deficit commerciale degli Stati
Uniti in beni e servizi per novembre 2024 è stato di 78,2 miliardi di dollari,
con un aumento di 4,6 miliardi rispetto ai 73,6 miliardi di ottobre. Le
esportazioni sono aumentate di 7,1 miliardi, raggiungendo i 273,4 miliardi,
mentre le importazioni sono salite di 11,6 miliardi, arrivando a 351,6 miliardi.
Il deficit dei beni è aumentato di 5,4 miliardi, raggiungendo i 103,4 miliardi,
mentre il surplus dei servizi è aumentato di 0,9 miliardi, arrivando a 25,2
miliardi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il deficit è
aumentato del 13%”. ft900.pdf
Sempre sulla traccia economica, e rilevante, Trump ha anche firmato un’ordinanza esecutiva, per la creazione del Sovereign Wealth Fund o Fondo Sovrano, (questi fondi sono uno strumento per investire il surplus delle riserve finanziarie con lo scopo di generare profitti a lungo termine). L’ordine incarica il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, e il Segretario al Commercio, Howard Lutnick, di sviluppare il piano per la creazione del fondo entro 90 giorni, con l’obiettivo di definire le strategie di finanziamento, gli approcci agli investimenti e la governance del fondo. Questo fondo sarà destinato a ottimizzare i vasti asset della nazione, attualmente valutati a 5,7 trilioni di dollari, e a generare ritorni finanziari per sostenere la sostenibilità fiscale a lungo termine, ridurre il carico fiscale e promuovere la sicurezza economica. Il fondo mira anche a rafforzare la leadership economica e strategica degli Stati Uniti. Questo progetto fa parte della visione economica presidenziale per sfruttare le risorse nazionali per la crescita futura, ispirandosi a modelli di altri paesi e di stati statunitensi che hanno propri fondi sovrani. La sua creazione potrebbe comportare l’acquisizione di partecipazioni in aziende con contratti significativi con il governo degli Stati Uniti, come appunto nel caso di TikTok. Tuttavia, la struttura e le modalità di finanziamento del fondo non sono ancora chiare, e potrebbero richiedere l’approvazione del Congresso (Fact Sheet: President Donald J. Trump Orders Plan for a United States Sovereign Wealth Fund – The White House).
Per concludere non possiamo esimerci dal parlare del discolo del gruppo, Elon Musk. Con l’assenso del presidente, Bessent, Segretario del Tesoro, ha dato accesso a Musk al sistema di pagamento federale, che gestisce annualmente oltre 6 trilioni di dollari in benefici, sovvenzioni e rimborsi fiscali. Questa decisione consente al team di Musk, di esaminare e analizzare i pagamenti governativi. Questa decisione dà a Musk la possibilità di capire chi ha ricevuto cosa e dove sia necessario tagliare sia i pagamenti che il personale. Ci riferiamo anche e soprattutto ai tagli di sovvenzioni inutili o citando Trump “senza senso”. Musk ha così annunciato oggi la chiusura dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale – USAID. “La stiamo chiudendo “- l’agenzia), confermando che il presidente Donald Trump concorda con questa decisione. Gli impiegati di USAID sono stati istruiti a non andare in ufficio, riferendosi alla sede centrale in Washington, e l’accesso ai sistemi informatici dell’agenzia è stato chiuso per paura di sabotaggi interni. Questa decisione ha suscitato preoccupazioni tra i legislatori democratici, che accusano Trump e Musk di abuso di potere e di minare la politica estera degli Stati Uniti. USAID è stata fondata nel 1961 con l’obiettivo di fornire assistenza allo sviluppo e umanitaria in tutto il mondo. La sua chiusura rappresenta un cambiamento significativo nella politica estera degli Stati Uniti. Durante una conferenza stampa, sempre oggi, della portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, rispondendo alla domanda sul perché USAID venisse chiusa, la sua risposta ci ha sbalorditi con un elenco breve di esempi di dove fossero stati spesi i soldi dei contribuenti: $1.5 milioni per promuovere DEI (diversity, equality, inclusion, un programma federale che garantirebbe pari opportunità a tutte le persone, indipendentemente da razza, genere, etnia, orientamento sessuale o altre caratteristiche individuali e non sulla meritocrazia, che secondo il decreto presidenziale del 20 gennaio che chiude tutte le agenzie DEI, è la causa prima del malfunzionamento generale) nei luoghi di lavoro in Serbia; $70,000 per la produzione di un musical DEI in Irlanda, $47,000 per un’opera transgender in Colombia e $32,000 per un fumetto transgender in Perù. Ha criticato queste spese come sprechi di denaro dei contribuenti e ha sottolineato che Elon Musk è stato incaricato dal presidente Trump di porre fine a tali sprechi.
Rivoluzione Trump: a Davos l’appello al cambiamento globale.
di Melissa de Teffè dagli Stati Uniti – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense.
Nel discorso virtuale al Forum Economico Mondiale di Davos del 2025, il Presidente Donald Trump ha condiviso la sua audace visione per l’economia globale, la politica estera e la riduzione degli armamenti nucleari. Il suo discorso ha suscitato intense discussioni e, durante la sessione di domande e risposte, domande poste da quattro eminenti figure internazionali dove le risposte del Presidente hanno offerto una visione ancora più dettagliata della situazione.
L’Economia Globale, i Tassi di
Interesse e l’Inflazione:
Domanda di Steve Schwarzman (Blackstone
Group*):“….Presidente Trump, molti uomini d’affari
europei hanno espresso una grande frustrazione con il regime normativo nell’UE
e attribuiscono la lentezza alla crescita dei tassi d’interesse a numerosi
fattori, ma soprattutto alle regolamentazioni. Lei ha adottato un approccio completamente
diverso. Potrebbe spiegarci la teoria di ciò che sta facendo, come intende
farlo e quale risultato si aspetta? Grazie.”
* Il Blackstone
Group è una delle più grandi società di gestione degli investimenti a
livello globale, specializzata principalmente in private equity, immobili,
hedge funds e crediti. Fondata nel 1985 da Stephen Schwarzman
e Peter Peterson, la società ha sede a New York ed è conosciuta per la
sua vasta portata e influenza nel settore finanziario.
Risposta di Donald Trump:
“Voglio parlare dell’Unione
Europea. Ho molti amici leader di vari paesi, e quasi tutti sono assai frustrati
da quanto tempo sia necessario per ottenere le approvazioni richieste. Per
esempio, prima ancora di entrare in politca, avevo un progetto in Irlanda approvato
dagli irlandesi in una settimana, ma quando ho dovuto richiedere quella della UE,
mi hanno detto che ci sarebbero voluti dai cinque ai sei anni. Non ho nemmeno
inoltrato la richiesta. Questo è un problema enorme, e mi sono reso conto che
l’UE ha un sistema burocratico lentissimo che frena le opportunità economiche……Dal
punto di vista americano, gli Stati Uniti sono trattati molto ingiustamente. Ci
sono tariffe pesanti sui prodotti americani, ma l’UE esporta massicciamente
verso di noi e senza gli stessi ostacoli. Anche in ambito agricolo e
automobilistico, ci sono politiche commerciali inique, con l’UE che non accetta
i nostri prodotti agricoli e non compra le nostre auto, ma continua a inviarci
milioni di auto. La situazione crea un deficit commerciale che ammonta a
centinaia di miliardi di dollari. Molti dei miei amici vogliono poter competere
meglio, ma non possono farlo con un sistema così farraginoso. Voglio essere
costruttivo, perché amo l’Europa e le sue nazioni, ma le politiche e i processi
sono troppo complicati e l’UE tratta gli Stati Uniti in modo molto ingiusto,
soprattutto con le tasse sul valore aggiunto e altre imposte.”
Rivedendo i numeri l’UE ha
acquistato 12,3 miliardi di dollari di esportazioni agricole statunitensi per
il 2023, rendendola il quarto mercato dopo Cina, Messico e Canada. Mentre se i
produttori automobilistici statunitensi hanno spesso avuto difficoltà a
competere in Europa, secondo un rapporto del dicembre 2023 dell’Associazione
dei Costruttori Automobilistici Europei, l’UE è il secondo mercato di
esportazione più grande per i veicoli statunitensi, importando 271.476 veicoli
nel 2022, per un valore di quasi 9 miliardi di euro (alcuni di questi veicoli
sono prodotti da case automobilistiche europee in stabilimenti negli Stati Uniti).
Trump ha anche menzionato le multe milionarie a Meta e Apple, senza però specificare
che avevano evaso le tasse dell’Unione – sono stati multati dall’UE per
pratiche fiscali considerate elusione delle normative fiscali europee: Apple
per aver ricevuto aiuti fiscali illegali dall’Irlanda, riducendo artificialmente
le sue imposte; allo stesso modo, Meta è stata multata per aver creato
strutture societarie in Europa che permettevano di ridurre in modo
significativo le imposte da pagare, violando le leggi fiscali comunitarie.
2. Energia e sicurezza degli approvvigionamenti:
Domanda di Patrick Pouyanné, CEO
di TotalEnergies: “Signor Presidente, come sappiamo, l’energia è in cima alla sua agenda
e per me è un onore rappresentare l’industria energetica in questo gruppo.
TotalEnergies è infatti la quarta, più grande compagnia al mondo, nel settore
petrolifero, del gas e dell’elettricità. Non le chiederò nulla riguardo ai
prezzi del petrolio, è abbastanza chiaro cosa si aspetta da noi – nel suo
discorso Trump ha chiesto a tutti i produttori di petrolio mondiali di
abbassare i prezzi. Passando al gas, la nostra compagnia è il principale
esportatore di GNL (gas naturale liquefatto) degli Stati Uniti. Siamo un
contributore forte e investiamo in progetti GNL in Texas, con un investimento
di 20 miliardi di dollari. Non sono 200 miliardi, ma sono comunque 20 miliardi,
e contribuiamo alla fornitura per l’Europa esportando gas. Alcuni esperti
temono che, se si sviluppano troppi progetti simili negli Stati Uniti, questo
potrebbe avere un impatto inflazionistico sui prezzi del gas domestico e
suggeriscono una moratoria. Le chiedo: qual è la sua opinione su una tale
moratoria sugli investimenti in GNL negli Stati Uniti? Cosa accadrebbe se
osservassimo un aumento dei prezzi del gas domestico a causa delle
esportazioni? Infine, una domanda importante per l’Europa: sarebbe disposto a
garantire la certezza di approvvigionamento energetico dagli Stati Uniti verso
l’Europa?”
Risposta di Donald Trump:
“Sì, in risposta alla sua
domanda, sì, garantirei la fornitura, se facciamo un accordo, lo manterremo,
perché molte persone hanno avuto questo problema: fanno un accordo ma non
riescono a garantire l’approvvigionamento a causa dei problemi legati alla
guerra o altre difficoltà. Garantiamo… Uno dei primi problemi che ho
affrontato durante il primo mandato fu con due impianti enormi in Louisiana che
stavano subendo lunghi ritardi nelle approvazioni ambientali, da più di dieci
anni. Questi impianti avrebbero dovuto costare circa 12-15 miliardi di dollari,
ma non riuscivano a ottenere i permessi, e io ho accelerato il processo
portandoli a termine in meno di una settimana. È stato fatto grazie al mio
intervento diretto, senza l’aiuto dei consulenti. Daremo approvazioni molto
rapide negli Stati Uniti, come per gl’impianti per l’AI. Sarà una cosa enorme.
Costruiremo impianti elettrici, e io li farò approvare tramite la “dichiarazione di emergenza”. Posso
ottenere approvazioni personalmente (come
Presidente ndt), senza dover aspettare anni. Il grande problema è che
abbiamo bisogno di doppia energia rispetto a quella che abbiamo attualmente
negli Stati Uniti. Immaginate cosa succederebbe se l’AI diventasse davvero
grande come vogliamo. Quindi farò una “dichiarazione di emergenza” in
modo che possano iniziare subito i lavori… – Trump aggiunge qui un’altra
sua idea riguardo alla necessità di molti impianti di avere fonti energetiche
più potenti e affidabili – …Penso che sia stata principalmente una mia
idea…, ma dissi di costruire un impianto elettrico accanto al loro stabilimento,
come un edificio separato ma collegato. E loro mi dissero: ‘Davvero?, ma stai
scherzando?’ E io dissi: ‘No, non sto scherzando. Non dovete collegarvi alla
rete, che è vecchia e potrebbe essere eliminata o rompersi. Se viene eliminata,
non avrete elettricità.’ Così permetteremo loro (i proprietari degli impianti) di costruire velocemente il
loro impianto e la centrale elettrica. Possono alimentarla con qualsiasi cosa
vogliano, e potrebbero anche usare il carbone come riserva. Carbone pulito, se
ci fosse un problema con una conduttura, per esempio, nel caso in cui una
conduttura di gas o petrolio venga distrutta, alcune aziende negli Stati Uniti
hanno carbone proprio accanto agli impianti, quindi se ci fosse un’emergenza,
potrebbero usare quel carbone pulito a breve termine. È qualcosa che molte
persone non sanno, ma niente può distruggere il carbone, né il maltempo né una
bomba. Potrebbe ridursi un po’, o cambiare forma, ma il carbone è molto forte…,
e non costerà molto di più. Abbiamo più carbone di chiunque altro, e anche più
petrolio e gas di chiunque altro. Quindi faremo in modo che gli impianti
abbiano le proprie strutture di generazione elettrica direttamente collegate
agli impianti, senza doversi preoccupare di una esterna pubblica.” Un’idea certamente innovativa.
Domanda di Brian Moynihan, CEO di Bank
of America: “Signor Presidente, se ricorda, cinque anni fa è venuto qui e abbiamo
conosciuto più di 150 CEO, da tutto il mondo, abbiamo discusso con loro delle
sue politiche e delle sue procedure. Questa settimana è stata memorabile a
partire dai decreti esecutivi che ha menzionato prima: letteralmente una serie
di decreti per l’immigrazione, il commercio e molte altri. Come rappresentante
degli Stati Uniti qui, mi hanno posto molte domande su cosa significhi tutto
questo e come il presidente intenda conciliare tutto ciò con il suo chiaro
obiettivo di crescita, prosperità, crescita dei mercati, crescita del mercato
azionario, un buon mercato obbligazionario e la riduzione dei prezzi. Come
pensa che gli impatti di tutti questi decreti s’intrecceranno con il suo
impegno per continuare la crescita del PIL, abbattere l’inflazione e avere
anche un buon apprezzamento dei prezzi delle azioni per i cittadini
americani?”
Risposta
di Donald Trump:
“Penso che in realtà questo
abbasserà l’inflazione, aumenterà l’occupazione, avremo molti posti di lavoro e
molte aziende che si trasferiranno qui. Sai, Brian, siamo scesi dal 40% al 21%,
ho ridotto l’imposta sulle società dal 40% al 21%, e se guardi a livello statale
e cittadino, in molti casi era anche più alta del 40%. L’ho portato al 21% e
ora lo abbasseremo dal 21% al 15%, ma c’è un grande ‘se’: se produci il tuo
prodotto negli Stati Uniti. Quindi avremo la tassa più bassa, quasi la più
bassa, sarà il 21% che è già bassa a livello mondiale, il 15% è praticamente il
minimo che si possa ottenere, e di gran lunga la più bassa per un paese grande,
ricco e potente, non c’è competizione. Quindi la abbasseremo al 15% se produci
il tuo prodotto negli Stati Uniti. Questo creerà un’energia incredibile.
Probabilmente torneremo anche alla deduzione annuale, come facevamo in passato.
La deduzione annuale che si accumulava nel tempo e poi scadeva. Ma torneremo su
questo quando faremo il rinnovo del piano fiscale Trump. Dobbiamo farlo
approvare dai Democratici, ma se i Democratici non lo approveranno, non so come
possano sopravvivere a un aumento delle tasse del 45%, perché sarebbe così. E
penso che lo approveranno. Penso che sia molto difficile per un gruppo politico
dire: ‘Facciamo pagare alla gente il 45% in più’. In realtà stiamo facendo una
riduzione per le aziende e le piccole imprese, dove la tassa scenderà al 15%,
che è davvero qualcosa di notevole.
Per quanto ti riguarda, hai fatto
un lavoro fantastico, ma spero che inizi ad aprire le tue banche ai
conservatori, perché molti conservatori si lamentano che le banche non
permettono loro di fare affari con la banca, e questo include Bank of America.
Questi conservatori non accettano affari conservatori e non so se i regolatori
lo abbiano imposto a causa di Biden o cosa, ma tu, Jamie e tutti gli altri,
spero che apriate le vostre banche ai conservatori, perché quello che state
facendo è sbagliato*.”
*Il Presidente Donald Trump ha
recentemente accusato Bank of America e JPMorgan Chase di discriminare i
clienti conservatori negando loro i servizi bancari. In risposta, entrambe le
banche hanno emesso dichiarazioni negando queste accuse. Bank of America ha
sottolineato che non ha un “test litmus politico” e che serve oltre
70 milioni di clienti, accogliendo anche i conservatori. JPMorgan Chase si è
difesa affermando che non ha mai chiuso un conto per motivi politici e che
segue la legge e le direttive degli enti regolatori.
Entrambe hanno dovuto affrontare
critiche riguardo alle loro politiche sui conti, con accuse di
“de-banking” nei confronti dei clienti conservatori. Ad esempio, nel
2020, Bank of America ha chiuso i conti di Timothy Two Project International,
una ONG con sede negli Stati Uniti, affermando che l’organizzazione “gestiva
un tipo di attività che abbiamo scelto di non servire”.
In risposta a queste preoccupazioni, un gruppo di 15 procuratori generali di
vari Stati ha inviato una lettera a Bank of America, chiedendo un rapporto
sulle sue politiche e pratiche relative ai conti, in particolare riguardo a
termini come “tolleranza al rischio”, “rischio
reputazionale”, “odio” e “intolleranza”. Hanno anche
richiesto che la banca aggiornasse i suoi termini di servizio per dichiarare esplicitamente
che non discrimina i clienti in base a opinioni religiose o politiche.
Domanda di Ana Botín, presidente
esecutivo di Banco Santander:
“Signor Presidente,
congratulazioni per una vittoria storica. Credo che lei non mi conosca tanto
bene quanto i miei colleghi qui presenti, quindi mi permetta di darle qualche
fatto. Santander è una delle banche più grandi al mondo per numero di clienti,
170 milioni, che sono più di quelli del mio amico Brian o del mio amico Jamie.
Siamo un grande investitore negli Stati Uniti, con milioni di clienti e 12.000
dipendenti, siamo uno dei maggiori finanziatori di auto e recentemente abbiamo
lanciato una banca completamente digitale chiamata Open Bank. Crediamo
fermamente che le banche abbiano un ruolo fondamentale nell’economia e che
possano accelerare la crescita e aiutare molti più clienti. Questo è ciò che
stiamo facendo negli Stati Uniti. Come ha sottolineato Brian, apprezziamo molto
il suo impegno per la deregolamentazione e la riduzione della burocrazia. La
mia domanda è: quali sono le sue priorità in merito e quanto velocemente si
realizzeranno? La ringrazio molto.”
Risposta di Donald Trump:
“Sò molto della vostra banca e
avete fatto un lavoro fantastico, congratulazioni. Ci muoveremo molto
rapidamente, ci stiamo già muovendo rapidamente. Abbiamo fatto cose negli
ultimi tre giorni che nessuno pensava fossero possibili in anni, e tutto sta
prendendo forma, avrà un enorme impatto sull’economia, un enorme impatto
positivo. I soldi venivano sprecati in cose folli. Voglio dire, il Green New
Deal è stato un totale disastro. Com’è stato perpetrato e concepito da persone
che erano studenti mediocri, anzi, meno che mediocri, aggiungerei, e che non
avevano nemmeno mai seguito un corso sull’energia o l’ambiente. Ricordate, il
mondo doveva finire in 12 anni, vi ricordate? Ebbene, i 12 anni sono passati e
se ne sono andati. Queste persone hanno davvero spaventato i Democrati, ma è
stato uno spreco enorme di denaro. Durante i miei quattro anni abbiamo avuto
l’aria più pulita, l’acqua più pulita, eppure avevamo l’economia più produttiva
nella storia del nostro paese, fino a quando è arrivato il Covid. Avevamo
l’economia più produttiva della nostra storia, di gran lunga. E, in realtà, se
guardiamo a livello globale, stavamo battendo tutti, dalla Cina a tutti gli
altri. E ora pensiamo che, con quello che abbiamo imparato e tutto il resto che
è successo, pensiamo di poter superare quella performance, anzi, di molto, ma
c’è una cosa che chiederemo: chiederemo il rispetto dalle altre nazioni. Con il
Canada abbiamo un enorme deficit, non lo avremo più, non possiamo più farlo.
Non so se sia buono per loro. Come sapete probabilmente, dico sempre che
possono diventare uno stato, diventare il nostro 51° stato, così non avremo più
il deficit, non dovremo tariffarli, ma le trattative con il Canada sono state
complesse per anni ed è ingiusto avere un deficit di 200 o 250 miliardi di
dollari. Non abbiamo bisogno che facciano le nostre auto, non abbiamo bisogno
del loro legname perché abbiamo le nostre foreste, non abbiamo bisogno del loro
petrolio e gas, ne abbiamo più di chiunque altro. …. Non c’è praticamente
nessuna nazione al mondo che non abbia approfittato di noi, e lo attribuisco a
noi, ai politici che per qualche motivo, probabilmente principalmente per
stupidità, ma si potrebbe anche dire per altri motivi, ma principalmente
stupidità, hanno permesso che altre nazioni approfittassero di noi e non
possiamo permetterlo più. Abbiamo un debito, è molto piccolo se lo confrontiamo
con il valore delle risorse che possediamo. Vogliamo che il debito venga
annientato, e saremo in grado di farlo abbastanza rapidamente.
Mi piacerebbe davvero poter
incontrare il Presidente Putin presto e fermare questa guerra. E questo non dal
punto di vista economico o altro, ma dal punto di vista di milioni di vite che vengono
sprecate, bellissimi giovani vengono uccisi sul campo di battaglia. Sapete, la
pallottola vola in terra piatta, come ho detto, e la pallottola va, non c’è
modo di nascondersi, l’unica cosa che può fermare la pallottola è un corpo
umano. E dovete vedere le foto di quello che sta succedendo, è una carneficina
e dobbiamo davvero fermare quella guerra, è orribile, e non sto parlando di
economia, non sto parlando di risorse naturali, sto parlando del fatto che ci
sono così tanti giovani che vengono uccisi in questa guerra, e questo senza
contare le persone che sono morte mentre le città venivano distrutte, edificio
per edificio.
Conclusione:
Il discorso del Presidente Trump
a Davos ha come sempre suscitato contrasti a seconda di quali interessi sia
andato a toccare. Ma fra tutte le idee che ha esposto non possiamo negare la
validità di due che se vedessero la luce del sole sarebbero per certo un passo
gigante per i risultati positivi che rappresentano a livello globale:
Riduzione
del costo del petrolio:
“Chiederò anche all’Arabia
Saudita e all’OPEC di abbassare il costo del petrolio. Onestamente, sono
sorpreso che non l’abbiano fatto prima delle elezioni… Se il prezzo
scendesse, la guerra tra Russia e Ucraina finirebbe immediatamente. Adesso il
prezzo è abbastanza alto e quindi la guerra continua. Bisogna abbassare il
prezzo del petrolio, bisogna fermare quella guerra. Avrebbero dovuto farlo
tanto tempo fa, sono molto responsabili, in effetti, per quello che sta
accadendo. Milioni di vite vengono perse. Abbassando il prezzo del petrolio,
chiederò che i tassi di interesse scendano immediatamente e allo stesso modo
dovrebbero scendere in tutto il mondo. I tassi di interesse dovrebbero seguirci
ovunque. Tutto il progresso che vedete sta accadendo grazie alla nostra
vittoria storica.”
Denuclearizzazione:
Trump
vuole lavorare per ridurre gli arsenali nucleari, aggiungendo che Russia e Cina
sono concordi nel supportare la riduzione delle proprie capacità nucleari.
“Vorremmo vedere la denuclearizzazione… e vi dirò che il presidente
Putin ha davvero apprezzato l’idea di ridurre notevolmente gli armamenti
nucleari.”
Trump, durante il suo primo
mandato, non è riuscito a coinvolgere la Cina nelle negoziazioni per estendere
un trattato di controllo degli armamenti nucleari con la Russia, chiamato New
START, che impone limiti chiave sugli armamenti nucleari schierati e scadrà nel
febbraio 2026. Questa presidenza ha
espresso l’impegno continuo per rimodellare le relazioni internazionali e
garantire un futuro più stabile per le generazioni a venire. Questa volta ci
sono buone chances che funzioni.
L’eredità di Joe Biden: una valutazione della sua presidenza.
di Melissa de Teffè dagli Stati Uniti – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense.
La presidenza di Joe Biden, iniziata a gennaio del 2021 e conclusasi venerdì 18, 2025, ha segnato un periodo significativo nella storia americana, sfortunatamente più per le controversie interne e internazionali che per le innovazioni e i progressi che le società oggi richiedono. Sicuramente le sfide che questa amministrazione ha dovuto affrontare sono state molteplici e gravi. Il Covid, due guerre militari da distinguere da quelle economiche, lo spionaggio cinese sfacciato e aggressivo, e infine, la malattia di Biden, che da prima del famoso dibattito con Trump, (pensiamo alle immagini di Biden che vaga durante il G7 in Puglia) ci ha portati a porci questa domanda: “Ma chi sta governando gli Stati Uniti?”. L’eredità di qualsiasi presidente è definita dalla sua leadership durante periodi storici difficili e sicuramente Biden è stato il protagonista di questo. Se i primi due anni sono stati vissuti, almeno dalla popolazione, come una rinascita positiva, dove il grande Padre della nazione iniziava a prendersi cura del “popolo” afflitto dall’inflazione, dalla perdita di lavoro per il Covid, e da un’economia internazionale ferma, l’arrivo di milioni di immigrati illegali le cui sovvenzioni federali hanno prosciugato diverse casse dello Stato. Qui analizziamo in sintesi i pro e i contro.
L’avvio: ripresa
economica e vittorie legislative
Uno degli aspetti
più significativi della politica Biden è stato il suo ruolo nel guidare
l’economia degli Stati Uniti dopo le conseguenze della pandemia di COVID-19.
Quando Biden è entrato in carica nel gennaio 2021, il paese stava ancora
affrontando le ripercussioni economiche della pandemia, che aveva causato una
diffusa perdita di posti di lavoro, interruzioni nelle catene di
approvvigionamento e una grave crisi sanitaria pubblica. L’amministrazione
Biden ha subito iniziato a lavorare per stabilizzare l’economia.
American Rescue Plan (ARP):
Nel marzo del 2021,
Biden ha approvato l’American Rescue Plan, un pacchetto di stimolo da 1,9
trilioni di dollari progettato per dare assistenza finanziaria diretta alla
popolazione, sovvenzionare la distribuzione dei vaccini e supportare le
economie di quegli Stati federali o città in gravi difficoltà economiche. Il
piano includeva incentivazioni come l’estensione dei benefici di disoccupazione
e altre misure di soccorso volte a mitigare l’impatto finanziario della
pandemia. L’ARP è stato accreditato per aver aiutato milioni di americani ad
affrontare la tempesta economica, portando a una rapida ripresa della spesa dei
consumatori e a una riduzione dei tassi di povertà.
Crescita economica e creazione di
posti di lavoro:
Gli sforzi di recupero economico di Biden sono stati in gran parte efficaci
nella creazione di posti di lavoro. Alla fine del 2021, l’economia degli Stati
Uniti aveva assicurato 6,6 milioni di posti di lavoro, segnando così una svolta
storica. Il tasso di disoccupazione, che durante la pandemia era salito alle
stelle, è sceso sotto la leadership di Biden, raggiungendo i livelli
pre-pandemia già a metà del 2021, con una crescita economica complessiva per il
2021 del 5,9%, il tasso più alto in quasi quattro decenni.
Investimenti in
infrastrutture: The infrastructure Investment Act and the Job Act. A novembre 2021
sono stati allocati 1,2 trilioni di dollari per progetti infrastrutturali in
tutto il paese. Questo storico disegno di legge ha finanziato la riparazione e
l’aggiornamento di strade, ponti, trasporti pubblici e reti a banda larga, tra
le altre infrastrutture critiche, creando quindi anche posti di lavoro. Questo
disegno di legge, acclamato perchè più
che necessario, è stato visto come un importante successo per l’agenda politica
interna di questa amministrazione.
Contemporaneamente,
la Federal Reserve, sotto la guida di Jerome Powell, ha adottato politiche
monetarie espansive, abbassando i tassi di interesse e acquistando asset per
garantire liquidità nei mercati finanziari. Questo ha stabilizzato l’economia
momentaneamente. Nel complesso, le politiche economiche di Biden hanno
stimolato una rapida ripresa, con una crescita del PIL del 5,9% nel 2021 e una
significativa riduzione della disoccupazione. Tuttavia, l’aumento dei prezzi al
consumo, secondo il CPI (l’Indice dei Prezzi al Consumo) depurato dagli
aggiustamenti stagionali, è del 19,4% da quando Biden è entrato in carica, evidenziando
la difficoltà di gestire gli effetti collaterali delle politiche di stimolo in
un contesto di forte crescita.
4. Inflation Reduction Act (IRA):
Ad agosto del 2022, Biden ha firmato l’ Inflation Reduction Act in legge.
Nonostante il nome, l’oggetto della legge era quello di combattere il
cambiamento climatico, abbassare i prezzi dei farmaci da prescrizione e
riformare il codice fiscale. L’IRA è forse meglio conosciuto per il suo storico
investimento in energie rinnovabili, con disposizioni volte a ridurre le
emissioni di gas serra e promuovere fonti di energia alternative. Supportato da
ambo i partiti questa legislazione è stata uno dei principali successi di Biden
nell’ambito della politica climatica e della sanità.
Politiche
sociali: progressi nei diritti civili: La presidenza di
Biden si è occupata anche di diritti civili e giustizia sociale.
1. Respect for Marriage Act:
Nel dicembre 2022, Biden ha firmato in legge il Respect for Marriage Act. Questa legislazione cruciale ha abrogato il Defense of Marriage Act e
ha sancito nel diritto federale il matrimonio tra persone dello stesso sesso e
tra persone di razze diverse, offrendo protezione legale per le coppie LGBTQ+ e
per quelle interrazziali. Questo è stato visto come una vittoria monumentale
per il movimento per i diritti LGBTQ+ e ha segnato un cambiamento storico nel
panorama giuridico riguardo all’uguaglianza matrimoniale negli Stati Uniti. (*Il
Defense of Marriage Act (DOMA) era una legge federale degli Stati Uniti,
firmata dal presidente Bill Clinton nel 1996, che definiva il matrimonio come
l’unione esclusiva tra un uomo e una donna, impedendo così il riconoscimento
del matrimonio tra persone dello stesso sesso a livello federale. Inoltre, la
legge permetteva agli stati di non riconoscere i matrimoni tra persone dello
stesso sesso celebrati in altri Stati. Nel 2013, la Corte Suprema degli Stati
Uniti ha dichiarato incostituzionale una parte fondamentale del DOMA,
affermando che impedire il riconoscimento federale dei matrimoni tra persone
dello stesso sesso violava il principio di uguaglianza protetto dalla
Costituzione. Di conseguenza, il DOMA è stato progressivamente smantellato, e
nel 2022, la Respect for Marriage Act ha abrogato definitivamente il
DOMA, garantendo il riconoscimento federale del matrimonio tra persone dello
stesso sesso.)
2. Diritti LGBTQ+:
L’amministrazione Biden ha preso misure rapide per proteggere i diritti LGBTQ+
in vari ambiti, tra cui l’istruzione, la sanità e il lavoro. La sua
amministrazione ha annullato politiche discriminatorie, tra cui il divieto per
le persone transgender di servire nell’esercito, e ha adottato misure per
proteggere gli studenti LGBTQ+ nelle scuole dalla discriminazione. Biden ha
anche emesso ordini esecutivi per garantire l’accesso all’assistenza sanitaria
per gli individui LGBTQ+, affrontare le disparità sanitarie e combattere la
discriminazione contro gli LGBTQ+.
Politica estera:
la scena globale
La politica estera di Biden è stata
segnata da molte controversie. Il suo approccio radicato nel rinnovato impegno
con il mondo dopo la dottrina “America First”
dell’amministrazione Trump, si è concentrato sul multilateralismo, inizialmente
capovolgendo quasi tutte le scelte fatte dall’amministrazione precedente e cercando
di affrontare le molteplici sfide globali come il cambiamento climatico e
l’autoritarismo.
1. Risposta all’invasione russa dell’Ucraina:
Uno degli aspetti definitivi della politica estera di Biden è stata la sua
risposta all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Biden ha rapidamente
imposto una serie di sanzioni economiche contro la Russia, incluso il
congelamento dei beni di funzionari e oligarchi russi in mano agli americani, ha coordinato il supporto internazionale per
l’Ucraina, guidando gli alleati NATO nel fornire armamenti, finanziamenti miliardari
e aiuti umanitari. Il sostegno di Biden all’Ucraina ha consolidato la sua
posizione come leader impegnato a difendere la democrazia contro l’aggressione
autoritaria.
2. Posizionamento riguardo la Cina:
L’amministrazione Biden ha preso diverse azioni contro la Cina, sia dirette che
indirette, concentrandosi su una serie di settori strategici che vanno dalla
sicurezza, alla difesa militare ed economica della nazione, ai diritti umani.
Ecco alcune delle principali azioni:
3. Politica di Confronto sulla
Sicurezza e la Difesa:
AUKUS (2021): Come parte della strategia per contrastare l’influenza crescente della
Cina nell’Indo-Pacifico, Biden ha collaborato con il Regno Unito e l’Australia
per creare l’alleanza AUKUS, che include la fornitura di sottomarini nucleari
all’Australia e altre iniziative di cooperazione militare. Questa alleanza costituisce
un contrappeso alla potenza navale crescente della Cina nella regione.
Quad (2021): L’amministrazione Biden ha rafforzato l’alleanza del Quad (Stati
Uniti, Giappone, India e Australia), che mira a rafforzare la cooperazione in
ambito di sicurezza, commercio, e altre aree strategiche, rispondendo così alle
crescenti sfide poste dalla Cina nell’Indo-Pacifico.
Tecnologia 5G e cyber security: La Cina è vista come una minaccia alla sicurezza digitale, e Biden ha
sostenuto iniziative per difendersi da attacchi informatici provenienti dalla
Cina. Ha vietato la partecipazione di Huawei nelle reti 5G.
Sanzioni contro aziende cinesi: Queste misure proibiscono alle
aziende americane di vendere tecnologie e componenti critici a queste società,
limitando l’accesso a componenti essenziali per la costruzione di
infrastrutture 5G e la produzione di semiconduttori avanzati. L’obiettivo principale
di queste restrizioni è ridurre il rischio di spionaggio e sabotaggio
informatico, proteggendo così le reti e i sistemi sensibili degli Stati Uniti. Inoltre,
l’amministrazione ha introdotto nuove limitazioni, come l’inserimento di
ulteriori aziende cinesi nella lista nera del Dipartimento del Commercio,
vietando loro l’accesso al mercato statunitense.
TikTok e Preoccupazioni sulla
Sicurezza dei Dati: TikTok, una delle piattaforme social
più popolari al mondo, è di proprietà della compagnia cinese ByteDance
ed è in questo momento soggetto incriminato per la manipolazione di dati di
milioni di americani. La legge richiede
che la società madre di TikTok, ByteDance, venda l’applicazione a un acquirente
approvato dagli Stati Uniti entro il 19 gennaio 2025, altrimenti la famosa app sarà rimossa dagli store di applicazioni
statunitensi. Il presidente eletto,
Donald Trump, ha dichiarato che è probabile che conceda un’estensione di 90
giorni, una volta assunto l’incarico. La situazione rimane incerta.
4. Diplomazia e Alleanze Globali:
Rinnovato impegno con alleati globali: Biden ha lavorato per rafforzare le alleanze con alleati storici come
l’Unione Europea, il Giappone, e l’India, cercando di costruire una coalizione
contro le politiche economiche e geostrategiche della Cina. L’obiettivo è
rendere più efficace una risposta collettiva alle pratiche commerciali cinesi
percepite come sleali.
5. Diritti Umani:
Sostegno alla causa dei diritti umani
in Xinjiang: Biden ha preso una posizione forte
contro le violazioni dei diritti umani in Xinjiang, denunciando la
repressione della minoranza uigura e definendo le azioni cinesi come genocidio.
Ha imposto sanzioni contro i funzionari cinesi accusati di essere responsabili
di abusi.
Hong Kong e le libertà civili: Biden ha denunciato la crescente repressione delle libertà civili a Hong
Kong, dopo l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale da parte della
Cina. L’amministrazione ha imposto sanzioni a funzionari cinesi e hongkonghesi
coinvolti nella repressione.
Aspetti negativi:
critiche e sfide
A partire dal 2022, l’amministrazione
Biden ha dovuto affrontare le conseguenze negative delle scelte
politico-economiche adottate all’inizio del suo mandato, con un impatto diretto
sul contesto interno del paese.
1. Inflazione e difficoltà economiche:
Nonostante le scelte economiche iniziali abbiano risposto a necessità urgenti,
a partire dalla seconda metà del suo mandato, il paese ha affrontato una
crescente inflazione. Le misure di stimolo fiscale e monetario, sebbene
necessarie per sostenere l’economia durante la pandemia, hanno aumentato la
domanda aggregata. Secondo la Banca
Centrale Europea, l’inflazione negli Stati Uniti è stata più persistente a
causa di una componente interna più forte, legata a una ripresa dei consumi più
rapida rispetto all’Eurozona. Inoltre,
l’aumento dei prezzi dell’energia, aggravato dalla guerra in Ucraina, ha avuto
un impatto significativo sull’inflazione. Le interruzioni nelle catene di
approvvigionamento hanno portato a un aumento dei costi delle materie prime e
dei semilavorati, influenzando i prezzi al consumo. Di conseguenza, la
presidenza di Biden ha affrontato critiche per non essere riuscita a contenere
l’inflazione, che ha avuto un impatto diretto sul potere d’acquisto delle
famiglie americane.
2. Problemi di confine e immigrazione:
La politica sull’immigrazione è stata un altro punto di contesa e nonostante la
sistuazione ereditata fosse complessa e volatile soprattutto al confine
meridionale, la gestione della crisi al confine ha suscitato forti critiche, e
molte divisioni. Accusati di mal governo l’amministrazione solo in ultimis ha
messo in atto una politica di controllo restrittiva, ma soprattutto per le
continue pressioni nazionali. L’impatto economico e la sicurezza pubblica ne
hanno risentito in modo significativo, diventando una chiara testimonianza di
questa cattiva gestione. Includo due esempi esplicativi.
New York City: Crisi Finanziaria e
Sociale
New York City, una delle principali
città santuario, (non tutte le città o gli Stati hanno deciso di alloggiare gl’immigrati,
come ad esempio la Florida), ha affrontato una crisi migratoria senza
precedenti. Dal 2022, la città ha accolto oltre 100.000 migranti, con un costo
stimato di 12 miliardi di dollari entro il 2025. Il sindaco Eric Adams ha dichiarato che la
crisi migratoria “sta distruggendo” la città, sottolineando la
necessità di un supporto federale e statale per affrontare l’emergenza che sta causando
la bancarotta.
Aurora, Colorado: Invasione e
Occupazione di Edifici e Problemi di Sicurezza
Aurora, una città suburbana di Denver,
ha vissuto un aumento significativo della criminalità legata all’afflusso di
migranti, in particolare quelli provenienti da Venezuela. Un esempio drammatico
di questo fenomeno è stato l’invasione e l’occupazione di due palazzi da parte
di gruppi di migranti delinquenti. Questi edifici, sono stati occupati
illegalmente. I residenti hanno
denunciato atti di violenza, traffico di droga e altri crimini, attribuiti a
una banda organizzata come il “Tren de Aragua”, un gruppo criminale
che si sta espandendo anche in altre aree degli Stati Uniti. L’incapacità delle
autorità locali di intervenire ha esacerbato la situazione. Questo caso ha
sollevato una serie di interrogativi sul controllo della migrazione e sul tipo
di supporto dato dalle città rifugio non a migranti “meritevoli”, ma a veri e
propri delinquenti, dove, chi ne paga le conseguenze sono residenti espropriati
dei loro averi e della casa.
Le forze dell’ordine locali hanno
intensificato gli sforzi per affrontare queste sfide, ma le risorse sono
limitate. Inoltre, la collaborazione tra le autorità locali e le agenzie
federali, come l’ICE, (U.S. Immigration and Customs Enforcement), è stata più
che carente per motivi cos’ detti etici. Questa politica di accoglienza ha
avuto risvolti inaspettati apportando sfide significative in termini di risorse
economiche e sicurezza pubblica.
3. Valutazioni di approvazione e
polarizzazione politica:
Le valutazioni di approvazione di Biden sono fluttuate durante la sua
presidenza, principalmente a causa di fattori come l’inflazione, l’aumento dei
prezzi dell’energia e la continua polarizzazione politica. Una volta iniziato
il periodo elettorale, agli inizi del 2024, i valori di approvazione sono
diminuiti drasticamente, soprattutto sapendo che il contendente era Donald
Trump e la sua nota imprevedibilità. Da quel momento l’America si è divisa.
4. Il ritiro dall’Afghanistan:
Il ritiro dall’Afghanistan, già considerato un fallimento, merita una
riflessione approfondita. Le modalità con cui è stato gestito hanno suscitato
ampie critiche da parte di entrambe le fazioni politiche. La decisione di Biden
di ritirare le forze americane entro settembre 2021 è stata vista come una
grave mancanza di responsabilità, poiché non è riuscito a garantire una
transizione pacifica e ordinata oltre al non dare il tempo necessario per
traslocare la grande quantità di armamenti in loco. Questo errore ha avuto
ripercussioni devastanti non solo nel contesto internazionale, ma ha minato la
propria immagine all’interno sia del mondo militare che quello civile
dimostrando l’incapacità di gestire crisi complesse e di mantenere la stabilità
in questa regione strategica del mondo.
Un episodio che ha ulteriormente
acuito le critiche sul ritiro è avvenuto durante il discorso sullo Stato
dell’Unione del 2024, quando, verso la fine, Steven Nikoui, padre di Kareem
Nikoui, un marine statunitense ucciso durante l’attacco all’Abbey Gate
di Kabul nel 2021, è stato arrestato per aver urlato “Signor Presidente si
ricordi di Abbey Gate” e “dei Marines americani”, in riferimento all’attacco terroristico che ha
causato la morte di suo figlio e di altri 12 soldati americani, oltre a diversi
civili afghani. L’arresto, seppur temporaneo, ha evidenziato il fallimento nel
proteggere i diritti e le vite dei propri soldati e dei cittadini afghani. La
scena ha scatenato indignazione, ha accentuato le divisioni all’interno della
società americana, minando ulteriormente la leadership di Biden.
5. Politica Transgender
La politica sulla questione dei diritti
delle persone transgender, in particolare nello sport, ha subìto un
significativo contraccolpo durante la presidenza di Joe Biden. Da subito sono
state sostenute le richieste degli atleti mashi transgender di partecipare alle
competizioni femminili. La questione è divenuta sempre più divisiva, con ampi
settori della società e della politica che hanno sollevato preoccupazioni
riguardo alla parità di opportunità per le donne cisgender. Ad opporsi da ambo
i versanti politici sono stati in tanti che si è culminato con la decisione
della Camera dei Rappresentanti, che il 14 gennaio 2025 ha approvato il “Protection
of Women and Girls in Sports Act”. La legge vieta alle atlete
transgender di partecipare a competizioni sportive femminili nelle scuole e
università che ricevono fondi federali, ribaltando così le politiche sostenute
dall’amministrazione Biden. Questa decisione rappresenta un evidente fallimento
delle politiche pro-transgender del presidente, mettendo in luce l’ampia
opposizione che continua a esistere sia a livello legislativo che sociale
riguardo ai diritti delle persone transgender.
Conclusioni: un’eredità mista
La presidenza di Joe Biden è stata
segnata da alcuni temporanei successi e da sfide significative. Le soluzioni
adottate per affrontare i disastri economici causati dalla pandemia, gli sforzi
di recupero economico, gli investimenti in infrastrutture e le vittorie
legislative in ambiti come il cambiamento climatico e una riforma sanitaria
piuttosto limitata (senza dimenticare che la principale causa di bancarotta
personale è l’incapacità di pagare i farmaci prescritti) saranno presto
dimenticate. Sulla bilancia pesano l’inflazione, la criminalità di immigrati
illegali, gli assalti sessuali di ragazzini dichiaratisi falsamente trans nei
bagni pubblici femminili, i morti di Abbey Gate in Afghanistan, l’incapacità di
dialogare e con Putin e con Netanyahu, senza poi dimenticare d’aver dato la grazia
totale e incondizionata al figlio cocainomane condannato a 17 anni di carcere.
Come per tutti i presidenti, l’eredità
di Biden sarà valutata nel tempo. Sebbene alcune delle sue politiche abbiano
gettato le basi per miglioramenti a lungo termine nel posizionamento globale,
le turbolenze della seconda metà del suo mandato soprattutto riguardo alle
politiche interne, probabilmente plasmeranno la narrativa storica. Alla fine,
la presidenza di Biden rappresenta un periodo di confusione identitaria, di violenze
verbali mai vissute prima, una volontà di obnubilare le radici storiche di
questa nazione, ma senza una linea politica chiara. Ai posteri la sentenza
finale.
Elezioni USA. Trump-Harris: Un dibattito al ritmo di colpi e contraccolpi.
di Melissa de Teffè.
Finito il dibattito il primo commento che balza alla mente è che la Harris è stata per Trump pruriginosa. Dopo una breve introduzione in cui racconta d’essere cresciuta con solo la mamma divorziata che l’ha mantenuta fino alla fine degli studi, si è subito lanciata nel suo “programma” politico incentrato nel voler sollevare la classe media, la stessa di sua provenienza, dalle pressanti difficoltà economiche in cui versa. La strategia della squadra Harris è stata quella di irritare il più possibile Trump, obbligandolo di fatto a stare sulla difensiva. Non c’è stato un momento in cui Trump non sia stato in qualche modo denigrato o preso in giro, come quando gli è stato detto che durante la sua presidenza si scambiava lettere d’amore con il presidente Kim della Corea del Nord, o che la guerra tra Russia e Ucraina finirebbe per i suoi interessi compiacenti con Putin. Oppure ancora che molti capi di Stato lo considerano un personaggio “vergognoso”. Queste solo alcune delle critiche, farcite per altro da evidenti gesti continui con la testa, di disapprovazione, di sfottò e di presa in giro.
Trump dal canto suo ha dimostrato, confrontando altri momenti di suoi exploit, molto controllato, ma sempre sulla difensiva. Insomma, tanti colpi bassi, tante denigrazioni, ma pochissima sostanza.
Partirei quindi dalle conclusioni di ambo i candidati che danno una chiara visione di questa battaglia politica in stallo.
Harris: “Quindi, penso che questa sera abbiate sentito due visioni molto diverse per il nostro Paese: una concentrata sul futuro, e l’altra concentrata sul passato e su un tentativo di riportarci indietro.
Ma noi non torneremo indietro, e credo davvero che il popolo americano sappia che abbiamo molto più in comune di quanto ci divida, e possiamo tracciare una nuova strada in avanti, una visione che includa avere un piano, il capire le aspirazioni, i sogni, le speranze e le ambizioni del popolo americano.
Ecco perché intendo creare un’economia di opportunità, investendo nelle piccole imprese, nelle nuove famiglie, e in ciò che possiamo fare per proteggere gli anziani, ciò che possiamo fare per dare sollievo a chi lavora duramente e ridurre il costo della vita. Credo in ciò che possiamo fare insieme per sostenere la posizione dell’America nel mondo e garantire il rispetto che meritiamo, incluso il rispetto per il nostro esercito e l’assicurazione di avere l’esercito più letale al mondo.
Sarò un presidente che proteggerà i nostri diritti e le nostre libertà fondamentali, incluso il diritto di una donna di prendere decisioni sul proprio corpo senza che il governo le dica cosa fare.
Vi dico che ho iniziato la mia carriera come procuratrice. Sono stata procuratrice distrettuale, procuratrice generale, senatrice degli Stati Uniti e ora vicepresidente.
Ho avuto solo un cliente: il popolo. E vi dico, come procuratrice, non ho mai chiesto a una vittima o a un testimone: ‘Sei repubblicano o democratico?’ L’unica cosa che ho mai chiesto è stata: ‘Stai bene?’ E questo è il tipo di presidente di cui abbiamo bisogno in questo momento, qualcuno che si preoccupi di voi e che non metta sé stesso al primo posto.
Intendo essere un presidente per tutti gli americani e concentrarmi su ciò che possiamo fare nei prossimi 10 e 20 anni per ricostruire il nostro Paese, investendo ora in voi, il popolo americano.”
Trump: “Ha appena iniziato dicendo che farà questo, farà quello. Farà tutte queste cose meravigliose. Perché non le ha fatte? È lì da tre anni e mezzo.
Hanno avuto tre anni e mezzo per sistemare il confine. Hanno avuto tre anni e mezzo per creare posti di lavoro e fare tutte le cose di cui abbiamo parlato. Perché non le ha fatte?
Dovrebbe uscire di qui e andare subito in quella bellissima Casa Bianca, andare al Campidoglio, radunare tutti e fare le cose che vuole fare. Ma non l’ha fatto, e non lo farà perché crede in cose in cui il popolo americano non crede.
Crede in cose come ‘non trivelleremo, non utilizzeremo i combustibili fossili, non faremo cose che ci renderanno forti’, che vi piaccia o no. La Germania lo ha fatto, e nel giro di un anno sono tornati a costruire centrali energetiche tradizionali… Non possiamo sacrificare il nostro Paese per una visione sbagliata.
Ma faccio solo una semplice domanda: perché non lo ha fatto? Siamo una nazione in declino. Siamo una nazione che sta vivendo un grave declino.
Ci deridono in tutto il mondo, in tutto il mondo. Ridono di noi. Conosco molto bene i leader. Vengono a trovarmi. Mi chiamano. Ci deridono in tutto il mondo. Non capiscono cosa ci sia successo, come nazione, non siamo più leader, non abbiamo idea di cosa ci stia succedendo.
Abbiamo guerre in corso in Medio Oriente, abbiamo guerre in corso tra Russia e Ucraina. Finiremo in una Terza Guerra Mondiale, e sarà una guerra come nessun’altra, a causa delle armi nucleari, della potenza bellica.
Io ho ricostruito tutto il nostro esercito. Lei ne ha regalato una gran parte ai talebani. L’ha dato all’Afghanistan. Quello che queste persone (Biden-Harris ndt), hanno fatto al nostro Paese, e forse la cosa più difficile di tutte, è permettere a milioni di persone di entrare nel nostro Paese.
Molti di loro sono criminali e stanno distruggendo il nostro Paese. Il peggior presidente, la peggiore vicepresidente nella storia del nostro Paese.”
In queste due chiusure si riassume una visione e un’idea di ciascun candidato. Rimane sicuramente il rammarico dal punto di vista giornalistico dove gli interessi politici personali hanno preso il sopravvento e ambo candidati non sono stati intervistati dai moderatori su fatti e programmi in dettaglio per capire come porterebbero l’America di oggi fuori dall’inflazione, come cercherebbero di arginare il problema migratorio illegale, e come infine si porrebbero di fronte a due guerre che non vedono al momento soluzione alcuna. Infatti, se da un lato abbiamo tutti avuto la possibilità di vedere Trump al lavoro con i Talebani, i Cinesi, le due Coree, in termini non solo economici ma anche di equilibri internazionali, ad oggi l’amministrazione Biden-Harris non è riuscita a portare a casa alcun successo diplomatico e Harris avendo detto con enfasi, diverse volte, che lei non è Biden, discostandosi quindi da quella politica più a sinistra, non ci è ancora chiaro come si confronterebbe con le complessità interne ed internazionali che dovrebbe affrontare nell’eventualità di una vittoria. I moderatori hanno quindi fallito nel non farci raccontare attraverso domande argute e puntuali, quali strade i candidati percorrerebbero per soddisfare le richieste di un paese che è disperatamente alla ricerca di un leader.
Quindi per concludere non sembrano esserci né vinti né vincitori: i Trumpiani speravano in un Trump più brillante, gli Harris gioiscono per aver fatto una buona figura, date le premesse, e a distanza di qualche ora dal fatidico 11 settembre, nessuno se n’è appropriato. Una svista?
PRESIDENZIALI USA: UNA CORSA IMPERVIA. DUE VICEPRESIDENTI AGLI ESTREMI.
di Melissa de Teffè.
Il duello per le presidenziali americane si sta inasprendo e posiziona i due candidati agli estremi dell’arco politico attraverso la scelta dei due Vice. Dopo il tanto atteso dibattito tra Kamala Harris e Donald Trump che li vedrà confrontarsi a settembre, Vance e Walz, si incontreranno per un faccia a faccia il primo ottobre prossimo. L’evento è organizzato dalla rete televisiva CBS.
Scrive Vance su X: “Il popolo americano merita il maggior numero possibile di dibattiti, ed è per questo che il Presidente Trump sfiderà Kamala in tre momenti diversi. Non solo accetto il dibattito della CBS del 1° ottobre, ma accetto anche il dibattito della CNN del 18 settembre. Non vedo l’ora di vederti a entrambi!” Dei due compagni di squadra, conosciamo meglio, James David Vance o J.D. Vance, grazie alla sua autobiografia “Elegia americana – (Ed Harper, 2016 – Hillbilly Elegy: A Memoir of a Family and Culture in Crisis- la biografia di una famiglia e una cultura in crisi) e in seguito alla trasposizione su schermo per la regia di Ron Howard, con Glenn Close ed Amy Adams. Per chi non ha voglia di leggersi il libro, il film visionabile su Netflix, racconta la vita di questo giovane uomo che riesce a conquistare con enormi fatiche, mille rischi e facili inciampi, una posizione nella società, superando il maltrattamento psico-fisico di una madre alcolizzata, drogata, con quattro matrimoni falliti alle spalle, in un contesto sociale poverissimo e ignorante. Per sfuggire a questi orrori, si arruola nei Marines dal 2007 al 2013, e viene subito stanziato in Iraq. Al rientro si laurea in soli 2 anni in Scienze Politiche e filosofia con il massimo dei voti per poi proseguire grazie anche a una borsa di studio alla Yale University e diventa avvocato. Qui conosce sua moglie Usha, di origini indiane, e prima generazione americana. Ma a Vance non piace fare l’avvocato e abbandona quasi subito trasferendosi nella West Coast dove viene assunto come dirigente in una società di investimenti specializzata nelle tecnologie. Prosegue in questo ambiente e da San Francisco ritorna nell’Ohio, dove è cresciuto e qui tenta, fallendo, diverse imprese societarie. Entra poi in politica e viene eletto senatore a gennaio dell’anno scorso, 2023. Sensibile al sociale segue linee politiche per aiutare chi, come lui e sua madre, viene da ceti bassi e fa fatica a trovare lavoro, e cade nel giro della droga, soprattutto il Fentanil, prodotto in Cina e venduto in grandi quantità a basso prezzo, anche grazie all’importazione attraverso l’immigrazione illegale gestita dai cartelli sudamericani della tratta di esseri umani.
Dall’altro lato dello spettro il Vice Presidente Harris, settimana scorsa, ha scelto come suo Vice, Tim Walz, governatore del Minnesota. È un veterano militare che non è mai andato in guerra. Anzi è proprio in questi giorni che ha dovuto ritrattare una sua dichiarazione su CNN “d’essere orgoglioso d’aver portato la pistola in guerra”, imbellettandosi e Vance, molto attento, lo ha chiamato fuori immediatamente, obbligandolo a spiegare l’affermazione. Insegnante ed allenatore di football in un liceo pubblico, è entrato in politica come governatore nel 2018, rieletto come governatore per due mandati. In una recente intervista, Michael Whatley, presidente del Comitato Nazionale Repubblicano ha dichiarato: “Tim Walz è davvero l’anima gemella ideologica (della Harris, ndt).” Progressista e socialista le sue politiche governatoriali sono pro-immigrazione. Infatti, ha più volte ha espresso la volontà di voler investire in una “fabbrica di scale da 30 piedi” per aiutare i migranti a scavalcare il muro di confine dell’ex presidente Trump; inoltre è il primo ad aver dato tutto il suo sostegno elargendo assistenza sanitaria e patenti di guida ai migrati senza documenti e presenti nel suo Stato. Invece Michael Tyler, uno dei portavoce della campagna di Harris, ha detto che scegliendo Walz, Harris ha “cementato la posizione politica offrendo un contrasto fondamentale in questa corsa tra il ticket Harris-Walz che lotta per le famiglie lavoratrici, mentre l’agenda Trump-Vance, al contrario causerebbe danni ineguagliabili in tutto il paese.” Ma fra le iniziative da applaudire c’è sicuramente la detassazione sui prodotti femminili per l’igiene intima così come la distribuzione di tamponi in tutti i bagni delle scuole pubbliche, inclusi quelli maschili, così da accontentare la comunità LGBTQ+, ma che gli è valso il nomignolo di Tampon Tim. Ad ogni modo Walz è un candidato che può piacere molto, soprattutto nel Midwest. La sua parlata semplice, l’approccio diretto e una biografia da piccolo paese, ne spiega il fascino.
Nei prossimi mesi, la coppia Harris-Walz, viaggerà per il paese proponendo di “rafforzare la classe media invece di tagliare le tasse per i ricchi, e combattere per le libertà fondamentali, inclusa la libertà di abortive fino all’ultimo giorno di gestazione, di dare ai bambini la possibilità di scegliere di cambiare sesso senza avere necessariamente il permesso dei genitori, di naturalizzare immigranti illegali, supportare qualsiasi metodo di fecondazione.” Quando il presidente Biden ha annunciato il suo ritiro, Walz è stato velocissimo nel sostenere Harris, emergendo così come una sorta di pioniere per i Democratici. Poi i suoi attacchi al senatore J.D. Vance non appena nominato da Trump, soprannominandolo uno “strano.” – “Eppure,” controbatte Vance, “alla fine di un importante comizio, io ho abbracciato e baciato mia moglie, mentre Walz le ha stretto la mano come se fosse un’elettrice qualsiasi”. “Non le pare “strano” questo comportamento?” Così la parola “strano” divenuta la parola d’ordine dei Democratici per il ticket repubblicano, vuole raccontare che se la scelta cadesse su Trump-Vance sarebbe una minaccia per la democrazia, perché insoliti, e fuori dal contesto dell’America stessa. Quindi per ora la sinistra gode di un raro allineamento. Tutti, infatti, dalla rappresentante di New York Alexandria Ocasio-Cortez al senatore indipendente della Virginia Occidentale Joe Manchin, hanno elogiato la scelta di Walz, come ulteriore prova che i Democratici si sono “spostati così tanto a sinistra nel loro insieme che candidati estremi come Kamala Harris e Tim Walz, oggi, sono considerati mainstream,” – dice Whatley.
E per il capo del partito Democratico la piattaforma politica rimane invariata adesso che Walz è parte del “ticket”. Dietro le quinte i Repubblicani sono quasi entusiasti per questa scelta, invece, ad esempio, del governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, che a parer loro, avrebbe reso la corsa alla Casa Bianca molto più ardua. Infine, come ultima notizia, Tulsi Gabbard, deputata per le Hawaii, ex democratica, e veterana militare, e riservista, ha deciso di citare in giudizio l’amministrazione Biden-Harris, per aver scoperto, grazie ad informatori anonimi della Federal Air Marshal (Sezione di polizia federale dell’aviazione) che è stata segnalata e inserita nella lista di possibili individui pericolosi, secondo il programma Quiet Skies, facente parte del TSA (Transportation-Security-Administration) che ha il compito di identificare i viaggiatori che potrebbero rappresentare un rischio per la sicurezza dell’aviazione. Quelli in lista, possono volare, ma sono soggetti a controlli più stretti, messi sotto “scorta” non identificabile durante il transito, e, anonimamente, sono affiancati da uno Sceriffo armato quando in volo. Nel caso di Gabbard, ogni volta che viaggia in aereo, viene automaticamente monitorata da: due squadre cinofile per la rilevazione di esplosivi, un addetto della sicurezza dei trasporti, anche lui specializzato in esplosivi, un supervisore della TSA in abiti civili e tre Sceriffi federali dell’aviazione. Che si sappia, non esistono motivi per cui Gabbard dovrebbe essere sulla lista di sorveglianza. A sua difesa, Gabbard ha pubblicato un video spiegando perché ha intrapreso le vie legali, sottolineando con queste parole il suo disgusto: “Il mio stesso governo, il mio presidente, il mio comandante in capo mi ha preso di mira come potenziale target terrorista. La parola che mi viene in mente è totale tradimento.” – “Dopo aver servito per oltre 21 anni e continuando a servire nelle forze armate del nostro paese, il mio stesso governo” ha aggiunto “usa gli Air Marshall come armi e pedine per perseguire i loro avversari politici.” “Ovviamente, non mi è stata fornita alcuna spiegazione, ed è per questo che stiamo ricorrendo alle vie legali,” ha sottolineato. “Ho parlato molto apertamente dei pericoli che l’amministrazione Biden-Harris rappresenta per la nostra democrazia, la nostra libertà e la nostra sicurezza nazionale. Queste le conseguenze” ha concluso.
Possiamo concludere usando le parole di Vance tratte dal suo libro già nel lontano 2016 che sembrano adatte a questo momento storico: “Questo paese è segregato per razza, geografia e reddito in un modo che non si vedeva da molto, moltissimo tempo.” Possiamo solo augurarci che vinca la moderazione, per ora non c’è traccia.
L’Afghanistan di Biden – C. Bertolotti a Checkpoint RAINEWS24 – 26 gennaio 2021
Il ritiro parziale di Washington dall’Afghanistan è una mina che Trump ha lasciato al suo successore, sebbene il ritiro sia stato ordinato dall’allora presidente Barack Obama. Ora, Joe Biden potrebbe dover prendere una decisione impopolare: inviare ulteriori truppe allo scopo di impedire la conquista totale del Paese da parte talebana. E ancora: quale il ruolo della Cina?
Claudio Bertolotti, Direttore START InSight, ne ha parlato con Emma Farnè a Checkpoint – RAINEWS24
Procedono a rilento con i tempi imposti dai talebani e accettati da Stati Uniti e governo afghano. I primi intenzionati a disimpegnarsi dalla guerra più lunga, i secondi molto preoccupati e forse anche rassegnati a un futuro estremamente incerto che sarà caratterizzato da un crescente potere dei talebani.
Il governo afghano ha concesso tutto ciò che i talebani hanno chiesto: tempi del negoziato, rilascio dei prigionieri, riduzione delle operazioni militari. E lo ha fatto su richiesta e pressione statunitense. Ma ha ottenuto ben poco, anzi, Oggi il dialogo negoziale ci sta portando verso una possibile soluzione che vedrà i talebani accedere alle forme di potere formale, imporre una rinuncia di sostanza di quelli che sono i diritti ad oggi previsti dalla costituzione afghana e, in particolare, lo stesso ordinamento democratico del paese sarà ridimensionato. E questo accadrà non perché gli Stati Uniti se ne andranno, perché lo faranno così come aveva pianificato Obama e poi Trump ha in parte realizzato, ma perché quella afghana è una guerra che non poteva più essere vinta e che le forze di sicurezza afghane non potranno mai affrontare con successo.
Di fatto il tavolo negoziale, formalizzato a febbraio dello scorso anno, avviato a settembre porterà progressivamente verso uno Stato che sarà sempre più simile all’Emirato islamico così come lo immaginano i talebani, e con un’economia saldamente ancorata al traffico di oppiacei di cui l’Afghanistan è il maggior produttore globale.
Negoziati USA-talebani, ritiro usa, e che cosa vuol dire per amministrazione biden “rivedere” accordo
In base ai negoziati di Doha di un anno fa, gli Stati Uniti hanno chiesto due cose ai talebani in cambio del ritiro delle forze militari dall’Afghanistan: ridurre dell’80% i loro attacchi. Non lo hanno fatto. Poi hanno chiesto di tagliare i legami con al-Qa’ida. E i talebani non solo non lo hanno fatto ma hanno consolidato le relazioni con i qaedisti operativi nell’area a sud dell’Afghanistan.
Ci saremmo potuti aspettare un mancato ritiro delle truppe di Washington, ma così non è stato, anche perché l’allora presidente Donald Trump voleva dichiarare chiusa la partita afghana. Ora, il ritiro parziale delle truppe statunitensi è una mina che l’amministrazione Trump ha lasciato al suo successore, e la scadenza fissata al 1° maggio per il ritiro delle restanti 2500 truppe è la più grande sfida per Biden.
Sebbene non sia chiaro se Biden ritirerà tutte le truppe statunitensi entro la data concordata la nuova amministrazione ha dichiarato di voler sostenere la “diplomazia” con i talebani, esortando il gruppo a ridurre la violenza, a partecipare “in buona fede” ai negoziati e a tagliare i legami con al-Qa’ida – cosa che però non avverrà, con buona pace di chi ancora crede alle garanzie dei talebani.
E allora, il presidente Biden potrebbe essere costretto a prendere una decisione impopolare: l’invio di ulteriori truppe in Afghanistan allo scopo di impedirne la conquista totale da parte talebana.
Ruolo cina in afghanistan: indiscrezione cnn e interessi economici
La Cina, dopo due decenni dall’abbattimento del regime talebano, senza essere coinvolta nella lunga guerra, è riuscita a proporsi come valida alternativa, implementando il proprio ruolo di «sponsor della stabilità» in Afghanistan, ruolo che crescerà sempre più a mano a mano che le truppe occidentali diminuiranno. Sebbene non direttamente sul campo di battaglia, la Cina è entrata, sul piano politico, economico e diplomatico, a pieno titolo tra gli attori del nuovo grande gioco afghano. E i grandi interessi economici legati all’estrazione di minerali rari dal sottosuolo afghano rappresentano una garanzia in questo senso.
La notizia riportata dalla CNN in merito alla possibile presenza della Cina dietro ad alcuni gruppi di opposizione armata va valutata con cautela e, se confermata, potrebbe essere letta come una probabile reazione cinese alla politica dell’amministrazione Trump certamente non benevola nei confronti della Cina, in particolare per quanto riguarda il l’espansione economica e commerciale di Pechino attraverso le numerose vie della seta che si stanno estendendo a livello globale.
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